Berlusconi a fine comizio colpito al volto da un folle

14/12/2009

Berlusconi colpito in pieno volto da un souvenir in ceramica del Duomo di Milano. I pezzi finiscono a terra, lui si accascia leggermente mentre inizia a perdere sangue tra labbra e
naso, e in pochi secondi viene infilato nell’auto che lo porta al San Raffaele.
Negli stessi pochi secondi, l’uomo che da dietro le transenne gli ha lanciato in faccia il souvenir
senza dire una parola, occhiali e piumino, viene infilato in un’altra auto, che lo porta in questura. Nessun documento addosso, ma di certo italiano visto che, mentre lo portavano
via, continuava a ripetere inebetito «non sono nessuno, nessuno». Si scopriranno poi nome e cognome: Massimo Tartaglia, 42 anni, dell’hinterland milanese, finora sconosciuto alla Digos, ma noto da anni al reparto psichiatrico del Policlinico. In tasca gli troveranno anche uno spray urticante, verrà arrestato. Per Berlusconi i medici parleranno di «20 giorni di prognosi, trauma contusivo importante al massiccio facciale con una ferita interna ed esterna al labbro superiore, piccola frattura al setto nasale. Due denti, uno in modo serio, fratturati». «Sono un miracolato – dice poi Berlusconi ai microfoni di Fede – . Un centimetro in più e avrei perso l’occhio ». Finisce così quello che nelle aspettative di molti doveva essere, se non il «predellino due», almeno un bagno di folla rivitalizzante per il premier, dopo una settimana di tensioni con il Quirinale, con Fini, con i magistrati e con la Consulta. «Quando parla a Milano dà il meglio, è come il Milan a San Siro», aveva detto Bonaiuti. La «sua» Milano stavolta l’ha tradito. Proprio a due passi da piazza San Babila, la piazza del predellino, e all’angolo con piazza Fontana, che ancora risuona dei fischi alla manifestazione per la strage di quarant’anni fa.
Mentre parla dietro piazza Duomo, i fischi e le grida «processo/processo», «mafioso/mafioso» di qualche centinaia di persone arrivate lì apposta a contestarlo o passate per caso si sentono
fin sul palco. Ma per Berlusconi il peggio deve ancora arrivare. Chiuso il comizio breve davanti a 3-4mila afecionados insieme a La Russa e persino Tremonti, chiamato alla festa, dopo aver regalato d’ufficio al sindaco Moratti la tessera del Pdl, viatico per la ricandidatura nel 2011, e aver annunciato per la quarta volta di fila la candidatura di Formigoni a governatore di Lombardia, il premier si avvia verso l’auto parcheggiata appena dietro il palco. Pochi metri a piedi in cui non rinuncia a firmare autografi e stringere mani adoranti che si agitano da dietro le transenne. Tartaglia è lì, tra la folla di fans, in prima fila. Chissà se ha atteso il momento per
pochi attimi o per anni: quando il premier gli passa davanti, lo folgora con la miniatura del Duomo.
«Sono scioccato – dice un uomo – non solo ho sentito il “toc” forte, ma l’ho visto accasciarsi». «Ma l’hai visto, tutto insanguinato, dài, filiamo che qui finisce male», urla un ragazzino
all’amica, bandiere del Pdl nelle mani che fino a pochi minuti prima si erano spese in applausi. Intorno la gente grida «tutta colpa di Di Pietro», e «sarà un infiltrato comunista », il ministro La Russa non perde l’occasione e cavalca subito l’accaduto: «Quando si fanno le manifestazioni
contro una persona e si incita all’odio questo è il risultato. È il frutto della politica dell’odio», dice. La polizia chiama rinforzi: molti sono ancora dall’altra parte del palco, a fare cordone tra i simpatizzanti e i manifestanti che intanto continuano a saltare allo slogan «chi non salta/
Berlusconi è», mentre qualcuno urla ai poliziotti «ruba anche il vostro stipendio », e qualcun altro in faccia ai sostenitori «l’Italia è alla fame» e «voi non sapete nemmeno che cos’è,
la libertà». Gli applausi e i fischi, chi è venuto in piazza Duomo per sentirlo, chi per contestarlo. Mentre l’inno che ripete ossessivo «meno male che Silvio c’è» si mescola alle urla «buffone/buffone», poco distante Berlusconi viene portato via dal gesto sconsiderato di un folle, isolato aggressore. E dall’ospedale, poco dopo, dirà: «Sono ancora qui e non mi fermeranno».