“Bankitalia” Risposte chiare (M.Deaglio)

17/03/2006
    venerd�, 17 marzo 2006

      Pagina 1 e 14 – Editoriale

        RISPOSTE CHIARE

          Mario Deaglio

            IL Bollettino della Banca d’Italia assomiglia purtroppo a un bollettino di guerra. Vi si legge non solo di occupati in diminuzione ma anche di occupazione precaria in aumento; non solo di debito pubblico in forte crescita ma anche di famiglie sempre pi� indebitate; non solo della stagnazione dei consumi privati ma anche della crescita inarrestabile della spesa pubblica.

              Da questo importante punto di osservazione, l’economia italiana assomiglia a un vecchio palazzo, ancora bello e dignitoso dal di fuori, anche se con segni evidenti di scarsa manutenzione, ma all’interno con muri scrostati, stabilit� minacciata, carenza di impianti moderni. Nel corso del 2005, il degrado di questo palazzo, nel quale noi italiani abitiamo tutti insieme, � sensibilmente aumentato in quanto il ristagno quantitativo della produzione si � accompagnato a un deterioramento qualitativo sempre pi� consistente. E non ci consola di certo il dover constatare di essere la pecora nera tra tutti i paesi avanzati.

                Il deterioramento della situazione italiana � stato in parte mascherato fino a oggi dal modo in cui venivano presentate le cifre. Se, nel conto degli occupati, si d� lo stesso peso a chi lavora a orario normale e a chi lavora a orario ridotto e ci si dimentica della regolarizzazione dei lavoratori immigrati, ci si pu� anche illudere che l’occupazione sia cresciuta. Se si fanno invece i conti nel modo giusto, si scopre che, nel corso del 2005, il paese ha perduto l’equivalente di centomila occupati a tempo pieno; che il numero dei lavoratori autonomi � sceso di oltre duecentomila anche se la corrente politica fiscale avrebbe dovuto agevolarli; che quasi la met� dei giovani neoassunti ha trovato lavoro soltanto con contratti precari, spesso malpagati oltre che insicuri.

                  Le cifre del prodotto interno, ricalcolate in modo uniforme in tutti i paesi dell’Unione Europea, mostrano che, dopo un decennio in cui � cresciuto meno rapidamente della produzione, il debito pubblico ha continuato ad aumentare mentre la produzione � rimasta ferma. Per conseguenza, il peso del debito, vera macina da mulino legata al collo dell’economia italiana, ha ripreso a salire fortemente e il recente aumento del costo del denaro nella zona euro non facilita certo la soluzione di questo problema. Sarebbe stato meglio, allora, se non fossimo entrati nella zona euro? Nemmeno per sogno: basta guardare le cifre pesantemente negative della nostra bilancia commerciale per rendersi conto che avremmo dovuto affrontare tagli ben pi� duri e difficili.

                    A completare il quadro del deterioramento si aggiunge una diminuzione della capacit� di risparmio e un indebitamento sempre pi� elevato delle famiglie, il che sarebbe sicuramente accettabile se questi nuovi debiti servissero prevalentemente per sostenere nuovi progetti di vita. Purtroppo sempre pi� spesso vengono contratti nel tentativo di turare le falle di progetti di vita precedenti che ora appaiono compromessi. Le famiglie italiane, in altri termini, si indebitano per rimanere a galla in un paese che complessivamente fa molta fatica a rimanere a galla.

                      Di fronte a una situazione di questo genere, si potrebbe cedere alla tentazione della facile ironia elettorale contro chi ha sostenuto, e continua ancora a sostenere, che le cose in Italia stanno andando benissimo, che gli obiettivi sono stati raggiunti e che l’unica cosa da fare � continuare con i programmi gi� impostati. Lasciando da parte il passato e le recriminazioni, � invece appropriato domandare ai due schieramenti politici che si contendono il voto degli italiani che cosa intenderanno fare, se otterranno il mandato degli elettori, per porre rimedio a questa situazione. Sarebbe una prova di civilt� se l’ultima parte della campagna elettorale venisse dedicata a esporre agli italiani qualche terapia possibile per uscire da un simile pasticcio.

                        I contendenti dovrebbero affrontare nella sua centralit� il problema della correzione degli squilibri, del risanamento finanziario, della ripresa della crescita senza svicolare nella risposta, senza indorare una pillola amara con la prospettiva di benefici per questa o quella categoria di italiani. Nessuna delle due parti dispone di una formula sicura, e soprattutto indolore, e si dovranno probabilmente esplorare anche strade non convenzionali. Tanto per fare due esempi, perch� non proporsi l’obiettivo di dimezzare in un quinquennio i costi della macchina politica, la cui incidenza non � pi� trascurabile nei conti del paese? E perch� non rivedere il regime fiscale eccezionalmente favorevole di molte attivit� sportive?

                          Se l’esperienza inglese della Thatcher pu� insegnare qualcosa, i contendenti non dovrebbero aver paura di proporre misure severe: gli italiani sanno benissimo che da questa situazione non si esce con promesse vaghe, sorrisi, buone parole e autoassoluzioni.

                            mario.deaglio@unito.it