“Bankitalia” Anche l’industria sotto accusa (A.Statera)

01/06/2007
    venerdì 1 giugno 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 3) – Economia

      L’ANALISI

        Nelle "Considerazioni " la disamina delle difficoltà del Paese. Il leader di Confindustria: "Io e Mario abbiamo lo stesso animus"

        E anche l’industria finì sotto accusa

          "Troppi ritardi", il governatore si smarca da Montezemolo

            Alberto Statera

              Asciutto, asettico, atermico, Mario Draghi, detto mister Goldmann Sachs, in quel salone di palazzo Koch, dal nome dell´architetto barocco che lo progettò e dove per decenni risuonarono barocchi richiami vuoi a San Tommaso d´Aquino vuoi alle seduzioni gotethiane di Faust, è riuscito a giustificare la «cosa» di Luca Cordero di Montezemolo, pur senza aderire ufficialmente al Manifesto politico dell´antipolitica. Senza iscriversi al partito montezemoliano dei neoborghesi. Anzi, fornendo persino un piccolo ma non sgradito assist al Romano Prodi furioso.

              Lasciando intendere che in questo paese, da decenni seduto sgavazzante sulla Faglia terremotata di Sant´Antonio, le cose vanno male, ma un po´ meno male di un anno fa, quando si fece il primo censimento delle macerie lasciate da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti nei conti dello Stato.

              «Certo, è giusto così – si picca Montezemolo – perché Mario oggi nel suo ruolo è un´istituzione, è come l´Arma dei Carabinieri. Non è, come me, solo il capo di un´associazione privata. E´ un grand commis che non può e giustamente non vuole fare voli pindarici. Ognuno fa il suo mestiere, ma sento che l´animus mio e di Mario è lo stesso. E poi io lo conosco da ragazzo: già allora veniva in completo blu in spiaggia o a giocare a calcetto, ma aveva tanto cuore».

              Luca e Mario, Mario e Luca, stesso anno di nascita, stesso liceo dai gesuiti. Destini diversi che oggi in qualche modo si sovrappongono. L´uno ex scapigliato, «libera e bella», donne e motori, corte dell´Avvocato Gianni Agnelli. L´altro allievo di Federico Caffè, l´uomo più saggio e più triste della triste scienza economica, dai campi di calcetto alla Banca Mondiale e alla City di Londra, sempre stretto nei suoi completi blu.

              Diversi, ma solidali.

              Il governatore è figlio di un collaboratore del suo antico predecessore Donato Menichella, ma non ha nessun rimpianto per la classe dirigente degli scorsi decenni. Crediamo anzi di sapere che pensa di appartenere a una sorta di neo-establishment di «outsider» meno vecchi, perché dei sessantenni giovani non si può dire, soprattutto diversi, diversi dai grand commis imbalsamati, privi di un´ècole della pubblica amministrazione come quella francese, e dagli aristocratici imprenditori di un capitalismo senza idee e senza capitali. Su questi outsider è forse possibile costruire qualcosa, nella perdurante assenza di un´adeguata classe dirigente politica.

