Bennet: Signora di ferro al supermarket

23/10/2007
    N.41 ANNO LIII – 18 ottobre 2007

      Pagine 190-191 – ECONOMIA

        GRANDE DISTRIBUZIONE / IL METODO RATTI

          Signora di ferro
          al supermarket

            Abusi. Lavoratrici discriminate.
            Contratti part-time imposti.
            Straordinari senza contributi.
            Il sindacato denuncia: alla Bennet
            c’è un clima da anni Cinquanta

              DI LUCA PIANA

                Staccare un attimo quando scappa la pipì? «Spesso è impossibile. Chiedi il permesso e rispondono che ti chiameranno quando sarà il tuo turno. Aspetti, ma non succede nulla». Mangiare una caramella mentre si lavora in cassa? «Puoi tentare se sei lontana dalla responsabile. Ma se ti trovi a tiro, rischi troppo: vieni subito richiamata». Tornare al proprio posto dopo la maternità? «L’impressione è che cerchino di scoraggiarti: capita che ti impongano di lavorare quasi tutti i giorni fino alla chiusura. Ma come fai con un bimbo piccolo?».

                Estremo nord d’Italia, a due passi dalla Svizzera, provincia di Como, dove la concentrazione di auto da ricchi edonisti come Porsche e Jaguar è quattro volte la media nazionale. I racconti dei commessi della catena di centri commerciali Bennet, però, sembrano riportare agli anni Cinquanta, come se la nuova era del lavoro flessibile riportasse d’attualità i tempi della manodopera priva di diritti. "L’espresso" ne ha incontrati alcuni perché dal sindacato, dopo lunghe schermaglie con un’azienda forte ormai di 57 iper-mercati dalla Lombardia al Friuli, dal Piemonte all’Emilia, è partito un tentativo di riscossa. Un esposto a tutto campo è stato recapitato alle autorità competenti – Asl e Ispettorato del lavoro, ministero delle Pari Opportunità e Inps – per segnalare comportamenti ritenuti scorretti: discriminazioni contro il personale femminile, quasi interamente impiegato part-time, a differenza degli uomini; utilizzo dei contratti a tempo parziale in modo strumentale per tenere sotto scacco i dipendenti; abuso di provvedimenti disciplinari (30 volte superiori agli altri supermercati) e di visite fiscali (anche una al giorno) durante le malattie: «Si creano situazioni ridicole: il medico arrivava e mi guardava con comprensione, non potendo far altro che confermare la prognosi. Ma lei si immagina come mi sentivo?», è il racconto di una giovane che, come i colleghi, preferisce rimanere anonima.

                Poco conosciuto per la riservatezza che contraddistingue la famiglia dei proprietari, il gruppo Bennet nel tempo è diventato una potenza di media grandezza nel mondo della grande distribuzione. Gli inizi risalgono al 1964, quando il fondatore Enzo Ratti, cugino dell’industriale della seta Antonio Ratti, venne folgorato dalle grandi gallerie commerciali americane e decise di replicarne il modello. La base fu il negozio nel centro di Como in stile "superette", dove già veniva venduto di tutto un po’. Da allora il gruppo si è sviluppato senza soste, raggiungendo un giro d’affari di 1,65 miliardi, che lo pone al secondo posto, dopo l’Esselunga e prima del Pam, tra le catene ancora interamente nelle mani di soggetti italiani, cooperative a parte. Curiosità tra le altre, dalla scomparsa del fondatore, avvenuta nel 1998, la presidenza è nelle mani della vedova, Gianna Agliati in Ratti, al fianco del marito fin dai primi tempi.

                Se si riveleranno vere le accuse della Filcams Cgil, la federazione del commercio, non si potrà certo dire che la mano femminile abbia reso più morbida la conduzione dell’azienda. La famiglia non ha mai nascosto i tratti padronali della gestione: tra le battaglie degli anni passati alcune sono clamorose, come quella per dare una sedia alle cassiere o per interrompere la consuetudine imposta di far timbrare il cartellino 14 minuti in anticipo (regalandoli all’azienda).

