«Berlusconi ha fallito in economia»

20/06/2002



20.06.2002
«Berlusconi ha fallito in economia»

di 
n.a.


 ROMA «E’ molto grave che il governo si sia presentato all’incontro con le parti sociali balbettando, non fornendo nessuna cifra e rinviando di fatto l’illustrazione del Dpef». Piero Fassino va all’attacco dell’esecutivo sui conti pubblici e afferma che lo slittamento del Documento di programmazione economica e finanziaria è dovuto al fatto che il centrodestra «non è in grado di mettere insieme cifre che siano credibili». Il segretario della Quercia parla del Dpef che il governo non è ancora riuscito a definire durante la presentazione alle parti sociali e alle associazioni di categoria della Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori che l’Ulivo trasformerà in progetto di legge da depositare in Parlamento entro l’estate.
Il nulla di fatto governativo sul Dpef, spiega il leader dei Ds , «è la dimostrazione di quello che abbiamo più volte denunciato e cioè che la politica economica del governo è arrivata ad un esito fallimentare. Non si sono realizzati gli obiettivi di crescita e stabilizzazione, c’è una situazione di grande difficoltà, di ristagno della produzione e dei consumi, mentre aumenta vertiginosamente il deficit dello Stato». Fassino torna quindi a chiedere al governo una «correzione radicale della politica economica» e l’abbandono della «linea che abbiamo conosciuto sin qui che ha invece favorito la stagnazione».

Anche Enrico Letta, presente ieri al centro congressi Cavour di Roma per illustrare la Carta dei diritti assieme a Fassino e Giuliano Amato, punta il dito sulla politica economica del governo Berlusconi. «Non pensino di scaricare sul negoziato sul lavoro il fallimento dell’ultima finanziaria e della legge Tremonti perché sarebbe grottesco», avverte l’ex ministro dell’Industria dell’Ulivo. Ricordando che la Confindustria ha fornito i dati previsionali sull’economia stimando la crescita del Pil metà di quella prevista dal Governo – mentre il rapporto deficit-Pil è del doppio rispetto alle cifre di Palazzo Chigi – Letta ha sottolineato che «tutti ci auguriamo una crescita più alta, anche perché non desideriamo ereditare un paese al collasso».
Fassino, Letta e Amato hanno confermato ieri che la Carta dei diritti diventerà progetto di legge entro l’estate. «Questa bozza – ha spiegato il segretario dei Ds – è una buona base per creare uno strumento di governo per un mercato di lavoro flessibile. Pensiamo anche, però, che possa essere un terreno utile per evitare che le diversità di atteggiamento che ci sono tra le organizzazioni sindacali nel confronto con il governo diventino una divaricazione lacerante».

Le proposte dell’Ulivo verranno messe a punto al termine di una consultazione capillare che coinvolgerà parti sociali e lavoratori in tutto il Paese. L’obiettivo è quello di «costruire un sistema di tutele e di diritti che corrisponda alle esigenze del mondo dei lavori mentre finora si è parlato solo del mondo del lavoro». L’attuale modello fotografato dallo Statuto, infatti, «è stato pensato per un sistema basato sulla stabilità e sulla rigidità mentre ora un alto tasso di flessibilità sta investendo tutte le dimensioni della struttura sociale. E il problema è quello di impedire che la flessibilità si coniughi con l’insicurezza e la precarietà» .

Concludendo l’incontro di ieri, che ha fatto registrare consensi sulla Carta da parte dei sindacati e distinguo e critiche da parte degli esponenti delle organizzazioni dei datori di lavoro, Giuliano Amato ha sottolineato la convergenza registrata nel dibattito sul tema della «formazione» necessaria per far fronte al cambiamento con un solido «bagaglio conoscitivo». Il secondo punto d’accordo, per l’ex presidente del Consiglio, riguarda «l’adeguamento degli istituti di tutela sociale» alle esigenze di un mercato del lavoro flessibile.

Prendendo spunto dalle critiche rivolte ieri alla bozza di Carta dei diritti, Amato ha ribadito come sia «inaccettabile che sotto le ragioni della flessibilità si introducano e si contrabbandino prassi di inciviltà come i licenziamenti ingiustificati». «Mi rattrista – ha proseguito l’ex presidente del Consiglio – che nel mio Paese sotto l’idea di flessibilità si pensi ad un rapporto di lavoro sprovvisto di tutele». Amato si rivolge soprattutto alle organizzazioni datoriali, presenti all’incontro con Confcommercio, Abi, Confapi e Confartigianato, per le quali in sostanza la Carta dell’Ulivo ha il difetto di trasferire sul lavoro atipico le stesse tutele e «rigidità» del lavoro professionale. Per l’ex premier, nella sostanza, non si possono «chiamare i diritti degli esseri umani rigidità da eliminare».

Dieci milioni di lavoratori garantiti dalla legislazione a fronte di ventidue milioni di occupati. Una minoranza tutelata a fronte di una maggioranza lasciata in balia di un mercato del lavoro che va profondamente rinnovato. Da qui è partito l’Ulivo per elaborare la sua Carta dei diritti, che non sostituisce ma integra lo Statuto del 1970.