Baretta: chiudere le vertenze, poi rivedere l’accordo del luglio ’93

05/12/2000

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Martedì 5 Dicembre 2000
italia – lavoro
Baretta: chiudere le vertenze, poi rivedere l’accordo del luglio ’93

ROMA Chiudere in fretta tutti i contratti di lavoro ancora aperti nei settori dei servizi di pubblica utilità e in questo modo stabilire le regole attraverso le quali realizzare le privatizzazioni. In questo modo, crede Pier Paolo Baretta, segretario confederale della Cisl, potrebbe ripartire il dialogo, anche con la Cgil, per un nuovo impianto contrattuale che vada al di là delle norme fissate nel 1993.

Nei giorni scorsi è stato firmato il nuovo contratto degli autoferrotranvieri. È il segnale di un nuovo vento sindacale?

Potrebbe esserlo. Io mi limito ad affermare che è stato importante averlo sottoscritto. Perché afferma il metodo negoziale. E perché così si cominciano a definire le regole per il passaggio alle liberalizzazioni e al sistema delle gare. Dal 2003 i Comuni potranno concedere licenze solo a chi vince una gara.

È il mercato.

Sì, ma va gestito. Il vero banco di prova, la sfida industriale è proprio la costruzione di un mercato nei settori di pubblica utilità. Nel dopoguerra il centro della politica industriale fu la siderurgia, negli anni cinquanta e sessanta le manifatture tessili, chimiche, meccaniche, oggi la modernizzazione dei servizi. Energia, telecomunicazioni, trasporti, credito, commercio, sono queste le sfide che dobbiamo vincere. Le nuove Fiat, i nuovi Petrolchimici sono quelli. Per il sindacato è una sfida decisiva.

Quali regole devono presiedere alla gestione di questo mercato?

La prima è che i processi di liberalizzazione nazionali ed europei devono essere governati congiuntamente dalle parti sociali. Non per adesione fideistica al sistema della concertazione, ma perché la gestione di questo mercato comporta una serie di interventi che hanno anche fare con il costo del lavoro, l’occupazione e la prestazione del lavoro. Il sindacato non può essere escluso.

Cosa altro chiedete?

La cancellazione di ogni commistione tra politica ed economia. Gli amministratori sono troppo spesso nominati dalle istituzioni. Il Governo in tante situazioni è controllore e azionista. Questo non va, dobbiamo puntare a una gestione meno condizionata dalla politica. Ancora, bisogna stabilire qual è il modello di impresa da tener presente nella costruzione di questo mercato. La performance di un’azienda di pubblica utilità si misura dalla qualità del servizio, ma allora è decisivo il ruolo della forza lavoro.

Quale modello di relazioni industriali intendete seguire?

Serve più partecipazione finanziaria dei dipendenti. La Cispel, la confederazione delle aziende municipalizzate, ha detto che questa sarebbe una misura positiva. Anche noi lo pensiamo, la partecipazione sarebbe fattore di competitività.

La Cgil non è d’accordo.

La Cgil manifesta un ritardo pratico e un limite teorico. Le imprese chiedono ai lavoratori di farsi carico del destino delle imprese stesse, di sentirsi più soci che dipendenti, pretendono flessibilità della prestazione, offrono una retribuzione legata alla redditività. La Cgil cosa risponde? Che l’azienda non è dei dipendenti, che al massimo possono collaborare in modo responsabile. Noi diciamo che l’impresa può essere anche nostra e pensiamo che questo può essere un valore aggiunto.

Esistono i presupposti per realizzare questa partecipazione?

Quelli oggettivi sì, queste sono dinamiche reali, in via di accelerazione. Non possiano restare alla finestra. Certo, c’è un problema di rappresentanza, anche delle nostre controparti.

In che senso?

La fine dell’Intersind e l’ingresso di tante imprese pubbliche in Confindustria pone il problema di una rappresentanza sindacale di questi settori. Ci vorrebbe una Federmeccanica per le telecomunicazioni, i trasporti, l’energia. La prova di questa esigenza è l’elevato numero di settori senza contratto, per l’energia, le poste, il trasporto ferroviario, la distribuzione di gas e acqua. Si è chiuso solo quello delle tlc.

Definire queste regole significa comunque mettere mano all’impianto contrattuale stabilito nel 1993.

Se si chiudono i contratti potrebbe essere tutto più facile.

La Cgil però non è della stessa idea.

Io dico di provare a chiudere i contratti e di stabilire i punti da discutere. Forse le differenze si attenuano. Anche perché nessuno di noi pensa di abolire il contratto nazionale, lo si vuole solo regolare in maniera diversa. Per esempio, quale deve essere il ruolo degli incrementi salariali al livello nazionale: devono recuperare il potere di acquisto o, come dice la Fiom, distribuire anche produttività? Forse si può aprire un confronto vero.

Quale lo scambio con le imprese?

Avere assieme più competitività, più flessibilità, più rappresentanza, più diritti diffusi.

M.M.