Bankitalia: cresce il «popolo» dei salariati poveri e precari

24/04/2001

Il Sole 24 ORE.com



    Mercato Del Lavoro

    Bankitalia: cresce il «popolo» dei salariati poveri e precari
    ROMA Si allarga in Italia il numero dei lavoratori «poveri», quelli, cioè, che percepiscono un salario basso e hanno un lavoro poco sicuro con scarse possibilità di carriera. A sostenerlo è uno studio pubblicato nella collana «Temi di discussione» della Banca d’Italia. Dall’analisi curata da Piero Cipollone, emerge che «negli anni 90 si è assistito, in Italia e in altri Paesi dell’Ocse, a una crescita del numero di lavoratori a bassa retribuzione e a una diffusione della povertà anche tra persone pienamente inserite nel mercato del lavoro». Il problema, secondo Bankitalia, non risiede tanto nella carenza di capitale umano da parte di questi lavoratori «low-paid», quanto piuttosto «dall’esistenza di "cattivi lavori" con basse retribuzioni, scarsa sicurezza del posto di lavoro e poche possibilità di carriera».
    L’estensione di questa fetta del mercato del lavoro «non è trascurabile: circa un terzo dei lavoratori del campione esaminato nello studio – dipendenti maschili capifamiglia, di età compresa tra 20 e 65 anni, che nel 1995 hanno lavorato almeno 20 ore nel settore privato non agricolo – ha una probabilità superiore al 70% di trovarsi nel mercato secondario». A rischio appaiono i lavoratori più anziani, meno istruiti e provenienti da famiglie con un basso livello di istruzione. Il segmento secondario del mercato del lavoro coinvolge settori e gruppi professionali diversi, anche se in modo differenziato. In particolare, «è esteso tra gli operai dell’industria e delle costruzioni, ma anche tra i dirigenti del settore del commercio, alberghi e pubblici esercizi e dei servizi alle famiglie». Al contrario, «è alta la probabilità che un operaio nel settore del credito e assicurazioni sia inserito nel mercato primario».
    Cosa succede a chi ha la sventura di capitare nella fascia di mercato meno fortunata? Secondo lo studio della Banca d’Italia, gli effetti sono evidenti, in quanto «il reddito percepito dai lavoratori non sembra essere influenzato dal capitale umano, misurato in termini di esperienza e di istruzione». Per chi ha uni di questi lavori, un anno aggiuntivo di istruzione fa salire il salario soltanto dell’1% (contro il 9% del lavoratore del segmento primario) e un anno di esperienza di appena lo 0,5% (+2% con un lavoro primario).
    Avendo dimostrato che il fenomeno dei salariati «poveri» non nasce dalla carenza di capitale umano dei lavoratori (livello di istruzione e grado di formazione professionale), quanto dall’esistenza di "lavori cattivi", la ricetta per ridurne l’estensione è precisa. «L’entità di questa parte del mercato del lavoro – spiega lo studio di Bankitalia – non può essere ridotta accredcendo il capitale umano dei lavoratori, ma richiede politiche che amplino l’area dei "buoni lavori", unitamente a misure di sostegno al reddito di quei lavoratori con bassa remunerazione».

    Martedì 24 Aprile 2001

 
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