Berlusconi esorta gli imprenditori Usa «Investite in Italia»

25/09/2003




25 Settembre 2003

IL CAVALIERE A WALL STREET: SIAMO I PIÙ AMERICANI D’EUROPA

Berlusconi esorta gli imprenditori Usa «Investite in Italia»
Il premier: vantiamo il mercato più flessibile, abbiamo abolito
la tassa di successione, e nel ‘94 ho salvato il paese dai comunisti

Augusto Minzolini

inviato a NEW YORK
La sera prima Silvio Berlusconi aveva vestito i panni del grande amico degli Stati Uniti e del difensore di Israele. Aveva spiegato che per lui la bandiera americana «è un simbolo universale di libertà», aveva parlato dei cimiteri militari americani in Italia «che ricordano a noi italiani la gratitudine perenne che dobbiamo nutrire verso questo paese» e davanti alla comunità ebraica di New York si era appuntato sul petto una medaglia per aver inserito Hamas nell’elenco europeo delle organizzazioni terroristiche.
Ieri mattina, invece, davanti agli imprenditori americani, nei panni del venditore che deve attirare capitali stelle e strisce nel nostro paese, ha decretato che «l’Italia è il paese più americano d’Europa dove c’è la minima invidia sociale. La grande differenza che c’è tra l’America e l’Europa – ha aggiunto senza fare una piega – è che negli Stati Uniti un imprenditore che ha successo, che fonda aziende è visto con simpatia, mentre in Europa è visto con sospetto. La gente si chiede come ha fatto i soldi quel ragazzo che non poteva permettersi neppure una motocicletta. Un’invidia che esiste pure in Italia ma in misura minore. Non per nulla abbiamo gli imprenditori sulle copertine dei giornali che sfoggiano belle signore». E sempre in quella sede il premier ha rivendicato i meriti del suo governo che sta cambiando la legislazione italiana per aumentarne l’appeal verso gli investitori americani: «Abbiamo abolito anche le imposte di successione: l’invito a questo punto sarebbe venite a morire in Italia…». La solita battuta berlusconiana ad alto rischio che il cavaliere, euforico come non mai, ha rincarato incitando la platea ai gesti scaramantici: «Toccate pure tutto, fate pure…».
Un happening al Plaza per ricevere il premio dell’anti-defamation League davanti a quella parte della comunità ebraica di New York che predilige Sharon e, il giorno dopo, uno show nel tempio di Wall Street. In questo viaggio negli Stati Uniti Silvio Berlusconi si è sposato con l’America di George Bush, vestendo i panni dell’americano a Roma o, per converso, a seconda della longitudine dove si trova, dell’italiano in America. Un matrimonio che lega indissolubilmente anche i destini politici dei due personaggi. Già, il Cavaliere non ha sposato l’America, ma questa parte dell’America che gli è più congeniale nei modi di pensare, nei valori, nella sua storia, nei modi di comunicare. Un’America a cui Berlusconi piace, quanto, invece, viene detestato dall’America progressista, quella dei Clinton e del New York Times.
E’ un’America che capisce e che lo capisce, che lo vezzeggia e in cui si è riconosciuto.

