“BaseUsa” «Il veto alla Cgil? Fuori dal tempo»

29/01/2007
    sabato 27 gennaio 2007

    Pagina 8 – Primo Piano

    IL CASO

      Pipes e Luttwak: il veto Usa alla Cgil?
      Fuori dal tempo

        La storica avversione verso il sindacato mise a rischio la coproduzione di «Quo Vadis?»

          Ennio Caretto
          DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

            WASHINGTON – «Non possono iscriversi alla Cgil?». Al telefono dalla sua abitazione presso Boston, l’ ex consigliere del presidente Ronald Reagan e storico del comunismo Richard Pipes ride del divieto della base Usa di Vicenza ai dipendenti italiani di tesserarsi presso il sindacato un tempo definito «rosso». «Mi sembra un anacronismo» dice divertito. «Aveva una sua logica nella guerra fredda. I partiti comunisti si dovevano allineare all’ Urss, che mirava a distruggere gli Stati uniti. Anzi, in seguito a un diktat del 1919 del Cremlino, si dovevano prestare al sabotaggio e allo spionaggio a nostro danno. Per questo i militari non potevano ospitare nelle nostre basi gente della Cgil, perché potenzialmente erano un pericolo. Ma adesso che l’ Urss è crollata questa norma non ha più ragione di essere».

            Eppure pare che viga ancora anche nelle basi della Nato. «Penso che il nostro Ministero della difesa e quelli dei Paesi alleati debbano rivederla. Non escludo che esistano motivi per tenere fuori dalle basi individui o gruppi di estrema sinistra, ma un intero sindacato? E in un Paese come l’ Italia, che è tra i più democratici anche se tra i più chiassosi del mondo? La norma va emendata, se non abrogata, anche in vista dell’ apertura di nuove basi americane negli ex stati satelliti dell’ Urss nell’ Europa dell’ est. Il Pentagono ha il diritto di decidere autonomamente, ma riterrei utile una discussione collettiva della Nato». Egualmente ironica è la reazione di Edward Luttwak, l’ esperto di questioni militari che l’ altro ieri ha deposto al Congresso a favore di una riduzione delle truppe Usa in Iraq, del loro ripiegamento su posizioni difensive e del loro uso solo per interventi d’ emergenza. «Ma non si finisce mai con Vicenza? – sbotta Luttwak – Un tormentone che qui lascia il tempo che trova? Se la Cgil si sente vittima di un torto, segua l’ iter previsto. Non è uno stato a sé, è un sindacato: deve rivolgersi al vostro Ministero degli esteri, affinché si rivolga al nostro Dipartimento di stato, che poi a sua volta si rivolgerà al Pentagono. I rapporti tra l’ Italia e l’ America rimangono eccellenti nonostante il braccio di ferro sulla base. La questione verrà risolta in sede politica e diplomatica». Ma anni fa l’ ambasciata Usa a Roma rispose che non c’ era nulla da fare… «Nel frattempo l’ amministrazione potrebbe avere cambiato idea. Non conosco le regole ma se sono come dite mi sembrano obsolete. Bisogna ricordare che una volta vedevamo nel Pci e nella Cgil dei nemici che volevano sovvertire la nostra Costituzione. Ma adesso non è più così, anche se nel Partito e nel sindacato sono rimaste frange troppo anti americane. Certo, le proteste contro la base non hanno aiutato: non ci va una divisione motocorazzata, non ci vanno sostanze inquinanti, ci vanno fanti, diplomati e laureati che amano la cultura italiana, non c’ è rischio per l’ ambiente. Ma non dovrebbe essere impossibile raggiungere un compromesso».

            Che il Pentagono non si sia liberato della sua eredità storica lo confermano gli Archivi di Washington. Dai numerosi dossier sulla Cgil emerge chiaro il tentativo delle amministrazioni americane di emarginare nel corso dei decenni il sindacato a favore della Cisl e della Uil in tutti i settori produttivi. Uno narra del paradossale divieto dell’ amministrazione Eisenhower, di cui l’ ambasciatrice Clare Booth Luce fu la punta di lancia a Roma, di finanziare la produzione del film italo americano Quo vadis?, di cui Mervyn LeRoy era il regista. Le trattative durarono dei mesi, coinvolsero il nostro governo, e si conclusero con il solenne impegno di Cinecittà di non accettare più del 10% del totale di «maestranze comuniste» che, protestò la Luce, avrebbero versato parte dei salari al Pci «per attività antiamericane».

            Le pressioni contro la Cgil sull’ industria italiana furono pesanti soprattutto nel settore della difesa e dell’ automobilismo negli Anni cinquanta e sessanta. Il Pentagono negò parecchi appalti e commesse per la Nato alle aziende dove la Cgil era in maggioranza, e la stessa Fiat fu costretta a dimostrare di averne ridotto l’ influenza al suo interno prima di ottenerne qualcuno. La situazione mutò sotto Lyndon Johnson, il successore di John Kennedy. Johnson approvò persino la apertura di uno stabilimento della Fiat a Togliattigrad nell’ Urss.

              Dall’ Unione
              Salvi (Ds): chiederò spiegazioni al governo

              MILANO – (g.g.v.) «Ricordo che fu proprio Sergio Cofferati ad avvertirmi, era ancora segretario della Cgil, arrivò da me e disse: ma lo sai che nella base di Sigonella i lavoratori italiani non possono iscriversi alla Cgil? Io rimasi di sasso, ovvio…». Era il 2000, governo D’ Alema, Cesare Salvi ai tempi era ministro del Lavoro. Il senatore ds sospira: «Chiedemmo spiegazioni ma sa com’ è, di lì a poco cambiò il governo». Ora c’ è di nuovo il centrosinistra, D’ Alema è ministro degli Esteri «e giovedì, quando si parlerà di Vicenza al Senato, sarà utile fare qualche domandina al governo». I «dissidenti» stanno valutando se presentare una mozione sulla base, «e in quel caso si può mettere anche il caso Cgil», altrimenti «solleverò il problema in aula e, in mancanza di risposta, presenterò un’ interpellanza». Comunque è tutto vero: «Cercai di mettermi in contatto con l’ ambasciatore Usa, senza risposte. Poi segnalai la cosa al ministro Mattarella, che doveva andare a Washington. E Sergio ottenne un risultato: di lì a qualche mese arrivò da me il numero due dell’ ambasciata. Mi disse che in effetti c’ era una normativa legata alla guerra fredda e ai comunisti, io feci notare garbatamente che nel frattempo era successo qualcosa, "le farò sapere", disse. Poi, più nulla».