“Bankitalia” Draghi: l’Italia è in crescita

01/06/2007
    venerdì 1 giugno 2007

    Pagina 2 – Economia

      la relazione

        Draghi: l´Italia è in crescita
        ma vanno tagliate tasse e spese

          "Bisogna alzare l´età pensionabile e ridurre i coefficienti"

            ELENA POLIDORI

            ROMA – L´Italia può farcela se «sapremo ritrovare quel sentire il bene comune che è essenziale per uno sviluppo duraturo», avverte Mario Draghi nelle sue seconde Considerazioni finali. E subito si capisce che il governatore della Banca d´Italia vuole cogliere anche i punti positivi del sistema italiano. Li elenca davanti al Gotha dell´economia: «Il paese ha ripreso a crescere, ha iniziato a rimettere ordine nella finanza pubblica, ha trasformato il proprio sistema bancario».

            Tutto bene, allora? Certo che no. Servono meno spese correnti, più investimenti e meno tasse. Va riformato il welfare, alzando l´età pensionabile, rivedendo i coefficienti e dando spazio alla previdenza complementare, che «può» essere più vantaggiosa del Tfr. Anche una quota dei contributi per la previdenza pubblica potrebbe spostarsi qui. E ancora: ci vuole «slancio» nei consumi delle famiglie, erosi dalle rendite. Urge liberalizzare i servizi, specie l´energia e colmare i ritardi nell´istruzione e nella giustizia civile. Bisogna ridurre i costi bancari. E non va dimenticato che sì, il sistema delle imprese, «inizia a reagire» ma la crisi di competitività che l´ha colpito non è alle spalle: «La strada da percorrere è ancora lunga». Resta cruciale la dimensione dell´impresa; ci vuole il ricambio generazionale perché quando manca è lì che si «avvia al declino». Draghi assicura: «Sono mete raggiungibili», se «tutti noi», lavoriamo appunto per il «bene comune», «senza adattarsi sul rimpianto per le occasioni mancate, ma traendo forza dai progressi compiuti».

            Il linguaggio è asciutto, il testo conciso. E dunque: il paese cresce, 2% nel 2006, il miglior risultato da cinque anni, altrettanto quest´anno. Ma attenzione: l´economia «è uscita dal ristagno» eppure si espande ad un ritmo «tra i più bassi della Ue». Altri numeri, stavolta sul bilancio pubblico che deve diventare «sostenibile»: a fine anno il disavanzo sarà al 2,3% del Pil, mezzo punto in meno dell´obiettivo; l´avanzo primario (al netto degli interessi) salirà al 2,6%. Ma il risanamento «deve proseguire». Va abbattuto il moloch del debito che ha raggiunto i 1.575 miliardi, quasi 27 mila euro a testa: è un freno per crescita e investimenti, è uno spreco: la spesa per interessi è pari a quella dell´istruzione e ai due terzi di quella sanitaria. «Abbiamo smesso di accumulare debito ma non di ridurlo».

            Abnorme è anche il peso della pressione fiscale, più elevato della media Ue, al top degli ultimi decenni: tra i big solo la Francia ci batte. A causa dell´evasione che «resta alta» nonostante qualche «segno di recupero di gettito», la differenza tra l´Italia e i partner Ue è maggiore se si guarda al prelievo sui cittadini fiscalmente onesti. «Solo riducendo la spesa corrente si può comprimere il disavanzo e abbattere il debito senza aggravare il carico fiscale». Mai compare la parola «tesoretto».

            Alle imprese, Draghi ricorda che la produttività è finalmente cresciuta nel 2006 di «poco più di un punto» ma è niente rispetto a Germania, Francia e Spagna (più 3-6%). Da un´indagine campionaria su 4000 imprese risulta che la metà ha cambiato strategia spostandosi verso nuovi settori; che una su 5 si internazionalizza; che il 40% «ha mancato» occasioni «concrete» di ampliamento. La trasformazione produttiva è ostacolata «da un contesto istituzionale carente». Le aziende quotate ricorrono «spesso» a strutture organizzative a piramide: un handicap per la trasparenza.

            L´Italia deve colmare i suoi ritardi. Tra questi c´è l´istruzione, con un dato da brivido: nel Sud, un quindicenne su 5 è in uno stato di «povertà di conoscenza, l´anticamera della povertà economica». Necessita anche di infrastrutture: meglio se col silenzio assenso, superando i veti locali. E di un sistema finanziario moderno che «non tollera» la commistione politica-banche.