Beffati e mazziati

08/07/2010

«La manifestazione degli aquilani? Si sentivano un po’ di fischietti ma niente di più…». Franco Frattini ci mette qualche secondo a liquidare almeno un’ora di tensioni, scontri e manganellate sotto Palazzo Grazioli. Dentro, dove è in corso il vertice del Pdl, la quiete è garantita da centinaia di carabinieri, poliziotti e finanzieri del nucleo antiterrorismo chiamati in forze anche dalle più remote caserme di Roma con l’ordine – tanto irremovibile quanto assurdo (via del Plebiscito ha visto scorrere decine di altre manifestazioni di protesta, anche più dure) – di non permettere il passaggio dei terremotati senza casa sotto la casa del re dei miracoli aquilani. Sono già quasi le due del pomeriggio e da ore ormai la tensione è stata sapientemente (o stoltamente) alimentata da chi ha diretto in piazza le forze dell’ordine. Eppure era tutto già prevedibile. Migliaia di abruzzesi di ogni estrazione sociale e politica, giovani e anziani, alcuni dei quali non avevano nemmeno mai visto piazza Montecitorio, fin dalle 10 del mattino hanno atteso a piazza Venezia sotto il sole rovente romano con sempre meno pazienza che gli venisse concesso di poter gridare la loro rabbia sotto le finestre del Parlamento, proprio mentre la manovra di Tremonti assesta gli ultimi colpi al loro futuro. «Non chiediamo favori né elemosina,ma diritti». Portano centinaia di bandiere nero-verdi (i colori della città) e il loro «Sos: sospensione delle tasse, occupazione, sostegno all’economia ». Chiedono di non essere trattati come cittadini di serie B, vogliono una legge organica, fondi certi e sospensione del regime fiscale, come dopo ogni terremoto. E avvertono: «Macerie di democrazia: oggi L’Aquila, domani l’Italia». Tre-quattro mila persone, che è numero incredibile per un popolazione già ridotta allo stremo, con i sindaci e i gonfaloni dei comuni del cratere in testa, e con l’adesione perfino della diocesi e dei sindacati di polizia, sono partite all’alba da tutti i paesi del cratere terremotato, a bordo di una quarantina di pullman e con mezzi propri. Sapevano di non aver ottenuto l’autorizzazione a sfilare fino a piazza Montecitorio, ma di divieti e barriere ne hanno abbastanza: «Lo sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata, ma non ci aspettavamo certo questa accoglienza. Davanti ai terremotati sono sempre stati schierati corpi di polizia in assetto antisommossa, mentre si stendevano i tappeti rossi per le passerelle durate mesi sotto i riflettori dell’Aquila», ripetono quasi increduli ad ogni microfono, ad ogni angolo, ad ogni colpo. Strategia della tensione Abruzzesi contro abruzzesi: hanno tentato di dividerli, disperderli, annullarli. Nella piazza reale e in quella virtuale dei «media di regime». Anche la Questura capitolina sapeva che gli aquilani non avrebbero accettato tante restrizioni, altre volte ha mostrato maggiore capacità di comprensione e di gestione dell’ordine pubblico. E invece no: inutili muri di agenti sono stati eretti a ogni angolo, ad ogni svolta. Bloccati fin dalla partenza, a piazza Venezia, anche quando già era arrivato l’ok per il corteo, con un superfluo corpo a corpo tra agenti arrabbiati (e ne hanno di che) e sfollati «forti, gentili e incazzati neri», come avverte un striscione. E poi più su, lungo via del Corso, all’altezza di via di Pietra, dove il muro degli agenti antiterrorismo («Non siamo terroristi», gli urlano alcune donne e qualche finanziere si toglie il distintivo) si oppone fino alle estreme conseguenze. Colpi di manganello arrivano diretti su persone con le mani alzate e voltate di spalle, come nel caso riferito da Vincenzo Benedetti, pizzaiolo aquilano che avrà bisogno di 20 punti di sutura sulla testa e lascerà le sue impronte di sangue sul muro della vicina banca: «È il sangue di un aquilano», dice prima di farsi medicare dall’ambulanza più vicina. I manifestanti feriti sono due, ma perfino Giovanni Lolli, deputato aquilano del Pd che per tutto il tempo ha affiancato i comitati nelle trattative con i funzionari di polizia, ne prende