“BankItalia” Il conflitto d’interessi è un finto problema (A.Recanatesi)

05/09/2005
    lunedì 5 settembre 2005

    I CONTI IN TASCA

      Il conflitto d’interessi
      in Banca d’Italia
      è un finto problema

      Alfredo Recanatesi

        QUETA non movere, recita un ben noto adagio che si impone alla mente quando improvvisamente si afferma la necessità di risolvere, e con urgenza anche, il problema della proprietà della Banca d’Italia il cui compito di controllare le banche sarebbe inibito dal fatto che le banche stesse, o almeno le maggiori di esse, ne sono proprietarie e dunque in grado di «controllare il controllore». Se davvero fosse così ci sarebbe da chiedersi perché si sia aspettato tanto tempo per porre il problema. Ma non è così, ed affermare che la Banca d’Italia è un controllore controllato è una fandonia che tale rimane anche se viene ripetuta a destra e a manca. E ripetuta lo è stata ai più diversi livelli, da quello accademico, a quello di giornali italiani anche autorevoli (e non c’è da stupirsi che poi siano stati ripresi anche da giornali stranieri), e giù, giù fino alle espressioni più populistiche di Beppe Grillo. È stata così alimentata una pressione sul governo e sull’intera politica per riformare, comunque, assetto e regole della Banca d’Italia: tema che non può certo essere affrontato con ponderazione ed equilibrio sull’onda di una pur forte campagna di opinione amplificata dal vuoto agostano, ma limitata nei suoi possibili esiti dall’imminenza del traguardo finale della legislatura.

          La falsità dell’assunto è data dalla stessa legge, sia dove definisce l’assetto giuridico della Banca, sia dove detta le regole per la nomina del Governatore.

            L’assetto della Banca, in effetti, è singolare. Per le funzioni che svolge è (e non da ora, ma dal 1936) un Istituto di diritto pubblico al quale fu mantenuta una forma proprietaria derivata dalla precedente struttura azionaria per evitare di farne una istituzione statale sulla quale la politica potesse mettere le mani. Mantenne quindi un «capitale sociale», suddiviso in quote e non in azioni, in quanto il loro possesso non attribuiva alcuno dei diritti che il possesso di azioni generalmente comporta. Queste quote furono assegnate a banche pubbliche, a banche con forma azionaria ma controllate dallo Stato, a enti previdenziali. Furono assegnate, ma non potevano essere cedute e, soprattutto, non attribuivano alcun diritto né sulla nomina dei dirigenti, né sulla gestione. Gli unici diritti che attribuiscono erano, e sono, quello di nominare i consiglieri superiori, che propongono nomina e revoca del Governatore, e quello di percepire un dividendo che, potendo essere al massimo del 10% sull’importo nominale della quota, è ben poca cosa (il capitale della Banca è di 156.000 euro appena). Il resto dell’utile (52,3 milioni nel 2004), detratto il 40% da assegnare a riserve, va allo Stato: l’anno scorso 15,3 milioni. I consiglieri superiori il 31 maggio ratificano il bilancio, ma è un atto meramente formale. Insomma, come hanno confermato seppur tardivamente alcuni dei maggiori banchieri proprietari, che chi possiede queste quote possa nominare il Governatore o condizionarne in qualche modo l’operato è una fandonia che tale rimane anche se asserita sui giornali con editoriali o pagine a pagamento. Detto così, tutto sembra poca cosa: un ordinamento forse carente sotto il profilo dell’estetica, ma tutto sommato innocuo. E invece si decide di cambiarlo, si deve dare uno sbocco, una qualche conclusione a questa vicenda estiva; si deve fare qualcosa anche, e soprattutto, per poter respingere il fine ultimo di chi l’ha promossa ed alimentata, ossia la sottrazione alla Banca d’Italia del potere di autorizzare il passaggio di banche italiane a proprietà straniere. Ma, a parte i modesti dividendi ed il pressoché nullo potere reale, c’è da trasferire un patrimonio rilevante e, dunque, un rilevante valore: basti pensare alla riserva di oro o agli immobili in tutta Italia. Le valutazioni sono molto discordanti, come è naturale trattandosi di un caso del tutto singolare, ma comunque sono di diversi miliardi di euro; non meno di un punto di Pil.

              E allora: qual è quell’organismo pubblico che può avere un interesse a spendere tanto per una proprietà che di fatto non serve a niente? Stato, regioni o altri enti non avrebbero di meglio da fare con così ingenti risorse? A meno di non espropriare le banche che detengono le quote, uscirne non sarà facile. Chissà se quanti hanno tanto strumentalmente premuto in questa direzione, a cominciare dagli accademici e dai giornali al diquà e al dilà della Manica, ora hanno qualcosa da suggerire.