Benetton group, il colore della discordia

23/03/2004





FINANZA
lunedi 22 Marzo 2004
pag. 32


Benetton group, il colore della discordia


VITTORIA PULEDDA


confermando le indiscrezioni degli ultimi mesi, i Benetton hanno deciso di mettere in vendita Autogrill, sacrificando una delle società più redditizie nell’universo di Edizione Holding e proprio quella da cui, nel ’95, era partita la campagna di diversificazione della famiglia. Scelta felice, all’epoca, visto che la società fu acquistata a meno di un euro e oggi dopo un’aggressiva e riuscita campagna di shopping soprattutto negli Usa ne vale in Borsa quasi 12 e si ipotizza di cederla a 1415.
Perché allora vendere? Polemiche con l’Antitrust a parte, la decisione sembra dettata un po’ dalla voglia di far cassa e di ridurre i debiti ma, ancor di più, perché la strategia della diversificazione non ha dato i frutti sperati e la maggior parte delle attività in cui sono attualmente presenti i Benetton guadagna poco, o perde o non è troppo generosa con i suoi azionisti come Autostrade perché deve a sua volta gestire i propri debiti e nello stesso tempo far fronte ad onerosi piani di investimento.
Partiamo dal vertice della piramide, Edizione holding. Nella cassaforte di famiglia ci sono debiti per due miliardi di euro, forse una manciata di spiccioli in più. Grosso modo la stessa esposizione dell’anno prima, anche se i conti fino all’ultimo centesimo non sono ancora stati fatti. Nel totale non è incluso il costo dell’opa su Autostrade (6,5 miliardi la quota Benetton) perché l’indebitamento è stato "girato" alla stessa società scalata. In Edizione non ci sono nemmeno i debiti di Schemaventotto (circa un miliardo) cioè della società che i Benetton controllano indirettamente al 60% e che a sua volta ha il 62% di Autostrade. Sommando anche quelli, proquota, si arriva ad un debito complessivo di 2,62,7 miliardi di euro. Molti, ma ancora ben sotto il rapporto di uno a uno con il patrimonio netto, considerato più che accettabile dagli analisti.
E allora, perché sono sempre più diffuse le voci secondo cui i Benetton sono in difficoltà? E come si spiegano le voci ultranote a chi frequenta Ponzano Veneto e dintorni di un certo nervosismo tra i quattro fratelli (proprio sulle strategie della diversificazione) e tra questi e il neoamministratore delegato di Benetton group Silvano Cassano, a soli otto mesi dal suo arrivo alla plancia di comando della società?
Probabilmente la risposta sta nel fatto che, pur avendo fieno in cascina e buone risorse in portafoglio, quasi nessuna delle attività del gruppo attraversa un buon momento. Per alcuni versi Autostrade comprese, che pur macinando una quantità industriale di utili e potendo contare su un cash flow enorme (l’Ebitda margin è di oltre il 62%) deve far fronte a forti impegni sul versante degli investimenti. La società è florida, molto apprezzata e ben vista dal mercato e la riprova è il corposo programma di nuove emissioni obbligazionarie varato alla fine della settimana scorsa ma anche il piano di investimenti è altrettanto corposo, se non di più. E non a caso già da quest’anno Autostrade, che pur ha visto aumentare del 32% su base comparabile l’utile netto, ha lasciato invariato il dividendo.
Insomma, quel business va avanti da solo, ma non porta troppo fieno in cascina ai Benetton, almeno per il momento. Per questo il processo di rifocalizzazione del gruppo è partito dalla cessione di Autogrill. La società è stata oggetto di forti polemiche nei giorni scorsi e Gilberto Benetton ha detto a chiare lettere di essere stato quasi costretto a cedere la partecipazione per i continui screzi con l’Antitrust, eppure, già nei mesi scorsi era partito il tam tam sulla possibile cessione dell’asset. La famiglia ha la partecipazione ad un prezzo di carico molto basso, 170 milioni di euro, e sembra che punti ad una plusvalenza di circa 1,8 miliardi di euro. Il che significa che i Benetton puntano a vendere Autogrill a circa 15 euro per azione, cioè oltre 11 volte l’Ebitda. E proprio questo è l’ostacolo che sta incontrando Goldman Sachs (advisor ufficiale per la "valorizzazione", cioè la vendita, di Autostrade) sebbene siano già arrivate quindici manifestazioni di interesse. Per la cessione vera e propria si dovrebbe ricalcare lo schema della vendita all’asta già seguita per l’Eti e per Seat pagine gialle, che finora ha garantito i maggiori introiti per i venditori. Il problema, però, è che a questi prezzi (intorno ai 15 euro) è difficile estrarre altro valore in tempi brevi dalla società, operazione cui puntano invece i fondi di private equity (quelli maggiormente interessati alla vendita di Autogrill).
Ma le note dolenti si chiamano in altro modo. E soprattutto hanno il nome della famiglia stessa, Benetton group. Il 2002 si è chiuso in perdita, per la chiusura dell’infelice campagna di diversificazione nell’abbigliamento sportivo. Il 2003 non avrà questi gravami e dovrebbe registrare un centinaio di milioni di utile, ma la redditività ordinaria e il fatturato nei primi nove mesi erano in calo rispetto al 2002 e difficilmente i risultati di fine anno saranno fonte di sorprese positive. Insomma, chiuso il capitolo dello sport sono finite le perdite ma non esplodono certo i guadagni. Ed è proprio questo il nodo più doloroso per i Benetton: il tessile, il core business per antonomasia, non garantisce più grandi margini, non fa guadagnare abbastanza.
L’altra parte della campagna diversificazioni da Telecom, ad Antonveneta, tanto per citare le più note è solo fonte di dolori. Nel 2002 Edizione holding aveva effettuato svalutazioni per 153 milioni di euro su questo fronte; se adeguasse il valore di carico di Olimpia (e quindi Telecom) ai prezzi di mercato, la stessa cifra basterebbe solo per la metà delle perdite latenti. Senza contare che sia Olimpia che Antonveneta hanno chiesto ai soci di mettere mano al portafoglio, nel corso del 2003.