Benvenuto: sbagliata la paura di cambiare

03/07/2002



Mercoledí 03 Luglio 2002

SINDACATO E INNOVAZIONE

Benvenuto: sbagliata la paura di cambiare

Massimo Mascini

ROMA – L’accordo che si va delineando non gli piace particolarmente. Ma soprattutto non gli piacciono i riferimenti al tempo in cui era lui al vertice del sindacato. Giorgio Benvenuto, per tanti anni segretario generale della Uil, rifiuta gli stereotipi, i disegni precostituiti. Non è mai stato manicheo, tanto meno vuole esserlo adesso. «Non c’è un sindacato buono e uno cattivo – dice – un sindacato innovatore e uno conservatore. Nella Cgil ci sono stati grandi innovatori come Luciano Lama e Bruno Trentin, noi della Uil abbiamo avuto momenti di conservazione e momenti in cui siamo andati avanti correndo». Dipende, dice, dall’andamento della storia. «Perché – spiega – servono sempre dei traumi forti per l’innovazione. Di solito prevale l’istinto della conservazione, perché si teme di perdere tutele e diritti, perché, come dice Barbara Spinelli, per la sinistra c’è la paura del futuro che diventa incontrollabile e ci blocca. È più facile dire di no, che questo non si tocca, che questo non si fa, che sporcarsi le mani con il cambiamento, ma quando ce n’è stata l’occasione il sindacato, tutto il sindacato non si è tirato indietro». Il punto, spiega Benvenuto, è che «nel sindacato ci sono gli innovatori, i conservatori e una gran parte di gente che sta a guardare chi vince. L’innovazione di solito è venuta fuori trasversalmente, quando non ci sono stati confini rigidi tra le organizzazioni». Purtroppo invece le divisioni si fanno sempre più profonde. «Ed è questo il pericolo maggiore – concorda Benvenuto – specie adesso in tempi di bipolarismo che può trasferirsi dalla politica al sindacato: un pericolo reale e forte, perché in questo modo il sindacato non sarebbe più soggetto politico, si dividerebbe, una parte qui, un’altra dall’altra parte. E io – aggiunge – rimprovero il Governo proprio per aver troppo e troppo a lungo premuto in tal senso». L’accordo che si delinea però è importante e va portato fino in fondo. «Il sindacato – dice Benvenuto – non deve avere remore. L’opposizione non deve confondersi con la maggioranza, ma il sindacato non vuole governare, deve fare accordi per tutelare i suoi rappresentati». Il suo giudizio sull’intesa che si delinea è però negativo. «Temo sia un’occasione sprecata, perché serviva più capacità di elaborazione del sindacato, che non c’è stata, e un negoziato bilaterale con la Confindustria, che non c’è stata. Affidarsi a una legge può essere controproducente, può diventare una camicia di forza. Io ho sempre creduto che la flessibilità si dovesse trovare con negoziati locali, non imponendo delle regole dall’alto». Quindi fare l’accordo, ma «subito dopo circoscrivere il dissenso, trovare un meccanismo che faccia recuperare l’unità d’azione, che noi – dice Benvenuto – non smarrimmo mai, nemmeno dopo l’accordo separato del 1984. Anche perché tra noi non venne mai meno il profondo rispetto reciproco. Eravamo divisi, ma senza egemonie, perché unità è proprio questo, sapere che ciascuna confederazione ha dietro di sé la sua storia, le sue profonde radici, che non possono essere cancellate». Quello che invece proprio non convince Benvenuto è la polemica, che giudica sterile, sul sindacato «parastatale» che nascerebbe dal ricorso agli enti bilaterali. Lui, che ai suoi tempi fondò il sindacato dei cittadini, che era molto vicino al modello di cui si parla, crede che dopo il sindacato dell’opposizione e quello della concertazione debba venire il sindacato della partecipazione, che aiuti il lavoratore. Gli enti bilaterali, dice, funzionano egregiamente, gestire è nella natura del sindacato, che è nato sulla mutualità e non a caso fino al fascismo si occupava di collocamento. «Il sindacato in questo modo – afferma – si arrichisce, non si impoverisce».