                Chi conosce la proprietaria, peraltro, la descrive come una persona dai modi fini di «una contessa che non è nata contessa» ma, allo stesso tempo, dura ed energica. La leggenda che ogni imprenditore alimenta attorno al proprio successo ha i tratti tipici, nel suo caso, della borghesia lombarda: duro lavoro, profitti continuamente reinvestiti, vacanze a Santa Margherita, frequentazioni pubbliche limitate al Rotary e al Teatro Sociale. Una mano dall’esterno, ha suggerito lei in una rara intervista di qualche anno fa, non sarebbe mancata: «Siamo partiti dal niente e senza l’aiuto di Dio non saremmo arrivati da nessuna parte», ha spiegato. L’unico paradiso certo, al momento, è però quello fiscale del Lussemburgo, dove ha sede la holding di famiglia e dove affluiscono i dividendi (in realtà una piccola quota dell’utile) della Bennet.

                Stando alle conclusioni cui è giunta la Cgil, la crescita continua di questi anni non è stata però accompagnata da un’evoluzione adeguata dei rapporti con i lavoratori. Uno dei punti più critici riguarda l’uso del part-time, un tipo di contratto che garantirebbe all’azienda la possibilità di usare il pugno di ferro e di comprimere il costo del lavoro. E che, dopo i primi mesi di prova, verrebbe trasformato in un rapporto a tempo pieno quasi esclusivamente per i dipendenti maschi: una ricorrenza che sembrerebbe escludere che la scelta dipenda interamente dai maggiori impegni familiari delle donne.

                Le testimonianze raccolte al cambio turno da "L’espresso" concordano nel dire che quasi tutti i dipendenti vengono assunti con un orario di 24 ore alla settimana, dando la disponibilità a impegnarsi di più. Una richiesta che diventa la norma e che rappresenta un’esigenza imprescindibile per arrotondare lo stipendio. «Il sabato mattina arrivi per timbrare e non trovi il cartellino. Te lo consegnano con l’orario della settimana successiva, che ogni volta può cambiare e che devi firmare senza proteste», è la versione dei lavoratori. I turni reali, in effetti, arriverebbero spesso a 40 ore settimanali. Bennet otterrebbe così due risultati. Innanzi tutto, fino a questo tetto il lavoro non è straordinario, ma solo supplementare, e l’azienda risparmia contributi per la pensione, ferie, quote di tredicesima, tutte voci maturate sulla base del part-time. In secondo luogo, può disporre dei dipendenti a seconda dei bisogni del momento, nonché di un’arma straordinaria contro chi non piega la testa: la minaccia di tornare all’orario minimo (vedendosi decurtato il reddito) e l’obbligo di accettare turni che cambiano di continuo, rendendo impossibile ad esempio la ricerca di una seconda occupazione.

                Se questi comportamenti siano illegittimi o se rientrino nella norma del settore, toccherà alle autorità interpellate verificarlo. L’anno scorso, tuttavia, la Bennet è stata obbligata dal Tribunale di Como a consegnare per la prima volta il rapporto dovuto all’Ufficio della Consigliera per la Parità (in Lombardia sono 1.300 le imprese tenute a farlo, e Bennet era fra le poche a sgarrare, confermano dall’ufficio stesso). I numeri emersi danno l’idea di un’azienda da cui molti dipendenti scelgono di fuggire e dove è una dannazione essere donna. Nel 2005 (l’anno cui si riferiscono i dati) su 7.160 dipendenti hanno dato dimissioni volontarie in 1.456, altri 418 hanno mollato durante il periodo di prova e 630 sono stati lasciati a casa alla scadenza del contratto. Tra i dipendenti, le donne sono la maggioranza: 4.873 su 7.160. Curiosamente, però, su un totale di 4.681 lavoratori part-time, le donne sono 4.176. Basta incrociare questi ultimi due dati per arrivare a una conclusione: quasi tutti gli uomini lavorano a tempo pieno, quasi tutte le donne sono part-time. Fra i dirigenti, poi, il sesso femminile non è rappresentato. Con l’unica eccezione della lady di ferro dei supermercati: il presidente Gianna Ratti.

              ha collaborato Andrea Morleo