Bergamo. Il commercio riparte dal nuovo contratto

05/07/2004




sabato 3 1 luglio 2004

Il commercio riparte dal nuovo contratto

Nella Bergamasca interessa 40 mila addetti in 18 mila imprese. Un anno e mezzo di trattative Soddisfazione tra i sindacati: «È un accordo che accoglie la parte migliore della riforma Biagi»

Una firma attesa da 18 mesi. Arrivata come un colpo di scena dopo diversi abbandoni del tavolo delle trattative, ma che rappresenta, alla fine, un buon risultato per un settore importante come quello del commercio. È stato siglato ieri il rinnovo del contratto del commercio, che interessa in Italia un milione e mezzo di lavoratori dipendenti, nella Bergamasca oltre 40 mila addetti per circa 18 mila imprese.

L’accordo prevede un aumento medio a regime, per il periodo 2003-2006, di 125 euro oltre ai 14 già erogati in busta paga da gennaio e agli 8,50 euro per l’assistenza integrativa. Inoltre è prevista una «una tantum» complessiva di 400 euro. L’aumento economico sarà erogato in quattro tranche: la prima di 35 euro sarà già nella prossima busta paga di luglio; 37 euro da dicembre 2004; 23 euro da luglio 2005 e 30 euro da settembre 2006, mentre l’una tantum di 400 euro sarà erogata per 250 euro a luglio 2004 e per 150 euro il prossimo gennaio. Una verifica sul primo biennio è prevista per marzo 2005.


L’accordo raggiunto raccoglie commenti positivi tra i sindacati. «Mi sento di esprimere il più sincero ringraziamento alle lavoratrici e ai lavoratori – commenta Roberto Corona, segretario della Fisascat-Cisl di Bergamo – per il sostegno poderoso fornito nel corso delle ultime frenetiche giornate di negoziato. Solo grazie all’impegno di tutti è stato possibile contrastare i reiterati tentativi della controparte, e in particolare delle aziende della grande distribuzione, di impedire la stipula di un contratto che si segnala ancora una volta per aver negoziato, contrattato, limitato le opportunità devastanti che recenti normative di legge avevano introdotto».


Lo stesso vivo entusiasmo è espresso anche da Maurizio Regazzoni della Tucs-Uilper, che definisce l’accordo «una conquista sia dal punto di vista degli aumenti salariali, sia per la tutela dei diritti degli operatori del commercio. Positivo anche il fatto che sia stato previsto il diritto di priorità per il passaggio da part time a tempo pieno per i lavoratori già in organico in caso di nuove assunzioni. Il passaggio a part time resta volontario, così come è volontario il ricorso al lavoro supplementare».


Contento al cinquanta per cento è invece Paolo Agliardi, della Filcams Cgil. «Per quanto riguarda previdenza, part time, contratti a termine – spiega Agliardi – non possiamo nascondere che le ragioni presentate dal sindacato sono state difese. Da un punto di vista economico, l’obiettivo è stato raggiunto con fatica e non soddisfa completamente le nostre richieste. Ora si tratta di affinare l’accordo nei diversi campi del commercio. Certo, per quanto riguarda in particolare i contratti a termine, il nuovo contratto prevede un’unica causale che recepisce nella sostanza lo spirito della legge di riforma del mercato del lavoro. Sarà però previsto un tetto per i contratti a termine che potranno essere utilizzati per il 20 per cento della forza lavoro contro il 10 per cento del precedente contratto».


L’accordo prevede la possibilità di assunzioni con contratti interinali fino a una massimo del 28 per cento del personale, contro il 23 per cento del vecchio contratto.
«L’accordo è positivo per i lavoratori della provincia di Bergamo – osserva Roberto Corona – perché rappresenta una conquista per tutti gli addetti del settore, sia della piccola sia della grande distribuzione. Una conquista in particolare per le piccole imprese commerciali, che vengono avvantaggiate da sgravi fiscali: questo permette ai datori di lavoro, in una fase non particolarmente felice dei consumi, di avere un sostegno e un rilancio degli investimenti».


Per i sindacati, insomma, questo accordo è un «risultato importante che recepisce la lezione migliore della riforma Biagi, perché contiene il riconoscimento da parte delle imprese e dei lavoratori del settore che la flessibilità, anche quella relativa ai rapporti di lavoro, può e deve essere governata, per evitare che essa si traduca in precarietà».


Davide Agazzi