È l’America del business, dei soldi, che in qualche caso ha fatto affari con lui, la stessa che i maître-à-penser progressisti definiscono rozza e magari reazionaria. Questa America lo ha incoronato nella serata di gala del Plaza. In quella cerimonia Rupert Murdoch, magnate planetario dei media sbarcato da poco in Italia, ha raccontato questo aneddoto del Cavaliere: «Una sera di dieci anni fa in Sardegna stavamo cenando a casa sua poi lui si alzò dicendo che doveva andare a Milano a fondare un partito per salvare l’Italia dai comunisti. Pensavamo che fosse impazzito ma era tanto determinato che colpì l’immaginazione degli italiani nonostante gran parte della stampa gli fosse ostile già da allora». E Harvey Weinstein, patron di Miramax cioè della casa produttrice dei film di Benigni e di Troisi, ha lodato le battaglie di Berlusconi contro l’anti-semitismo e lo ha descritto come «il padre di un nuovo rinascimento del cinema italiano che ha due giovani leoni come Giancarlo Leone e Giampaolo Letta (figlio di Gianni ,ndr.)». E addirittura lo ha contrapposto indirettamente a Chirac: «I francesi non volevano la Vita è Bella di Benigni a Cannes».
Questi sono gli amici di Berlusconi su questo versante dell’Atlantico, gente che punta al business anche sofisticato, come Leonard Riggio, presidente della più famosa catena di librerie di New York, la Barnes & Nobles. Oppure come Charles Gargano, ministro dell’Industria nello stato di New York e grande rastrellatore di fondi per le campagne dei Bush. Quel Gargano che alla vigilia delle presidenziali del 2001 ebbe un incontro segreto nella Grande Mela con il Cavaliere, sempre negato. «Io – fu la smentita di allora – Mister Berlusconi non lo conosco nemmeno». Oggi quello stesso personaggio è nella giuria che ha premiato il Cavaliere.
Bisogna guardare Berlusconi con gli occhi di questa America per capirlo, per comprendere il suo comportamento nelle giornate di New York. Perché su questo rapporto il premier punta tutto il suo futuro. «L’unica differenza tra me e Chirac è nel rapporto con gli Usa. Io sto con loro – ha detto l’altra sera in un momento in cui avrebbe avuto tutte le ragioni per accarezzare la Francia -. Ma tra noi comunque c’è molta cordialità. Nella passeggiata che abbiamo fatto insieme per le strade di New York, lui era molto sorpreso perchè c’era molta gente che mi salutava. Mi ha detto: “Ci sono tanti italiani a New York”. In realtà erano francesi che salutavano me».
E a questa America il Cavaliere appare sicuramente meno goffo e meno caricaturale di quanto si possa pensare. In fondo il nume tutelare di questa parte della società americana è quel George W. Bush che è un gaffeur di professione come, se non peggio di, Berlusconi. Anzi, quello che per il «politically correct» è una gaffe, per entrambi, in fondo, è un modo di comunicare. Frasi del tipo «quello di passare alla politica è stato un sacrificio perché io mi divertivo a lavorare con i miei 46 mila collaboratori, finché sono stato lì non c’è stata un’ora di sciopero nelle mie aziende», possono tranquillamente uscire anche dalla bocca di Bush. E anche il modo del Cavaliere di riparare a degli errori ricorda molto quello del presidente americano: «Tutto quello che è successo sulla battuta su Mussolini – ha detto l’altra sera Berlusconi al Plaza – fa parte del costume italiano. C’è stato un seguito su un fatto inconsistente perché l’accordo era che doveva esserci un ritorno scritto che si poteva modificare, visto che il paragone era stupido e impossibile… Eppoi dire che il Duce era sanguinario come Saddam… che vuol dire. Se poi al limite la sinistra mi paragona al duce io mi devo difendere».
Insomma, il Cavaliere è come Bush, non demorde. E anche quella fissazione di ritirare in ballo sempre i comunisti accomuna Berlusconi a questa parte dell’America che non ha mai avuto dubbi sulla Cia e oggi usa contro il terrorismo lo stesso linguaggio che una volta usava contro il comunismo: l’impero del Male. Così da queste parti il Cavaliere usa l’anti-comunismo come il richiamo della foresta: «Ci sono due motivi – ha spiegato ieri il premier ai maghi di Wall Street – per investire in Italia. Intanto perché il sottoscritto ha investito tutti i suoi soldi lì. E addirittura i comunisti italiani mi rimproverano di questo. Eppoi perché ci sono meno comunisti di una volta da noi. Una volta da noi c’era il più grande partito comunista occidentale. Quando si sono aperti gli archivi del Kgb, si è scoperto che il 65% dei finanziamenti di Mosca ai partiti fratelli dell’Occidente andavano ai comunisti italiani. Ora i comunisti sono solo al 16% e i loro leader dicono di non essere mai stati comunisti» . Ed ancora: «Io sono sceso in politica per salvare l’Italia dal comunismo visto che i giudici di sinistra avevano spazzato via i partiti occidentali che l’avevano governata per cinquant’anni».
Beh, questa parte dell’America, anche se guarda con favore Putin e tratta con la Cina, condivide le fobie del Cavaliere sul comunismo. Magari, invece, è più puritana, più bigotta sulle donne. Magari si sorprende quando il premier italiano si lascia andare ad una battuta come quella regalata a Wall Street. «C’è un altro motivo per investire da noi – ha detto Berlusconi ad un certo punto – oltre al bel tempo e alla bellezza dell’Italia. Abbiamo anche bellissime segretarie e ragazze. Consiglio a tutti di fare investimenti perché li farete in letizia e con la gioia negli occhi». Una frase forse indigesta per le orecchie degli gnomi di Wall Street, ma Berlusconi ha sangue latino a differenza di Bush. Appunto, è un americano a Roma ma anche un italiano in America. E, prima di lasciare New York, ha salutato qualche cronista perplesso adottando il linguaggio diretto e franco del cowboy: «Ma dove lo trovate un presidente del Consiglio che vi fa divertire così?»