una certa dose (ma di parlare male degli agenti non ne vuole sapere: «Facevano solo il loro dovere, le manganellate le ha date il governo»). E poi ancora più su, a due passi ormai da palazzo Chigi, quando finalmente comincia la discesa (e la passerella) dei politici, con il leader Idv Antonio Di Pietro che sotto i riflettori si mette alla testa del corteo offrendosi come mediatore. Ma a questo punto c’è poco da mediare: piazza Montecitorio è satura, riempita dalle carrozzine degli invalidi che contestano la manovra, e non c’è altro a fare che trovare un posticino anche per i terremotati. Così succede lì, sotto la sede del governo, che i microfoni del sound system aquilano si aprono ai politici che chiedono di parlare, anche se stufano presto e si prendono pure un po’ di insulti in abruzzese. Ma non basta: il muro antisommossa si rialza ancora in via del Plebiscito, dove ne fanno le spese perfino giornalisti e fotografi. Un vecchietto che calza un caschetto giallo prende una manganellata in testa che lo lascia più che altro esterrefatto.Ma fa inviperire tutti gli altri. Evita il peggio l’arrivo di uno strapazzatissimo Massimo Cialente, sindaco Pd dell’Aquila, che con le mani alzate cerca di riportare la calma. Ci riesce, ma nessuno riuscirà a far proseguire i terremotati per quei 30 metri che mancano alla fine della strada: si torna indietro e, con un giro che blocca di nuovo mezzo centro storico, il corteo finalmente arriva a piazza Navona, sotto le finestre del Senato da cui sbuca (grazie a un blitz dell’Idv) una bandiera nero-verde.
Agenti abruzzesi Abruzzesi contro abruzzesi: «Pensate che sono stati mobilitati per questa manifestazione soprattutto agenti di polizia abruzzesi», racconta Di Pietro e sembra quasi una boutade. Perché lo avrebbero fatto? «Per fare pressione psicologica», risponde l’ex magistrato. La conferma viene dagli stessi poliziotti, che alla domanda diretta annuiscono con un cenno del capo e lo sguardo rassegnato. Qualcuno si lascia andare nei tanti capannelli che si creano: «Siamo con voi e più incazzati di voi, con questo governo». «Non metterete gli aquilani contro la polizia: venite voi a darci le manganellate, prendetevi almeno questa responsabilità», gridano i manifestanti (che la Questura romana accusa di essere «provocatori antagonisti») sotto Palazzo Grazioli. Due sindacalisti aquilani del Coisp (il sindacato di polizia che ha aderito alla manifestazione) portano in corteo due sagome di poliziotti grandezza naturale trafitte da un coltello che li pugnala alla schiena. Decisamente eloquenti. Parole e promesse Eppure missione è compiuta: i terremotati aquilani hanno mostrato che nessuno è più disposto da quelle parti a farsi pecora (un manifestante se n’è portata una di peluche dietro, tanto per essere chiari). E in effetti qualcosa hanno ottenuto, soprattutto d’ora in poi più rispetto. Ma la maledizione della passerella non li ha abbandonati nemmeno in una Roma che, a parte le manganellate, li ha accolti con applausi, sorrisi e fotografie. E siccome da bravi abruzzesi ormai si sono "inaciditi", non hanno accolto bene neppure Marco Pannella che da quella terra viene e che ha appena concluso proprio all’Aquila il congresso dei Radicali italiani trasferito appositamente. Ma lui ovviamente ha ricambiato e ne ha mandati a quel paese un bel po’. I radicali c’erano tutti, come anche il segretario Prc Paolo Ferrero, e non cercavano microfoni. Anche grazie a loro si è potuto strappare al Pd una promessa e un impegno. È Pierluigi Bersani in persona a farla, proprio dai microfoni del sound: «Oggi qui, davanti al Parlamento, ci sono tante persone di diverse categorie sociali che protestano. Ma per il Pd – scandisce – la priorità numero uno per l’Italia è L’Aquila. La nostra battaglia in
Parlamento sarà per ottenere una tassa di scopo». L’applauso se lo guadagna e un «grazie» pure. Ma subito dopo arriva lucido anche un «aspettiamo di vedere i fatti, oltre alle parole». «Gli strumenti li avete – incalzano senza pietà dal microfono – e se non ci riuscite potete sempre dimettervi».