Berlusconi ha fermato l’Italia

19/05/2004


  Economia




19.05.2004
Berlusconi ha fermato l’Italia

di Bianca Di Giovanni


L’Italia perde colpi. La crescita economica si conferma asfittica, e a guardar bene a togliere carburante alla macchina-Paese è la totale paralisi delle imprese. Non innovano, non investono, non rischiano. Così la competitività è in caduta libera. Di contro i lavoratori hanno dato tutto: orario, salario, ricchezza, certezze. Nel frattempo lo Stato che fa? Arretra. La sanità è sempre più privata, l’inflazione si fa sentire, la crescita dell’occupazione rallenta. Risultato: un’Italia sempre più povera e ancora ferma. Questa la drammatica fotografia fornita dal Rapporto annuale 2003 dell’Istat, presentato ieri in Parlamento dal presidente dell’istituto Luigi Biggeri. Dopo aver fatto tanti sforzi per entrare in Europa, il Paese oggi come oggi «continua a farli per mantenere la posizione, ma non si organizza per investire a sufficienza in comportamenti propulsivi, limitandosi, per così dire, a “tenere il minimo”». Questo il messaggio di fondo che Biggeri ha lanciato, ricordando che non basta ricorrere la formula delle riforme. «Occorre impegnarsi per una più equa distribuzione del reddito e del lavoro – osserva Biggeri – per lo sviluppo dei consumi (pur tenendo conto della situazione dei nostri conti pubblici) e per un sistema di welfare più attento ai bisogni reali dei cittadini, compresi gli immigrati». Oggi, nei primi mesi del 2004, le prospettive non sono rassicuranti. Con l’ingresso di 10 nuovi Paesi nell’Ue il Mezzogiorno italiano si perderà parte dei finanziamenti comunitari.

Senza guida, senza leadership
Difficile fornire in una parola la diagnosi della «malattia Italia». Ma qualcosa a questo proposito Biggeri lo dice. «Il Paese sembra non saper andare oltre le sfere individuali», osserva. Ma i processi economici e sociali – ha rilevato Biggeri – «non derivano soltanto dalla somma di scelte e comportamenti individuali, ma anche dagli investimenti che il Paese intende effettuare per il proprio futuro e dal sistema di regole e incentivi definiti dalle “policy”». Manca la regia, ovvero manca un vero governo. «L’assenza totale di ogni iniziativa del governo per reagire alle evidenti difficoltà è la cosa che preoccupa di più – osserva Pier Luigi Bersani – e che crea più sbandamento ed incertezza al Paese. Con il 2001 si è interrotto l’avvicinamento all’Europa, ed è cominciato il distacco». «L’Istat conferma in pieno la piattaforma dello sciopero del 26 marzo – aggiunge Marigia Maulucci (Cgil) – Il governo è il massimo responsabile del degrado del Paese».

Imprese deboli
Poca innovazione e soprattutto concentrata in particolari segmenti del sistema. Questo lo stato di salute dell’impresa italiana, che si conferma affetta da «nanismo» (le aziende con meno di 10 addetti assorbono il 48,4% dell’occupazione). Il settore delle imprese finanzia soltanto il 39% della spesa per ricerca e sviluppo italiana in confronto a livelli spesso assai più alti di altri Paesi europei. Gli investitori esteri danno un contributo minimo (4%), ancora più basso quello del non profit (1,1%). Il principale ruolo di supplenza viene ricoperto dalle amministrazioni pubbliche, sia effettuando direttamente ricerca, sia finanziando quella svolta da altri soggetti pubblici o privati.

L’inferno dei salariati
Nel triennio 2001-2003 «si assiste a un rallentamento della dinamica salariale nominale rispetto al quinquennio precedente che in un contesto di lieve accelerazione inflazionistica si ripercuote in una ancora più marcata riduzione del tasso di crescita delle retribuzioni reali». In effetti, dopo una crescita aggregata dell’1,2% dal ‘96 al 200, nel 2002 e nel 2003 le retribuzioni nette crescono solo rispettivamente dello 0,3 e lo 0,7%, con ampi settori della popolazione che mostra addirittura segni negativi. Nel 2003 perdono potere d’acquisto gli addetti alle costruzioni (-0,2%) e quelli dei servizi privati (-0,3%), cioè i dipendenti di banche, società di telecomunicazioni, i lavoratori del commercio e del turismo, quelli del trasporto. Poco meno della metà dell’intera popolazione dei dipendenti. Quel ceto medio-alto che non riesce più ad andare in pizzeria come prima, che percepisce l’inflazione più pesante, che erode i risparmi. Va un po’ meglio nell’industria (+0,3%) ma anche gli operai stringono la corda. In questo caso, però, non si tratta tanto delle stesse persone che guadagnano meno, ma di giovani assunti con contratti meno «ricchi». I giovani sono più deboli e più poveri. Secondo Beniamino Lapadula (Cgil) ormai si delinea un quadro chiaro: «Ci troviamo in presenza di una gigantesca redistribuzione a danno dei lavoratori dipendenti e pensionati, visto che gli autonomi hanno migliorato le loro posizioni».

L‘occupazione non cresce più
«La dinamica occupazionale dopo una fase di lenta ma continua discesa dal picco toccato a gennaio del 2001 – si legge nel rapporto – ristagna da ormai tre trimestri». I 718mila occupati in più che si registrano da gennaio 2001 a gennaio 2004 «è spiegato al 60% se si considera la maggiore permanenza al lavoro degli ultracinquantenni e al 70% dei lavoratori sopra i 45 anni». Insomma, non crescono posti di lavoro ma si tende a restare in attività. «L’occupazione è ferma e decolla il lavoro atipico che spesso si trasforma in eterna precarietà – commenta Renzo Innocenti (ds) – E il governo preannuncia un taglio dei finanziamenti alle imprese che offrono lavoro per ridurre le tasse ai più ricchi».