              Un disegno tecnocratico pericoloso per la democrazia? Un´Opa sul governo di questo paese, come ora va di moda per la banche? Una ripetizione in grande della vicenda del «Britannia», quando Draghi, allora direttore generale del Tesoro, fu accusato dalla destra, soprattutto dal compianto Tatarella, un ex fascista con cervello, di aver definito il piano regolatore delle privatizzazioni dell´impresa pubblica italiana – che oggi molti definiscono una svendita – in una sorta di raduno banco-massonico sulla nave della regina d´Inghilterra, sulla quale egli salì in realtà solo alla fonda per una conferenza in compagnia di Beniamino Andreatta? Non è questo, francamente, ciò che emerge oggi dalle parole contenute nelle «Considerazioni finali» più atermiche e forse più corpose della storia di palazzo Koch, fin dai tempi di Luigi Einaudi. Perché mancano i toni esortativi, regna l´understatement del tecnicismo. Nessuno da palazzo Koch, a quanto pare, vuole sostituirsi ai ministri o agli imprenditori, nessuno vuole fare il verso al Montezemolo del Parco della Musica. Né dire alla politica quali sono le soluzioni. Ma nelle» Considerazioni» ce ne è comunque per tutti, come nota Alessandro Profumo, eroe dell´ultima grande fusione, terzo più grande banchiere d´Europa, nella classifica del governatore. C´è una disamina senza pietà – non sapremmo come altro definirla – sullo stato di questo paese, compresa la pigrizia e talvolta l´insipienza del «sistema produttivo», che Montezemolo, per contratto, propone come indomabile forza propulsiva. C´è la censura di un ritardo nell´adeguamento delle imprese industriali ai mutamenti del contesto tecnologico e competitivo. Solo il 12 per cento delle aziende ha spostato la gamma dei prodotti verso i nuovi settori e quelli che l´hanno fatto hanno conseguito i profitti più alti. Le imprese del capitalismo familiare, quelle stesse che si spellavano le mani per Montezemolo al Parco della Musica, sono dirette da vecchietti «out», perché non sanno o non vogliono gestire un sano trapasso generazionale. Se il giovane erede, come gli spetta, vuole fare il disc – jokey, il poeta o il pittore, raramente gli imprenditori della generazione precedente hanno la forza di scegliere manager adeguati per prendere il loro posto.

              Sono gravi le carenze del «contesto istituzionale», ma i nostri padroni e padroncini che osannano il manifesto antipolitico di Luca fanno tutto il loro dovere? Lo fanno, per dire, sulle tasse? No, figurarsi se lo fanno. E, dice Draghi, «livello eccessivo del prelievo, variabilità e complessità delle regole fiscali scoraggiano l´investimento in capitale fisico e umano». Giusto.

              Ma come fa il grand commis in gessato blu, l´anima istituzionale dello scapigliato Montezemolo, a sostenere che ciò rende «più onerosa l´osservanza delle norme», echeggiando il devastante messaggio berlusconiano che vuole l´evasione «legittima difesa» rispetto all´eccesso delle aliquote? L´Arma dei Carabinieri – così si spera – è fedele nei secoli, non può deflettere. A dire di Montezemolo, non può deflettere neanche il governatore. Ma si riscatta, altroché se si riscatta il governatore rispetto alla gaffe sull´evasione fiscale. Parla – tema inconsueto nella sala dei banchieri – di poveri-poveri e di «povertà di conoscenze», anticamera di povertà economica di un quindicenne su cinque nel Mezzogiorno, dei «circoli viziosi» che penalizzano la scuola italiana, delle università che non selezionano e non remunerano docenti adeguati, dei 53 ultrasessantenni ogni cento cittadini che avremo nel 2020 e che non sapremo come mantenere.

              «Sistemi poco trasparenti» in Borsa, strutture societarie «piramidali». Non manca niente nell´agenda Draghi, grand commis a cotè del presunto partito neoborghese. Neanche la giustizia, che dà la misura di un paese incapace di vera democrazia, quando la durata media di un processo civile ordinario è di 500 giorni a Torino – presunto luogo di civiltà – e di 1500 a Messina, scelta come archetipo di inciviltà giudiziaria. Solidarizza e applaude fragorosamente Clemente Mastella, che – per carità – non è il ministro della Giustizia, ma, dopo un anno al governo, è come un passante indignato per i ritardi della giustizia.

              Coccarda draghiana indiscutibile per le fusioni bancarie, dio e San Tommaso gliene rendano merito, se mai i clienti smetteranno di essere tosati come un gregge di pecore sarde. Saprà ottenerlo il «cittadino» governatore dalle sue spesso riottose vigilate? E saprà ottenere la pace in casa, dopo aver annunciato la chiusura di alcune decine di sedi della Banca d´Italia? Quando, fra poco, in doppiopetto blu, Mario Draghi, grand commis etico, dovrà affrontare Totò Cuffaro, presidente della Regione Sicilia, detto «zu Vasa Vasa» per gli schiocchi che affibbia agli elettori, che farà scudo col suo corpo alla chiusura delle sedi siciliane della Banca d´Italia, magari chieda aiuto a Luca Cordero di Montezemolo, leader più politico del partito della neoborghesia.