Bari. «Un commerciante su due paga il pizzo»

19/07/2002

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO 18 luglio 2002


BARI

estorsioni
Le associazioni di categoria producono una dichiarazione di intenti, siglata al ministero dell’Interno

«Un commerciante su due paga il pizzo»

Dati allarmanti di Confesercenti, mentre a Roma si firma un documento antiracket

Un commerciante su due, a Bari, è sotto estorsione. I dati li fornisce la Confesercenti nazionale: il racket taglieggia l’80% dei negozi di Catania e Palermo, il 70% di quelli di Reggio Calabria ed il 50% di quelli di Napoli , di Bari e del Foggiano. A Bari, inoltre, l’organizzazione registra punte nelle periferie e nell’hinterland che toccano la quasi totalità delle attività commerciali.
A fronte dell’allarme lanciato da Confesercenti nazionale, a Bari le denunce sono pressocché inesistenti. Dunque o nessuno ha il coraggio di denunciare, o l’organismo degli esercenti fa allarmismo. Però nelle ultime ore è stata firmata a Roma una dichiarazione di intenti «per far sentire gli imprenditori meno soli», per incoraggiarli a denunciare chi gli chiede il pizzo e seguirli, anche durante il processo, con la costituzione di parte civile dell’associazione che li rappresenta. Allora, probabilmente, sono ben altre le dinamiche che spingono commercianti e imprenditori a dissimulare la pressione estorsiva.
Così ecco l’importante dichiarazione d’intenti, promossa dal sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, firmata dal commissario straordinario antiracket, Rino Monaco, dal presidente del Fai, Tano Grasso, e dai rappresentanti dell’ Associazione antiracket. Il documento è stato siglato davanti al ministro dell’ Interno Giuseppe Pisanu e allo stesso Mantovano.
L’accordo è importante non solo per l’assistenza offerta alle vittime del pizzo, ma soprattutto per la rivoluzionaria richiesta di partecipazione che si chiede agli operatori economici, un invito forte alla collaborazione: aiutateci a spezzare la catena dell’illegalità, converrà innanzitutto a voi! Le associazioni firmatarie promuovono infatti «l’impegno degli operatori economici a collaborare con le forze dell’ ordine», ma si riservano anche la possibilità di arrivare «a valutare la sospensione o l’esclusione dall’ organizzazione» di quegli operatori che si rifiutino di denunciare.
Le associazioni, dall’altra parte, si impegnano ad assistere gli operatori economici che hanno subito danni, aiutandoli ad ottenere i risarcimenti previsti dalla legge; si impegnano ad offrire la massima collaborazione alle forze dell’ordine e alla magistratura e a costituirsi parte civile nei processi in cui gli imprenditori sono vittime di estorsione.
Tra i firmatari della dichiarazione d’intenti , il direttore generale della Confindustria, Stefano Parisi, i presidenti della Confcommercio, Sergio Billè, della Confesercenti, Marco Venturi, della Confagricoltura, Augusto Bocchini, della Coldiretti, Paolo Bedoni e della Cna, Quinto Galassi.
Il presidente di Confesercenti Venturi, tuttavia, prende le distanze dall’estremo rigore introdotto dal protocollo:«È positivo l’impegno contro il pizzo, ma non abbandoniamo le vittime – dice Venturi – Non potevamo non sottoscrivere un accordo che di fatto va nella direzione già da tempo seguita dalla Confesercenti nel contrasto dell’estorsione, ma manteniamo ancora qualche riserva sul punto che prevede l’espulsione dei soci che non hanno denunciato i taglieggiatori». Venturi ha invitato infatti «a non far finta di non sapere che la gran parte degli operatori del Mezzogiorno sono taglieggiati: non possiamo pensare ad una loro espulsione di massa». Il problema, ha spiegato il presidente della Confesercenti, «è di non lasciarli soli e di costituire il più possibile associazioni antiracket, in modo che non si ripetano più vicende come quella di Gaspare Stellino, di Alcamo, che ha scelto il suicidio invece del pubblico riconoscimento della persecuzione subita».
Quanto ai dati, sono 160mila i commercianti in Italia vittime dei taglieggiatori, costretti a pagare il pizzo. Sarebbero 8mila i miliardi di vecchie lire destinati a finire ogni anno nelle casse degli estortori. Nel Barese quantificare il volume d’affari del racket è impraticabile. Ma certo i segnali d’allarme sono arrivati e continuano ad arrivare dall’economia cittadina: hanno chiuso molti esercizi storici, altri negozi sono comparsi dal nulla, certi locali sono eternamente vuoti e intanto proliferano le istanze di fallimento. Qualcosa non funziona. Solo la rottura del silenzio potrà cambiare le cose.

Carmela Formicola