Berlusconi: la Cgil è una fabbrica d’odio

01/06/2004

    1 giugno 2004

    Berlusconi: la Cgil è una fabbrica d’odio

    Agli imprenditori: sostenetemi.
    A Palazzo Chigi si è soli e si perde tempo per sfilate, funerali e inaugurazioni

    DAL NOSTRO INVIATO

    BRESCIA – Si ritrovano a Brescia, i due presidenti. Sorrisi e complimenti reciproci. Silvio Berlusconi ascolta programmi e propositi di Luca Cordero di Montezemolo, neopresidente degli industriali e della Fiat, e commenta: «È un discorso di straordinaria sensatezza, lo condivido in pieno». Poi, però, si scende in concreto, e allora i sorrisi si smorzano in viso. Il leader di Confindustria auspica il dialogo tra le parti sociali? «Approvo la concertazione, facciamola», sembra concordare il premier. Poi aggiunge: «C’è però un certo sindacato che si chiama Cgil. Auguri, auguri di cuore…». Una pausa e prosegue: «Ci sono persone pregiudizialmente chiuse, capaci di odio. Quando vedo determinati comportamenti, penso che la fabbrica dell’odio e delle calunnie della sinistra non chiude mai».
    Non lascia spazi il presidente del Consiglio, spiega che «è difficile parlare con chi ti guarda come se tu fossi un usurpatore. C’è un clima da guerra civile a livello verbale». Poco prima – all’arrivo all’assemblea degli industriali bresciani, dopo aver partecipato alla presentazione della nuova autostrada Milano-Brescia, i cui lavori tuttavia partiranno almeno fra un anno – era stato accolto da fischi e striscioni contro la guerra. «Sono i soliti noti organizzati», si infastidisce, «quelli che mi e ci manda la sinistra». Cerca sostegno tra gli industriali, «perché io sono uno di voi, anche a Palazzo Chigi sono rimasto un imprenditore». Prova a convincerli che «in Parlamento non c’è nessuna possibilità di dialogo», che è giusto che «la Confindustria sia autonoma, ma voi non dovete lasciare troppo autonomo il governo, che ha bisogno del vostro sostegno».
    Si sforza di trovare ancora una sponda amica tra gli uomini delle imprese. «Si è soli a Palazzo Chigi – sembra quasi confessarsi – più soli che alla guida di un’azienda. Perché devi tener conto degli alleati, discutere, cambiare. E poi si perde tempo per andare alle sfilate, ai funerali, all’inaugurazione di una scuola, e se non ci vai ti dicono che non hai senso dello Stato. Risultato: dopo una giornata di lavoro ti sembra di aver pestato l’acqua nel mortaio».
    Vita dura quella del capo del governo. Costretto a passare le giornate a mettere d’accordo la maggioranza («Spesso è un braccio di ferro»), con giornali e televisioni che «vogliono solo gli scandali, e invece le tante cose fatte da questo governo non passano», con regolamenti e «pastoie» che ti fanno perdere tempo per approvare un disegno di legge e alla fine è «talmente cambiato che non lo riconosci più, sembra un figlio illegittimo».
    Eppure, anche se è una vita dura, Berlusconi chiede di continuare a farla, di ottenere ancora fiducia. «Per realizzare le cose ci vuole tempo. E io in questi tre anni ho fatto un miracolo a tenere insieme la coalizione». Non è merito della legge elettorale, precisa, «perché con la stessa legge l’Ulivo ha cambiato quattro governi in cinque anni». Tira fuori dalla tasca un foglietto ed elenca gli obiettivi che vanta come già realizzati, «nove su dieci di quelli annunciati», e rassicura sul federalismo, su cui proprio Montezemolo aveva sollevato più di un dubbio. E lo fa con parole bossiane: «Guai ad aggiungere nuovi costi a quelli romani. Procederemo nella direzione del risparmio». Infine una frecciata a Prodi, senza nominarlo: «Speriamo che presto cambi la Commissione europea, che arrivino commissari più vicini alle imprese».

    Riccardo Bruno