Bell’Italia e la crisi delle società turistiche

21/05/2004


  economia e lavoro


venerdì 21 maggio 2004

Bell’Italia e la crisi delle società turistiche
In un mercato di forti tensioni, dopo la Parmatour dei Tanzi problemi anche per Cit, Valtur e Viaggi del Ventaglio
Sandro Orlando

MILANO Sembra ormai quasi una maledizione, ma dopo i contraccolpi subiti in seguito alla tragedia del’11 settembre, alle guerre in Afghanistan e Iraq e alla Sars, il settore del turismo in Italia vive oggi una nuova crisi, a causa delle difficoltà finanziarie certo, ma anche dei guai giudiziari che negli ultimi tempi si sono accaniti sui rappresentanti dei principali operatori.

La famiglia Tanzi innanzitutto, ma non solo. Perché prima che il crac Parmalat trascinasse con sé nella voragine la Parmatour, con le sue controllate (Sestante, Club Vacanze, Chiariva, Lastminutetour, Going, Comitour) e i suoi 700 dipendenti, un’altra bancarotta aveva affossato uno dei marchi più famosi del comparto, il gruppo Bagaglino-Italcase di Mario Bertelli, seppellito sotto una montagna di debiti per più 600 milioni di euro. Un dissesto, che oltre a travolgere a cascata le 20 società della holding (con relativi addetti), ha portato l’estate scorsa ad un’impressionante sequela di rinvii a giudizio per l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni e di bancarotta fraudolenta, e truffa. Tra i 70 imputati che dovranno comparire al processo per il crac del Bagaglino che si aprirà a novembre a Brescia, molti i nomi eccellenti, a partire dai vertici dei principali creditori del gruppo, ovvero la Banca agricola mantovana (Montepaschi), la Banca nazionale dell’agricoltura (Antonveneta) e la Banca di Roma (Capitalia). Ma accanto a volti noti come Pier Luigi Fabrizi, Roberto Colaninno, Ettore Lonati, Steno Marcegaglia e Cesare Geronzi, sul banco degli accusati dovrà sedere anche Carlo Maria Colombo, uno degli ex amministratori dei Viaggi del Ventaglio, costretto a dimettersi proprio in seguito alla vicenda.

Il secondo tour operator italiano, che fa capo alla famiglia di Bruno Virginio Colombo (un omonimo, senza alcun rapporto di parentela con l’amministratore rinviato a giudizio), ha avuto infatti la sventura di incrociare i destini di Bertelli, in uno degli ultimi tentativi di salvataggio del suo gruppo, risalente all’estate di tre anni fa. Un’operazione rocambolesca e piena di ombre, che avrebbe dovuto portare al trasferimento di alcune strutture alberghiere col marchio Bagaglino situate in Sardegna, ai Viaggi del Ventaglio, ma venne interrotta nel mentre dalle istanze di fallimento e dai sequestri della Guardia di Finanza. Da quell’incidente il tour operator della famiglia Colombo – che opera con sei marchi (Ventaglio, Ventaclub, Columbus, Caleidoscopio, Utat, Best Tours) e più di 2 mila dipendenti – non si è più ripreso, anche se evidente che non esiste alcun nesso tra le disavventure giudiziarie di uno dei suoi amministratori, peraltro subito estromesso dalla gestione societaria, e il successivo andamento del gruppo. Eppure a dispetto di un giro d’affari in costante crescita (dai 510 milioni di euro del bilancio chiuso nell’ottobre 2001, ai 693 milioni di due anni dopo) i conti sono peggiorati drasticamente, fino a far chiudere l’ultimo esercizio con perdite più che raddoppiate a 32,8 milioni.

Ma soprattutto è aumentata l’esposizione finanziaria, con circa 125 milioni di debiti nei confronti delle banche, e in più la spada di damocle di un prestito obbligazionario da 100 milioni, che dovrà essere rimborsato nel maggio 2005. Una situazione di notevole stress che ha spinto la famiglia Colombo, prima azionista dei Viaggi del Ventaglio col 70%, a mollare la presa, diluendo la sua quota con un aumento di capitale fino a 50 milioni (tutto il gruppo in Borsa attualmente ne vale 39), che consentirà l’ingresso di nuovi soci. Un’operazione che si accompagnerà ad una serie di dismissioni e tagli.

Stretta in una duplice morsa, giudiziaria e contabile, è anche la Valtur, il tour operator della famiglia di Carmelo Patti, imprenditore dell’indotto Fiat a capo della Cablelettra. Per il patron della Valtur la Procura di Marsala ha appena chiesto una condanna a tre anni e mezzo per un’evasione fiscale da 36 miliardi di vecchie lire e reati connessi, insieme al commercialista Michele Alagna, cognato di un esponente di spicco di Cosa nostra, oggi latitante, e ad altri 8 imputati.

Contemporaneamente l’operatore turistico, dopo aver azzerato più di un terzo del suo capitale (51,5 milioni) a causa delle perdite, ha avviato un piano di ristrutturazione sotto la regia di Franco Tatò, che ha già fruttato un prestito ponte da 70 milioni, garantito dalla cessione di quatto villaggi. Ma anche per Valtur, la via della salvezza passa per un’alleanza con un partner forte. Il problema, solo, è trovarlo.

Perché anche la Cit della famiglia Gandalfi, che si trascina sotto più di 60 milioni di debiti con le banche, ha chiuso l’ultimo esercizio con 40 milioni di perdite, è alla ricerca disperata di soci con grandi disponibilità finanziarie. Proprio quello che anche tra i big del settore, come Alpitour, oggi sembra scarseggiare.