“BaseUsa” Amato spinge Vicenza tra le emergenze

15/02/2007
    giovedì 15 febbraio 2007

    Prima Pagina

    TENSIONI. VERSO LA MANIFESTAZIONE TRA ECCESSI E INCOGNITE

      Di Stefano Cappellini

        Amato spinge Vicenza tra le emergenze

          Il Viminale lancia l’allarme poi precisa, Prodi teme crolli di consenso, il Prc si sente all’angolo

            L’incognita che da giorni grava sulla manifestazione di dopodomani a Vicenza contro l’allargamento della base Usa riguarda soprattutto la non scontata convivenza tra le tre anime sinistre del corteo. Lo spezzone governativo, partecipato dai partiti rosso-verdi dell’Unione, dal sindacato e dall’associazionismo, è stretto tra le ragioni di stabilità dell’esecutivo e la difesa della propria identità politica. Quello “disobbediente”, che tiene insieme una parte dei centri sociali, sinistra e sindacalismo di base, ha annunciato per bocca di uno dei suoi massimi rappresentanti, Luca Casarini, di prepararsi a una manifestazione «ultrapacifica», eppure potrebbe non resistere alla tentazione di contestare la «sfilata dei bertinottiani». L’eterogenea area antagonista e antimperialista è la più esile numericamente ma anche la più irriducibile (ieri dalla Francia il nuovo Pci clandestino, legato ai Carc, ha lanciato il suo proclama in solidarietà con gli arrestati del Pcp-m: «Manifestare a Vicenza, il 17 febbraio! Rispondere alla “campagna contro il terrorismo” montata dal governo Prodi-D’Alema-Bertinotti! Mostrare chi sono i veri terroristi per le masse popolari!») e potrebbe non accettare la decisione di vivere la giornata di Vicenza come una marcia pacifista, con tutte le conseguenze del caso sui vari servizi d’ordine interni.

            Preoccupazioni ben note agli organizzatori, sebbene pubblicamente sminuite, e che comunque non hanno impedito la crescita delle stime sui manifestanti, trainate anche dalla volontà di parti del sindacato e dell’associazionismo di trasformare il corteo no-base in una prima mobilitazione anti-terrorismo. Considerando il contributo indigeno – secondo le previsioni quasi un terzo dei cittadini vicentini scenderanno in piazza contro il raddoppio – si viaggerebbe verso le ottantamila presenze. «Cominciamo a pensare – spiegano al quartier generale di Rifondazione comunista – che l’affluenza sia tale, per un città piccola come Vicenza, da creare qualche problema al dispiegarsi del corteo».

            Ieri questo quadro già non privo di chiaroscuri si è arricchito di tensione dopo l’intervento di Giuliano Amato alla Camera per riferire dell’inchiesta sugli aspiranti brigatisti del Pcp-m. Amato ha messo in guardia dalla possibilità che a Vicenza si saldino «spezzoni ostili alle forze dell’ordine». In pratica, il ministro dell’Interno ha fuso le due principali emergenze del momento, gli ultras e l’estremismo filobrigatista, ipotizzando che insieme possano cavalcare l’occasione di piazza per segnare un colpo a loro favore («Ma – ha aggiunto il ministro – sarebbe arbitrario vedere tra essi un collegamento razionale o consapevole»). La sortita di Amato, alleggerita in serata da un comunicato del Viminale (dove si spiega che il ministro non voleva «accomunare pacifisti e terroristi»), ha mandato su tutte le furie l’ala sinistra dell’Unione. «La manifestazione sarà un’iniziativa pacifica e non un meeting di assatanati contro le forze dell’ordine. Mi stupisce che un uomo prudente e raffinato come Amato sia scivolato in questa direzione. Confonde i pacifisti con gli ultras», ha commentato il sottosegretario all’Economia Alfonso Gianni, che è uno dei membri del governo convinti dal pressing prodiano a non recarsi nella città veneta. Paolo Cento, doppiamente chiamato in causa in quanto pacifista e amico delle curve, ha commentato così: «Le parole di Amato mi preoccupano molto perché sono convinto che un ministro dell’Interno debba rassicurare piuttosto che gettare delle ombre».

            Dopo la prima ondata di reazioni, il partito che più si gioca la reputazione su Vicenza, Rifondazione, ha deciso di non replicare oltre. Franco Giordano ha affidato il suo pensiero a un’intervista che uscirà oggi su un quotidiano, ma ieri ha preferito tacere, perché, ha spiegato ai suoi il segretario, «il rischio rispondendo ad Amato è di alimentare un circuito mediatico che poi non si ferma più». Il leader comunista non ha gradito nemmeno le esternazioni di Francesco Rutelli («Qualunque disordine andrà punito con la massima severità»), le quali peraltro, unite a quelle dall’India di Romano Prodi («Mi auguro che sabato non ci siano tensioni»), dimostrano che al governo si vive con grande ansia la vigilia di questo appuntamento. L’improvvisa irruzione di un tema come il terrorismo rosso ha aperto un fronte sensibile per l’opinione pubblica, sul quale Prodi, ma evidentemente non solo lui, teme di perdere consenso con grande facilità in caso di escandescenze. Per questo l’intervento di Amato, che in aula ha chiesto a tutti i partiti «un’assunzione di responsabilità», va letto anche come la fase due dell’operazione cominciata convincendo ministri e sottosegretari rosso-verdi a non unirsi alla manifestazione. Il cui successo e svolgimento ordinato sono del resto fondamentali per tutte e due le ali del governo: per la sinistra radicale, perché solo così può tornare a discutere con più margini di manovra; per l’ala riformista, perché in caso di disordini, Giordano e soci si indebolirebbero ma questa debolezza contagerebbe subito palazzo Chigi.

            D’altra parte, il basso profilo scelto da Giordano verso Amato, potrebbe spiegarsi anche con alcune indiscrezioni rassicuranti e, prese a sé, contraddittorie con l’allarme lanciato dal ministro: secondo le prime informazioni che filtrano dal Viminale, a Vicenza non è previsto uno schieramento massiccio di forze dell’ordine e il loro posizionamento dovrebbe essere «discreto», tale da evitare contatti e passaggi a rischio. Un quadro che rassicura la sinistra di piazza più di mille precisazioni viminalizie. Sempre che a ricomplicare le cose non intervenga uno di quegli scontri in famiglia di cui si diceva.