“BaseUsa” Promesse da marines

31/01/2007
    N.4 anno LIII – 1 febbraio 2007

    Pagine 52/54 – Attualità

      LA BASE DELLA DISCORDIA

        Promesse da marines

          Affitti, shopping, forniture: il nuovo insediamento Usa di Vicenza porterà ricchezza? Il comitato del no prevede il contrario. E già oggi Roma paga un terzo dei costi

            di Roberto Di Caro

              Il conto è presto fatto. Colonna entrate, l’esercito americano spende ogni anno a Vicenza e dintorni 78 milioni di dollari tra stipendi al personale italiano, affitti in città, appalti a ditte e cooperative locali per i più vari servizi alla caserma Ederle: i dati sono quelli forniti dal Consolato Usa a Milano, più ufficiali di così si muore. Colonna uscite, lo Stato italiano versa in contributi diretti e indiretti per il mantenimento della base americana di Vicenza, così com’è ora, 60 milioni di euro, al cambio attuale 78 milioni di dollari: un sesto dei 366 milioni di euro di ‘condivisione del peso’ prevista dagli accordi di Parigi del 1952, calcolato sull’ultimo dato ufficiale del 2004. Ma se quanto ci lasciano è uguale o inferiore a quanto gli diamo, che ci li teniamo a fare, gli americani?

              Sono i conti della serva, naturalmente. Ma questo è appunto il primo drammatico aspetto della partita sulla nuova base Usa all’aeroporto Dal Molin: in mancanza d’altro non resta che il bilancino degli utili spicci, del quanto ci mettiamo in tasca. E altro non c’è. Non una politica estera, non un accordo fra Stati da onorare, che nessuno ha mai sottoscritto e ratificato, spacciando invece la costruzione di una seconda base al Dal Molin come un semplice ‘ampliamento’ dell’esistente Ederle da gestire in termini tecnici e non politici. Che le cose stessero così deve averlo capito al volo "il noto uomo d’affari italo-americano e diplomatico dilettante cavalier Spogli", come il presidente emerito Francesco Cossiga chiama l’ambasciatore americano: che nel suo blitz del 9 gennaio in città, quando diede gli ‘otto giorni’ a Prodi perché dicesse di sì o di no, si è comprato in un solo incontro tutte le locali associazioni di categoria, Coldiretti inclusa, solo ventilando di togliere il dazio del 5 per cento per le imprese orafe che esportano negli Usa. Se dunque siamo in un suk, non ci resta che andare a vedere quanto costano cammelli e tappeti.

              Del resto, sembra che non siamo solo noi a trattare le questioni strategiche con l’occhio ai conti della serva. Come mai l’intera produzione di riscaldamento e acqua calda alla Ederle, anziché a metano, è ancora a gasolio, sistema smantellato da decenni nelle case italiane perché altamente inquinante? "La nostra quota di ‘condivisione’ del costo della base" (32 per cento per la Germania, 37 per cento per l’Italia fino al 2000 quando Berlusconi la alzò al 41) "comprende l’esenzione da accise, addizionali e Iva: sul gas equivale a uno sconto del 40 per cento, sul gasolio di quasi il 70. Ci inquinano per risparmiare", calcola Eugenio Vivian, ingegnere, un’impresa di elettronica industriale, moderato di centrodestra schierato contro il nuovo insediamento. Perseverare è diabolico, e anche il progetto per il Dal Molin prevedeva il gasolio: "Ma al primo rilievo degli organi comunali si è immediatamente passati a prevedere un avanzato impianto di cogenerazione a gas naturale. E uno simile la Siemens lo sta studiando anche per la Ederle", replica Michele Lo Verde, geometra all’Ufficio tecnico della base Usa, in questi mesi l’uomo delle trattative fra l’amministrazione della U. S. Army e il nostro Stato Maggiore.

              Taccagni qua, grandiosi là. Il verbale della prima riunione ufficiale sullo sviluppo dell’area del Dal Molin con i dirigenti dell’Aim, la municipalizzata vicentina dei servizi, elenca nei dettagli le richieste americane: acqua, da 60 a 250 litri al secondo, elettricità 9 megawatt di potenza impegnata, gas 900 metri cubi l’ora. "Significa che 2 mila soldati consumerebbero tant’acqua, luce e gas quanto 30 mila vicentini", annota il perfido Vivian: "Contano di passare il tempo a lavare e cucinare, se neanche ci dovranno sciacquare mezzi militari, che dicono non porteranno?". Replica Lo Verde, uno dei firmatari del verbale: "Ma è stata una svista dei progettisti in America, poi corretta, numeri calcolati su esigenze ipotetiche e irreali. Se quelli del ‘no’ puntano su cose del genere la loro protesta avrà le gambe corte".

