Bari. Vicenda «Ex Tarantini» forse è il giorno decisivo

05/05/2003


LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO




BARI
Lunedì 5 maggio 2003

supermercati
In udienza il «verdetto» delle banche

Vicenda «Ex Tarantini» forse è il giorno decisivo

Ormai è solo questione di ore. In mattinata potrebbe «sbloccarsi» la situazione che vede sulla graticola 170 dipendenti dei supermercati ex Tarantini travolti dal fallimento della «Ce.di» Puglia. La svolta potrebbe arrivare nell’udienza di oggi in cui le banche – che vantano crediti per oltre 120 miliardi di vecchie lire – dovranno sciogliere la loro riserva. Tutto ruota attorno a quel concordato sul quale le posizioni – fino a poco tempo fa vicine – si sono allontanate facendo naufragare il ventilato accordo con «Carrefour», società che da mesi ha manifestato il suo interesse a rilevare la società barese insieme a «Conad» e «Selex» (quest’ultima si è «defilata» negli ultimi periodi).

LE BANCHE: VOGLIAMO TUTTI I SOLDI

- A impantanare l’accordo è stato il rifiuto, da parte delle banche (principali creditori), ad accettare il concordato nella misura del 40 per cento. Gli istituti di credito, anzi, hanno rilanciato pretendendo di diventare creditori privilegiati e non chirografari, quindi ponendosi sullo stesso piano dei dipendenti; tutto ciò, in soldoni, significa recupero totale dei crediti. E ciò non consentirebbe di raggiungere i «numeri sufficienti» per il concordato. La «Ce.di.» Puglia, infatti, vanta crediti per 370 miliardi di vecchie lire, ma esigibili nella misura del 50 o 60 per cento. Ciò significa che la società dispone di poco meno di 200 miliardi per soddisfare i suoi creditori.
Ma se solo alle banche dovessero liquidare 120 miliardi, i conti non tornerebbero più, quindi si profilerebbe il tormentato percorso del fallimento.

IL CONCORDATO

- Nelle ultime 48 ore si sono riaccese le fiaccole della speranza: venerdì scorso, infatti, i rappresentanti degli istituti di credito si sarebbero incontrati per trovare un’intesa e definire una volta per tutte la strada da seguire. L’eventuale decisione, probabilmente, sarà formalizzata oggi anche con una «comunicazione» ai commissari liquidatori della società (il dott. Giovanni Gentile, commercialista, e gli avvocati Vito Nanna e Pasquale Ronco), annegata da 350 miliardi di debiti di vecchie lire.
Il giudice delegato Francesco Cassano, oggi ritirerà tutti i documenti per poi decidere le sorti della società. Due le strade percorribili: omologazione del concordato o avvio della procedura di fallimento. In tal caso, per i dipendenti si prevedono tempi oscuri. Ma il tribunale potrebbe concedere un rinvio per favorire un eventuale accordo tra le parti. Così come potrebbe respingere la richiesta delle banche di essere ammesse come «privilegiati»: ma ciò non eviterebbe comunque la dichiarazione dello stato di insolvenza.

SENZA AMMORTIZZATORI SOCIALI

- Ma il vero dramma di questa vicenda sono i posti di lavoro. I dipendenti ex Tarantini, rispetto agli altri coinvolti dal fallimento Ce.di. non possono beneficiare di alcun ammortizzatore sociale. Loro sono assunti da più società ma con pochi dipendenti: in parole povere, non raggiungono quegli standard previsti dalla legge per usufruire, ad esempio, della cassa integrazione. Per gli altri lavoratori del gruppo Ce.di (sono in tutto duemila, compreso l’indotto, tra Puglia, Calabria e Sicilia), la situazione è diversa perché rientrano in aziende che si sono «aggrappate» al salvagente offerto dalle normative di tutela dei lavoratori: contrariamente a quelli di «Tarantini», fanno parte di aziende con più di 50 dipendenti.
Una questione spinosa, quella della «Ce.di.» Puglia che – secondo alcuni «addetti ai lavori» – maschererebbe interessi occulti. Tra questi, quelli di chi, evidentemente, auspica un fallimento delle trattative privilegiando la strada più catastrofica per i lavoratori, ma vantaggiosa per i propri interessi.

L’INDAGINE DELLA PROCURA

- Tutti passaggi, comunque, che da alcune settimane si svolgono sotto la luce dei riflettori della procura. Il pubblico ministero Renato Nitti, infatti, ha aperto un fascicolo d’indagine sulla base della relazione giunta dalla curatela fallimentare. Si tratta di una «prassi», ma l’indagine, in qualsiasi momento, potrebbe sfociare in una o più ipotesi di reato.

Nicola Pepe