Berlusconi: le riforme sul lavoro servono a riempire le fabbriche

12/03/2002


La Stampa web







(Del 12/3/2002 Sezione: Economia Pag. 2)
Berlusconi: le riforme sul lavoro servono a riempire le fabbriche
Berlusconi a Bruxelles: sull´art.18 si possono cercare altre soluzioni

inviato a BRUXELLES

«Non vorrei che qualcuno pensasse: il presidente del Consiglio ha preso paura delle iniziative di Sergio Cofferati…». Sul punto di tornarsene a Roma, dopo un incontro su Medio Oriente e vertice di Barcellona coi ministri degli esteri europei, Silvio Berlusconi ha aperto ieri pomeriggio il terreno al ripiegamento tattico del governo. Sa che l’articolo 18 dovrà essere accantonato, «in quanto io non voglio lo scontro sociale, farò di tutto per evitarlo», e i suoi stessi elettori (a giudicare dai sondaggi) non hanno apprezzato appieno questa battaglia. Però il premier vorrebbe che tivù e giornali non parlassero di ritirata su tutta la linea, allorquando la nuova proposta governativa verrà messa nero su bianco. Ecco perché da Bruxelles ha introdotto il discorso coi toni risoluti di chi è pronto a battersi fino in fondo. Passi indietro? «Non ci abbiamo mai pensato. Se la Cgil dovesse impiegare male i soldi di cui dispone», è partito all’attacco Berlusconi, «spendendo 10 miliardi per far arrivare gente a Roma coi pullman, in quel caso il governo potrà esserne influenzato. Ma solo per andare avanti con più decisione sulla via delle riforme». Lo slogan lanciato ieri, su cui il Cavaliere batterà come un martello pneumatico fino alla manifestazione del 23 marzo, suona come un guanto di sfida a Cofferati: «Lui riempie le piazze, noi vogliamo riempire le fabbriche». Poi, naturalmente, Berlusconi è il primo a rendersi conto che «il sindacato oggi fa di questo articolo 18 un totem, un moloch, una bandiera, un simbolo». Più il ministro Maroni ha tenuto vivo lo scontro, è osservazione ricorrente a Palazzo Chigi, più ha fatto il gioco della Cgil. Dunque, per disinnescare la mina dello sciopero generale, al premier non resta che giocarsi una carta: accantonare l’articolo 18. In fondo, ha fatto notare ieri rivolto soprattutto a Confindustria, non è indispensabile mettervi mano. Per modernizzare il mercato del lavoro, «ci sono anche altre ipotesi su cui ho lavorato praticamente per due giorni di seguito, tra sabato e domenica, parlando con tutti i nostri esperti». Trattasi di soluzioni su cui il premier non ha voluto scoprire le carte. Ieri pomeriggio ha precisato soltanto che il governo è nel pieno diritto di formularle, dal momento che le parti sociali non sono state in grado di trovare un’intesa tra loro. Ha aggiunto che le riforme saranno volte ad «aumentare la flessibilità dei posti di lavoro attraverso una modifica che magari non tocca così direttamente l’art. 18, ma deve produrre dei risultati concreti». In pratica Berlusconi ieri ha vestito i panni di Mao-Tse-Tung: come il Grande Timoniere, nemmeno a lui interessa se un gatto è bianco o nero, conta piuttosto che sappia acchiappare i topi. Guai a fossilizzarsi sull’art.18, ha ostentato realismo, «l’importante è fare le riforme e creare posti di lavoro per i giovani». Quanto agli anziani, che Cofferati «vorrebbe convogliare a Roma per farli marciare contro i loro figli», Berlusconi si presenta con la mano tesa: «Abbiamo varato in anticipo sui programmi di governo l’aumento a un milione, 516 euro, per le pensioni minime. Metterlo in pratica richiede evidentemente un po’ di tempo per l’autocertificazione degli aventi diritto. Ma l’Inps sta procedendo». L’ha ricordato in polemica con Roberto Benigni, che da Sanremo aveva fatto qualche gustosa ironia. Per il resto, al premier, il monologo del comico toscano non è dispiaciuto affatto. «E’ stato simpatico, bravo, ci ho riso su», ha confessato. Vi ha colto perfino un’«apertura» nei suoi confronti (quel «buon lavoro, presidente»), a dimostrazione che da noi «c’è libertà, c’è democrazia» nonostante le proteste intorno alla Rai. Promuove Benigni, il Cavaliere, e boccia invece Nanni Moretti. «I girotondi a Viale Mazzini? Arrivano in ritardo. Dovevano farli negli ultimi due mesi della campagna elettorale, quando la Rai era usata in modo criminoso contro l’opposizione». Sbagliano «quei commentatori stranieri i quali immaginano che le tivù private celebrino tutti i giorni Berlusconi, il suo partito, la sua coalizione». Domenica sera il premier ha visto il Tg5, poi Italia 1, e ha detto di essersi ritrovato «di fronte alla realtà che tutti i telespettatori conoscono: le tivù private non attaccano mai la sinistra, semmai hanno un atteggiamento critico, certe volte fortemente critico, nei confronti di Berlusconi e della sua parte politica». Logico che la legge sul conflitto di interessi gli sembri «assolutamente inutile». I controlli, ha insistito ieri, esistono già. «Se ne vogliono di più? Facciamola, allora, questa legge… Quello in discussione è un buon testo, prevede una sanzione morale importante. Siamo aperti anche a ulteriori sanzioni. Ma non siamo noi a chiudere il dialogo», assicura Berlusconi, bensì la sinistra «che ha una grandissima faccia tosta».

Ugo Magri