              L’occupazione, gli affitti, gli acquisti: il termometro della ricchezza che le basi dovrebbero portare alla città. Ci sono oggi a Vicenza 1.150 appartamenti affittati dall’amministrazione americana per cittadini statunitensi, il cui bonus-casa va dai 650 euro per un single soldato semplice in su. Che fine faranno? All’attuale blindato Villaggio della pace in zona Settecà, che ospita 400 villette, verrà aggiunta una seconda ‘housing area’ a cavallo tra i Comuni di Quinto Vicentino e Torri di Quartesolo, con altre 410 ville: Torri non s’è ancora pronunciato, ma l’amministrazione della base ha già affidato l’incarico, a trattativa privata, all’impresa Pizzarotti di Parma. "E gli otto palazzi di quattro piani progettati per il Dal Molin dovranno comprendere camere singole per 1.200 militari più 58 suite più un albergo interno da 50 camere alla Ederle: è evidente che a regime, fra dieci anni, gli affitti sparsi per la città sparirebbero", rileva Cinzia Bottene, una dei leader dei comitati del ‘no’. Nega, invece, Roberto Cattaneo, dipendente dell’amministrazione americana, responsabile tecnico-amministrativo delle mense alla Ederle e portavoce del comitato per il ‘sì’: "Metà dell’attuale Villaggio della pace verrà smantellato per spostare lì le scuole, dalla materna alle superiori, oggi allocate nell’intasata caserma Ederle. Gli affitti esterni rimarranno". Contro di lui gioca semmai l’orientamento generale del Pentagono: che concentra in aree protette gli insediamenti abitativi dei suoi militari all’estero con famiglia. Quanto agli yankees che spendono in made in Italy e fanno ricchi i commercianti, per Cattaneo del ‘sì’ "basta vedere la folla al mercato della domenica di Camisano", per Bottene del ‘no’ "chi vuole che compri un paio di Levi’s a 110 euro in un negozio vicentino quando li trovano all’interno della Ederle a 36 dollari e 90 centesimi?".

              Già, perché la Ederle non è una caserma come ce la immaginiamo noi: è una città nella città. Dentro c’è tutto: pub, ristoranti, burger king, cinema, teatro, libreria, scuola, sanità, concessionario d’auto multimarca, un enorme centro commerciale con ogni bene di consumo, dal vestiario alle lavatrici: tutto a prezzi bassi, il grosso importato dagli States. "Se sbaraccasse", attacca Cattaneo evocando scenari da science-fiction, "si aprirebbe un buco nero, sparirebbero 750 dipendenti italiani oggi regolarmente assunti dall’amministrazione Usa e altre centinaia che lavorano nelle imprese di servizi in appalto, più altri 4 mila americani che oggi risiedono in città…". Ricatto dell’occupazione nel florido nord-est? "Se sbaraccassero la Ederle e si recuperasse il Dal Molin, che insieme fanno 2,5 milioni di metri quadri, quasi il doppio dell’attuale zona industriale, si aprirebbero fantastiche opportunità per lanciare a Vicenza quel terziario avanzato che le manca: l’Università di Padova non aspetta altro che spazi per delocalizzare Medicina biomedica e aerospaziale, e quella di Verona alcuni corsi di economia", ribatte secco Vivian elencando una sfilza di altre chances, dal fotovoltaico all’incubatore di imprese. E stimando 1.200 nuovi posti in cinque anni, 2 mila in dieci, edilizia esclusa: con la semplice riconversione dell’esistente, senza costruire un solo metro cubo in più. Una prospettiva in rotta di collisione proprio con il business delle nuove costruzioni al Dal Molin fiutato dalle imprese, vicentine e no. In 70 hanno già scaricato il pre-bando per gli appalti futuri lanciato sul sito della base americana a metà novembre: quando ufficialmente nessuna decisione era stata presa a Roma e, prima della copertina de ‘L’espresso’, nessuno o quasi ammetteva di sapere qualcosa al riguardo. Come al suk, appunto: quando il venditore ti mette in tasca la mercanzia prima che tu abbia detto di sì. Da consumato mercante, sa bene che poi non riuscirai più a rifiutare.