Berlusconi, avvertimento all’Unità

28/06/2002

  Politica




28.06.2002
Berlusconi, avvertimento all’Unità

di 
M.Ci.


Non è piaciuta al governo la lettura autentica della sostanza di quanto l’altro giorno hanno affermato nell’aula di Montecitorio i ministri Carlo Giovanardi e Claudio Scajola. Pensavano, a Palazzo Chigi, di poter impunemente mandare in una Camera deserta (dalla parte della maggioranza) un paio di rappresentanti dell’esecutivo a fare affermazioni in libertà, di una gravità inaudita senza che la cosa avesse un seguito. E così, davanti allo sdegno della sinistra, in aula e fuori, e al titolo dell’Unità «Il governo dà dell’assassino a Cofferati», il medesimo si è prima sorpreso, poi si è sdegnato e, alla fine, si è offeso. Una escalation di sensazioni tipiche di chi non è abituato ad essere contraddetto, contenuta in un comunicato che per essere diffuso ha dovuto sottostare alle dure leggi del fuso orario. Il capo è dall’altra parte del mondo, in Canada, sulle montagne rocciose, a portare il suo inarrivabile contributo politico al G8 mentre sperimenta nuovi look osando anche il cappello da cowboy.
Da Kananaskis non è arrivato solo l’ok. Quando si legge che «non è con l’arma della menzogna, spacciata come verità in prima pagina che il quotidiano fondato da Antonio Gramsci può continuare a servire la causa della democrazia italiana» non v’è alcun dubbio che il premier ha collaborato in prima persona alla stesura della nota. La contrapposizione tra le menzogne (quelle degli altri) e la verità (ovviamente la sua) è un must della dialettica politica berlusconiana.
Il comunicato col timbro canadese definisce «falso e offensivo» il titolo appreso sulla prima pagina dell’Unità dell’altro giorno, secondo cui il governo avrebbe dato dell’assassino a Sergio Cofferati, segretario della Cgil. Quel titolo, afferma la nota «è incredibilmente falso e offensivo, come chiunque può facilmente verificare leggendo il resoconto stenografico delle risposte dei ministri Giovanardi e Scajola alle interrogazioni rivolte alla Camera dei Deputati».
Ora è evidente che se prima Giovanardi e poi Scajola, rispondendo nei tempi contingentati di un quetion time ai quesiti della sinistra sulle affermazioni pubbliche di due loro colleghi, Maroni e Alemanno, a proposito del clima di tensione che la Cgil starebbe alimentando nel Paese con le sue decisioni fuori dal coro a proposito dei diritti acquisiti dai lavoratori, si fossero permessi di affermare il concetto con le parole di quel titolo, è evidente che la sola espressione giornalistica non sarebbe bastata. Così come non sarebbe stata sufficiente la pur dura riposta che è arrivata in tempo reale dai banchi della sinistra molto più popolati di quelli in disarmo del centrodestra.
Ma il concetto, il convincimento di essere riusciti a trovare il nemico, appare evidente e chiaro proprio da quel resoconto parlamentare cui la nota di Palazzo Chigi fa riferimento. Basterebbe rileggersele quelle parole, senza dover eseguire l’ordine di scuderia di negare l’evidenza, per comprendere che ancora una volta esponenti del governo non si sono comportati come tali ma hanno scelto la strada più facile di fare gli uomini di parte. Tanto più che facendo in questo modo con si scontenta il premier e si guadagna qualche punto in più nella classifica dei portatori d’acqua.
A Luciano Violante, capogruppo Ds che chiedeva spiegazioni, sulle affermazioni di Bobo Maroni davanti alla platea dei suoi leghisti («non ci fanno paura le loro minacce, non ci fanno paura le loro pallottole») e di Giovanni Alemanno, evidentemente esaltato dalla vittoria patriottica del Parmigiano sul Parmesan («abbiamo assistito a dichiarazioni quasi di sapore mafioso da parte della Cgil… una sorta di vero e proprio atteggiamento intimidatorio nei confronti degli altri sindacati») e ad una successiva questione sullo stesso tema posta dall’Udc, sono arrivate risposte che non lasciano dubbi sulla consapevolezza che l’avversario, il nemico, ha ormai un nome: quello di Sergio Cofferati.
Cos’altro potrebbe significare la dotta spiegazione di Giovanardi che spiega come «il patto scellerato» evocato dal segretario della Cgil a proposito del possibile accordo governo-sindacati è da ricondurre al «pactum scelleris che non è altro che un accordo associativo criminoso stipulato tra complici dello stesso delitto, ad esempio tra corrotti e corruttore. Gli interroganti -spiega ancor meglio- possono valutare la gravità di queste affermazioni in un contesto, quello della riforma del diritto del lavoro, che ha già visto cadere uomini come D’Antona e Biagi impegnati come collaboratori riformisti di governo e sindacati». E Scajola non manca di aggiungere del suo: «La preoccupazione che espressioni di pensiero usate con tono minaccioso possono essre interpretate al di là delle intenzioni come segnali di indicazioni ad un avversario». Non è il caso di citare altro. Ma palazzo Chigi l’ha lette diversamente queste parole. O vuole farlo credere. E, allora, parte all’attacco dell’Unità.