“Bankitalia” La spintarella del governatore (Galapagos)

01/06/2007
    venerdì 1 giugno 2007

    Prima Pagina – Editoriale

      La spintarella del governatore

        Galapagos

          «Sono sicuro che domani scriverete che quello presentato da Draghi è un programma liberaldemocratico di merda», mi ha detto uno dei tanti banchieri (da giovane un estremista coi fiocchi) che affollavano ieri mattina palazzo Koch. Sbagliato: non è di merda, ma serissimo. Liberaldemocratico invece si. L’intervento di ieri del governatore è un cuneo nel cuore del governo che dilata le distanze tra la sinistra radicale e l’ala moderata; che lacera il sindacato con le proposte sulla previdenza. E’ un manifesto per una nuova maggioranza tecnocratica (sicuramente lontana dalla destra nostrana) che progetta di governare il paese buttando a mare le ali «estreme».

          Le considerazioni finali lette (spesso recitate) da Mario Draghi sono il «nuovo» che avanza. L’analisi è lucida, cancella definitivamente il populismo dell’ex governatore Fazio, ed è la sponda per eccellenza di Tommaso Padoa Schioppa. Draghi non ha infierito su Prodi. Al contrario: più volte ha citato i progressi realizzati, le aperture di questo governo che incita a fare di più. Anzi, molto di più. Perché questo pretende la globalizzazione, la concorrenza spietata. Parlando della ristrutturazione del sistema bancario Draghi afferma che «il ruolo che vi abbiamo svolto è stato neutrale, non distaccato. Abbiamo indicato l’obiettivo, non il protagonista del percorso». Con questa affermazione il governatore però intende riferirsi non solo all’enorme concentrazione del sistema bancario, ma più in generale alle ricette che lui suggerisce. Il suo non è stato un discorso di parte, come quello di una settimana fa di Montezemolo, ma dietro il super-partes si nasconde un’ideologia insidiosa, l’ambizione del tecnico che mira alla politica dettando ricette.

          Per il secondo anno consecutivo la società non compare nelle parole di Draghi. Le sue affermazioni poggiano su numeri con i quali si cerca di dare corpo al programma. Il governatore si guarda bene dal parlare di diritti e se parla di famiglie povere lo fa unicamente per attaccare i monopoli (elettrici e non solo) che sottraggono risorse a chi già ne ha pochissime.

          Draghi parla dell’enorme evasione fiscale incitando il governo a fare di più. Non facile, visto che la destra (con alle spalle il blocco sociale degli evasori) vuole mettere fuori Visco. Per il governatore la pressione fiscale per gli «onesti» è opprimente e intollerabile, ma questo significa affrontare il problema della distribuzione del reddito. E lui non lo fa. Anzi evita accuratamente di utilizzare la parola distribuzione, tipico delle socialdemocrazie, optando per la necessità di far crescere i consumi.

          E’ lucida l’analisi sull’istruzione e quella sui ritardi della giustizia civile che ripropone il tema della legalità. E’ dubbia quella sulle privatizzazioni che dovrebbero valere per tutti, meno per il sistema bancario, al quale chiede unicamente di trasferire ai clienti parte dei benefici dell’accresciuta produttività.

          L’economia italiana è in ripresa, i conti pubblici migliorano, è la sua analisi. Ma per il futuro non c’è certezza. E invita le imprese a fare la loro parte, a innovare e a crescere di dimensione. E questo mentre Montezemolo sostiene che le imprese hanno già dato. Ma al presidente di Confindustria, Draghi dà ragione sulla pressione fiscale – la più alta d’Europa – sulle imprese. Infine il «tesoretto»: il governatore non usa mai questa parola, ma sostiene che l’extra-gettito deve essere utilizzato per ridurre il mostruoso debito. Un dubbio è lecito: una manciata di miliardi di minor debito sono da preferire a un rilancio della crescita?