Barba, capelli e kebab a cena l’avanzata degli artigiani immigrati

12/02/2010

IL NOVANTA per cento dei sombreri messicani è di produzione cinese. E così i souvenir di tutto il mondo, che si tratti di una riproduzione della tour Eiffel o della statua della Libertà. In Cameroun,i cinesi hanno si sono impadroniti del mercato di uno dei cibi più poveri e buon mercato. Le frittelle, i beignet: riescono a venderli agli angoli delle strade alla metà di quello che chiedono le mamme africane, che li preparano in casa. Dieci centesimi di euro al cartoccio. Un altro business.
A Genova da un anno a questa parte ha aperto una mezza dozzina di saloni da parrucchiere gestiti da cinesi: dove si tiene aperto dalle nove di mattina alle dieci di sera e passa, pure la domenica, praticando prezzi stracciati. Un successone, naturalmente. Che ha provocato le comprensibili proteste dei commercianti e degli artigiani del capoluogo ligure: «Infrangono tutte le regole: quelle igieniche e sanitarie, quelle relative agli orari di lavoro e alla contrattualizzazione dei dipendenti». La polemica non è naturalmente concentrata sui parrucchieri, tantomeno sulla comunità cinese. Ma sulla presunta invasione nel capoluogo ligure dei commercianti stranieri. Che sono più disponibili in termini di tempo. Più rapidi. Più economici. E meno disciplinati. Ma quanti sono gli imprenditori stranieri a Genova? I dati li fornisce la Camera di Commercio: 8.224 extracomunitari, 1.995 comunitari. Più di diecimila, rispetto alle 133.135 imprese italiane. Che fa meno dell’otto per cento. Tra i comunitari, i più numerosi sono i romeni: 452. I francesi sono 414, i cittadini britannici 207, i tedeschi 289, i polacchi 67. Tra gli extracomunitari gli imprenditori sono quasi tutti originari del Marocco: 1.273. Cifra considerevole, anche perché il numero dei residenti non è molto diverso. Significa che oltre l’80% dei marocchini in regola a Genova sono maschi, imprenditori e soprattutto commercianti, oltre cinquecento venditori ambulanti. La seconda comunità di imprenditori è quella ecudoriana: ma sono solo 840, a fronte dei quasi quindicimila residenti, conferma che dall’Ecuador sono arrivate soprattutto donne che lavorano come badanti o colf. Ci sono 604 imprenditori di origine senegalese,i cinesi sono 521,i tunisini 289. Sono 272 quelli che vengono dal Bangladesh, 249 dal Cile e 210 dal Perù, 148 pakistani e 143 nigeriani,8 giapponesi, 167 egiziani, 62 cingalesi, 90 iraniani e 31 israeliani.
Alla Camera di Commercio hanno diviso gli operatori per categorie. La voce "commercio all’ingrosso" è tra le più significative: ne fanno parte 896 cittadini del Marocco e 538 del Senegal. I cinesi? Sono 328. Molti grossisti vengono dal Bangladesh (130) e dalla Nigeria (93). Sotto la voce "trasporti" sono soprattutto latino-americani, lavoratori in possesso della patente di guida che hanno aperto ditte in proprio: 71 gli ecuadoriani, 17 i cittadini del Perù. Un altro termine di paragone è quello relativo agli "alloggi e ristorazione". E qui i cinesi fanno inevitabilmente il vuoto.
Sono 121. Poco meno della metà gli egiziani (57), subito dietro gli ecuadoriani (55) e i marocchini (53), poi i cileni (22). Nella "attività professionali, scientifiche e tecniche" c’è la maggioranza relativa degli etiopi: 20. E ancora, le ditte di noleggio, agenzie di viaggi, servizio di supporto alle imprese: qui tra i numeri più interessanti ci sono i 14 malgasci, gli abitanti del Madagascar, i 14 statunitensi e i 9 somali. Un solo professionista (brasiliano) nel settore "istruzione". E nessuno per le "attività immobiliari".
Vale la pena di rilevare un’ultima cosa: di cosiddetti parrucchieri,a Genovae provincia se ne contano 1.800. Di questi, 43 sono stranieri. E nessuno di loro è cinese. Quella mezza dozzina calata su Genova ha rilevato attività commerciali ancora intestate ad italiani.