Battaglia contro le pensioni di Maroni

21/06/2004

    21 Giugno 2004

    Battaglia contro le pensioni di Maroni

    Cgil, Cisl e Uil preparano una nuova protesta. Bersani: opposizione dura

    Bianca Di Giovanni


    ROMA Domani alla Camera inizia la battaglia finale sulle pensioni (si comincia la discussione del testo in terza lettura in commissione Lavoro), con l’opposizione che non esclude il ricorso all’ostruzionismo, se ve ne fosse bisogno. Il giorno dopo, mercoledì, i vertici Cgil, Cisl e Uil decideranno come organizzare la lotta. Giornate di fuoco sulla previdenza, mentre il governo (e Giulio Tremonti per primo) spera in un altro blitz con il voto di fiducia che consenta al superministro dell’Economia di presentarsi a Bruxelles (e alle agenzie di rating che ormai incontra a margine di ogni Ecofin) con la (contro)riforma in tasca per ottenere qualche sconto sul deficit.
    Il destino dell’intervento previenziale si giocherà tutto prima dell’appuntamento europeo, fissato il 5 e 6 luglio. Il fatto è che la previdenza entra a pieno titolo nello scontro politico scatenato dai risultati elettorali. L’Udc, uscita vincitrice dalle urne, reclama più attenzione alle richieste sindacali, forte anche dell’ultimo appello di Antonio Fazio sulla necessità di lavorare assieme alle parti sociali. Come al solito la affianca, ma stavolta con qualche debolezza, An, e in particolare la destra sociale capeggiata dall’asso pigliatutto Gianni Alemanno. Naturalmente la Lega, e Roberto Maroni che ancora pensa di essere il titolare della (contro)riforma (in realtà scritta da Tremonti su dettatura di Umberto Bossi) , vede qualsiasi apertura ai sindacati oggi come fumo agli occhi. È chiaro quindi che a sbloccare lo stallo Udc-Lega sarà il ballottaggio più atteso, cioè quello milanese. Se Ombretta Colli perderà, parecchie cose cambieranno all’interno della maggioranza. E forse anche in Via Venti Settembre.
    Nel frattempo gli schieramenti si affronteranno a Montecitorio. «La nostra battaglia sarà dura – annuncia Pier Luigi Bersani – Ormai ogni settimana che passa si sta creando un coro universale che sottolinea l’assoluta irrazionalità di una riforma che è iniqua, pesante e inutile. Voglio ancora credere che il governo possa riaprire quel tavolo con i sindacati che non ha mai funzionato e che voglia rimanere fedele agli impegni presi con la riforma Dini». Due i punti di maggiore criticità individuati dalle opposizioni. Lo «scalone» del 2008, che alza d’un colpo l’età pensionabile, e la questione del Tfr (trattamento di fine rapporto) nella previdenza complementare. «Le norme introdotte in Senato – dichiara Renzo Innocenti (Ds) – favoriscono in modo evidente e inaccettabile le polizze individuali gestite dalle assicurazioni». I Ds non intendono rinunciare facilmente ad un nuovo confronto con i sindacati. «Insisteremo perché in commissione vengano chiamate le parti sociali per un confronto – continua Innocenti – che consenta di cercare soluzioni sulle due questioni che ho evidenziato e sul resto per una revisione di alcune norme come quelle di sostegno per i lavoratori precari». Dalla Margherita Pierluigi Castagnetti lancia la sfida ad An e Udc. «Se i rapporti di forza all’interno della maggioranza sono davvero mutati – dichiara – questo è il primo banco di prova. Noi comunque faremo una battaglia forte come abbiamo fatto già al Senato e presenteremo le nostre proposte chiedendo che vengano audite le parti sociali in commissione».
    Dal fronte sindacale il leader Uil Luigi Angeletti assicura: «Prima del 2008 la faremo cambiare». Savino Pezzotta aggiunge che mercoledì si deciderà assieme cosa fare. I temi all’ordine del giorno della segretaria unitaria sono parecchi: oltre alla previdenza, c’è il nodo dello sviluppo e la ripresa del Mezzogiorno. Ma sicuramente la previdenza avrà un’attenzione particolare, viste le scadenze in vista. «Quella delega è sbagliata, iniqua e allo stesso tempo è improduttiva – osserva Morena Piccinini, segretario confederale Cgil – anche sul piano dello sviluppo della previdenza complementare, che finora è stata il cavallo di battaglia del governo. Noi chiediamo che la delega venga radicalmente cambiata anche attraverso un dibattito parlamentare che finora non c’è stato perchè al Senato la riforma è passata con un colpo di mano». Per Piccinini «se ponessero la fiducia anche alla Camera sarebbe un atto di arroganza ancora più grave di quello del Senato, perché la Camera approvò un testo completamente diverso e dovrebbe essere proprio un dovere parlamentare entrare nel merito se siamo ancora in un sistema bicamerale».