Bankitalia: tre mesi senza stipendio e sei povero

07/04/2010

A un italiano su tre (32%) bastano tre mesi senza stipendio per scivolare sotto la soglia di povertà. Novanta giorni senza reddito, potendo contare solo sui propri risparmi finanziari: poi il baratro. È il rischio che in questi mesi corrono molti cassintegrati. Ai tedeschi nelle stesse condizioni andrebbe peggio: solo uno su due ce la farebbe a tirare avanti tre mesi (52,3%), e in Canada la situazione è ancora peggiore il 56,5% sprofonderebbe nel baratro dopo quel lasso di tempo. STUDIO Sono queste le ultime indicazioni di uno studio Bankitalia sugli indicatori di povertà basati sulla misurazione della ricchezza e non solo sul reddito. Il testo, di Andrea Brandolini, è un contributo alla ricerca scientifica sulmetodo di misurazione dello stato di indigenza. La ricerca contribuisce a definire meglio i dettagli delle condizioni di indigenza e delle loro cause, fornendo così ai policy maker informazioni decisive per ideare nuove tutele sociali. La novità dello studio sta nel fatto che la condizione di povertà è valutata in funzione di due variabili: i redditi da lavoro, pensione e trasferimenti e le attività finanziarie e reali. Insomma, non solo il reddito (come avviene nelle rilevazioni statistiche) ma anche la ricchezza accumulata e le rendite immobiliari.
REDDITI
Considerando l’indice reddito-ricchezza invece del solo reddito disponibile, si colma in parte la differenza tra gli Stati Uniti, in cui è maggiore l’incidenza della povertà di reddito, e i paesi europei. L’incidenza della povertà tende a ridursi molto anche in Italia, rispetto agli altri paesi europei considerati, per effetto del livello elevato della ricchezza posseduta dalle famiglie del nostro paese. La riduzione della quota di persone classificate come povere è in genere assai più contenuta quando si considera la sola ricchezza finanziaria, cioè i risparmi. L’abitazione di proprietà rappresenta infatti la componente principale del patrimonio delle famiglie meno abbienti. Se si considera la sola ricchezza (escluso il reddito), l’incidenza della povertà risulta molto maggiore: il dato può raddoppiare o addirittura triplicare. Questo perché la ricchezza è molto più concentrata del reddito: dunque una vasta area di popolazione senza il reddito risulterebbe al di sotto del livello di povertà. RISCHIO Dai dati risulta chiaramente che nei Paesi più industrializzati esiste «un’ ampia fascia di persone che pur avendo redditi superiori alla soglia di povertà sono vulnerabili al verificarsi di eventi negativi». Quel 52% della germania e 56% del Canada stanno a significare che molte famiglie vivono solo del loro reddito: se questo venisse a mancare si ritroverebbero povere. Dunque sono non
ancora poveri secondo i criteri della statistica ufficiale, ma di sicuro a rischio. Unrischio che però appare meno forte nel Bel Paese: l’Italia è infatti «il Paese in cui questa fascia risulta più limitata: ciò potrebbe riflettere – si sottolinea nel documento – un maggior risparmio ai fini precauzionali, connesso anche con la limitatezza degli strumenti di sostegno per le persone in difficoltà». La conclusione è sempre la stessa: in Italia è il risparmio privato a garantire la tutela maggiore. In assenza di uno Stato sociale forte, le famiglie (che possono) fanno da sé e si garantiscono un patrimonio accumulato. Che sia la casa o una somma di risparmi liquidi, fa lo stesso. Il welfare italiano è ancora molto arretrato: e i nuovi disoccupati di questi mesi lo sanno bene. Nei paesi con il welfare più avanzato, invece, questa esigenza non viene percepita. Tant’è che le famiglie risultanomeno povere calcolando i redditi, ma molto più a rischio calcolando la ricchezza.