Bambini al lavoro: sono 218 milioni nel mondo

13/06/2007
    mercoledì 13 giugno 2007

    Pagina 11 – Esteri

    Bambini al lavoro, sono
    218 milioni nel mondo

      Ieri la Giornata mondiale contro lo sfruttamento minorile. «La vera strategia è combattere la povertà»

        di Marina Mastroluca

        PICCOLE MANI Dita veloci a stringere nodi, a raccogliere foglioline di the. Mani di bambini. A sentire chi li usa, non di rado per svolgere lavori pericolosi, il loro pregio sono proprio le dimensioni: un adulto non potrebbe fare altrettanto bene certi lavori minuziosi. È spesso questo il pretesto per giustificare il lavoro minorile, se non lo sfruttamento dei bambini e la loro riduzione in schiavitù. Di quel lavoro altrettanto spesso i bambini muoiono: 22.000 ogni anno, in tutto il mondo, mentre milioni si ammalano per il contatto con sostanze nocive, svolgimento di mansioni troppo pesanti, orari di lavoro estenuanti.

        Cifre macroscopiche quelle dei bambini che lavorano, denunciate ieri, nella Giornata mondiale contro il lavoro minorile. Cifre approssimative, calcolate per stime: il lavoro dei bambini è spesso clandestino, sfugge alle medie ufficiali. Eppure conta: 218 milioni i lavoratori tra i 5 e i 17 anni secondo l’ultimo rapporto di Save the children, per il 70% – 132 milioni – utilizzati come manodopera agricola. Nei campi ogni tre lavoratori uno è un minore.

        La distribuzione geografica dello sfruttamento dei bambini è spesso sovrapponibile alle mappe della povertà. Lavorano i minori che devono garantire la sopravvivenza di se stessi e della loro famiglia, bambini che non hanno scuole dove andare o risorse per poterle frequentare, bambini emarginati per motivi di genere o appartenenza etnica. La concentrazione maggiore è in Asia e nell’area del Pacifico, con 122 milioni di piccoli al lavoro. È di questi giorni la denuncia sull’impiego di baby operai nella preparazione dei gadget destinati alle Olimpiadi, bimbi costretti a più di 15 ore di lavoro quotidiano con paghe irrisorie persino rispetto ai miseri salari degli adulti: il governo cinese ha promesso che indagherà.

        Fuori dai confini asiatici è l’Africa sub-sahariana a guidare la classifica con 50 milioni di minori al lavoro, mentre sono 5,7 – in calo – in America Latina. Il fenomeno dello sfruttamento minorile non risparmia neanche i paesi industrializzati: in Italia sono tra 144.000 e 500.000, spesso stranieri, i ragazzini di età compresa tra i 10 e i 14 anni costretti a lavorare. E gli strumenti per far fronte al problema ancora non ci sono: il nostro Paese ha ratificato la Convenzione Ilo del ‘99 contro le forme peggiori di lavoro minorile, ma non ha ancora attuato un Piano d’azione.

        Piccoli operai e soprattutto piccoli contadini, 126 milioni i piccoli utilizzati in attività che mettono a rischio la loro salute. «La vera strategia vincente contro il lavoro minorile – ha detto ieri José Maria Sumpsi Vinas, vicedirettore della Fao – è lavorare alla riduzione della povertà nelle zone rurali dei Paesi in via di sviluppo, offrendo opportunità alternative al reddito, affrontando le questioni relative alla sicurezza e alla salute».

        Per centrare l’obiettivo ieri è stata firmato Ginevra un accordo per combattere il lavoro minorile in agricoltura, con la partecipazione tra l’altro della Fao, dell’Organizzazione mondiale del Lavoro, del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo. Perché le «piccole mani» non sono davvero indispensabili, studi dell’Ilo «hanno dimostrato che in agricoltura come in altri settori non c’è lavoro che un adulto non possa fare egualmente bene, se non meglio». La vera differenza tra lavoratori adulti e bambini è un’altra: i bambini vengono reclutati perché richiedono meno garanzie e meno soldi, sono limoni più facili da spremere.