«Basta guerre di religione, Vogliamo un buon accordo»

03/06/2002







Del 3/6/2002 Sezione: Economia Pag. 4)
Colloquio
Paolo Baroni

«Basta guerre di religione
Vogliamo un buon accordo»


DOPO i grandi scioperi, nella tradizione sindacale italiana, sono sempre venuti i grandi accordi. Sono fiducioso quindi, come il presidente Berlusconi, che anche allo sciopero generale di aprile segua adesso un accordo non solo sulla questione parziale dell´articolo 18, ma soprattutto sui grandi temi della flessibilità e della sicurezza del lavoro». Così il sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi condensa il suo punto di vista all´indomani della rottura tra la Cisl e la Uil e la Cgil di Sergio Cofferati. «Finalmente riparte un negoziato vero. Sono ottimista che Cisl e Uil riusciranno a non portare il sindacato in un vicolo cieco. La lotta permanente non fa parte della cultura sindacale che dopo lo sciopero punta al compromesso. Questa era anche la cultura di Cofferati, almeno quando era leader dei chimici. Io capisco tenere duro sull´articolo 18 fino allo sciopero ma adesso che senso ha una posizione a priori, che non discute, assoluta?». L´esperienza come esperto di lavoro per le Nazioni unite, ha insegnato al pragmatismo al sottosegretario al Welfare: «Che senso ha tirare in campo questioni di principio, i diritti dell´uomo, le ragioni di civiltà a proposito dell´articolo 18? Se sono principi violati avrebbe ragione allora Fausto Bertinotti a chiedere il referendum per estendere ai 3 milioni che ne sono esclusi la tutela contro i licenziamenti senza giusta causa. Come farà allora Cofferati a dire no al referendum? Cosa sono questi lavoratori, caporali? Chi tutela le colf e i dipendenti stessi del sindacato? Diciamo la verità: non è in discussione il giusto diritto al lavoro. Il nostro governo non ha mai pensato di toccarlo». Da dove nascono allora sottosegretario questi mesi di tensione sociale? «Il governo Berlusconi ha chiamato il sindacato a un confronto e a una verifica sui grandi temi del lavoro e della società. Capisco e apprezzo che il sindacato si batta per la difesa dei diritti dei lavoratori che già ne godono, ma dobbiamo insieme sperimentare gli strumenti adatti per restare competitivi nell´economia globale». Lei vede quindi il referendum di Bertinotti, persuaso che il ricorso alle firme sia la naturale prosecuzione della battaglia sindacale, come una contraddizione? «Il referendum mette a nudo ogni possibile ipocrisia. Il problema vero è che stiamo affrontando un negoziato di grande portata e che adesso la questione dell´articolo 18 viene finalmente riportata alle proporzioni che merita. Una fra le tante misure messe a punto per tutelare insieme occupati e disoccupati. L´ha detto bene il presidente Berlusconi, l´Italia prospera se riesce a trovare un migliore equilibrio tra flessibilità e sicurezza del lavoro». L´articolo 18 non deve quindi essere una trincea sulla quale vincere o morire? «Ma niente affatto. Dobbiamo raffinare strumenti che colleghino la rete dei nostri servizi di welfare. La borsa del lavoro, capace di mettere in contatto posti e persone, la formazione di chi il lavoro lo sta ancora cercando con i colloqui di orientamento finalizzati a ciascun individuo. E magari anche una più robusta indennità di disoccupazione. Questa è la vera tutela sociale di chi lavora: così daremo più forza, nel mercato, alle fasce deboli. Pensi al Mezzogiorno. Specialmente quando ci sarà la ripresa noi avremo il paradosso di un paese, l´Italia, con un mercato del lavoro saturo al Nord. Dovremo quindi indirizzare al Sud quelle spinte alla delocalizzazione che tanto forti sono nel Nord est. Certo, sveltendo le procedure, altrimenti rischiamo di moltiplicare l´Odissea vissuta da quegli imprenditori di Treviso che per avviare una attività a Manfredonia hanno penato più di quattro anni. Sei i tempi sono questi, altro che delocalizzazione! Anche i patti territoriali, per intenderci, debbono essere una procedura in meno non una procedura in più». Ma la ripresa economica, sottosegretario, ci sarà? I segnali non sono buoni in Europa e anche in America sono contraddittori. «La ripresa dipende da molte variabili, ma i fondamentali economici devono andare a braccetto con i fondamentali sociali. Berlusconi intende perseguire gli obiettivi stabiliti a Barcellona. Lo sviluppo economico non ci basterà se ci ostiniamo a sottovalutare le risorse umane. I nostri livelli di occupazione raggiungeranno i migliori standard europei solo dopo un grande patto, raggiunto senza pregiudizi tra le parti sociali. E´ la vecchia lezione del sindacalismo alla Luciano Lama, grandi lotte, grandi accordi, grandi patti». Ci sono stati da parte vostra errori di comunicazione, forzature? «Forse una sottovalutazione dei tempi in cui viviamo, tempi di ansietà, incertezza, paura dei licenziamenti facili. La gente soffre di insicurezza e non siamo riusciti ad evitare che diffondessero i messaggi sbagliati». Cosa di aspetta dai prossimi incontri? «Dopo la guerra di religione adesso mi aspetto una onesta mediazione pragmatica. Da anni ormai parliamo di "hiring and firing", assunzioni ed esuberi. Dobbiamo imparare a tradurre in posti di lavoro la ripresa. Anche Franco Modigliani, l´economista premio Nobel che spesso non ci ama, la pensa così. Spero che il buon senso finalmente prevalga».