Ballando sui cocci del Patto del ’93

16/05/2005
    lunedì 16 maggio 2005

      concertazione e scontro sociale

        Ballando sui cocci del Patto del ’93

          Bruno Ugolini

            I personaggi che si avvicendano in queste ore nei saloni di Palazzo Chigi, osservando le sorti del contratto del pubblico impiego, è come se camminassero malamente sopra pavimenti cosparsi di cocci. Sono i poveri resti di un famoso accordo tra le parti sociali, datato il 23 luglio del 1993. Quel giorno, sotto l’egida di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca presidente del Consiglio, venne siglata un’intesa che regolava, tra l’altro, anche i rinnovi contrattuali. Il governo di centrodestra scelse una strada diversa. Appena insediato dichiarò in sostanza morto quell’accordo. Tentò, prima, di mettere i sindacati l’uno contro l’altro, allestendo un fantomatico "Patto per l’Italia". Poi tentò di dare disdetta ai sindacati stessi nel loro insieme. Come se non esistessero, invitandoli al dialogo senza dialogare. Prendendoli in giro.

              Hanno predicato in sostanza, durante questa legislatura che ormai langue, la legge della giungla, il ciascuno fa da se, la noncuranza per la coesione sociale. Hanno, in tal modo, finito con lo scontentare tutti. Hanno visto insorgere contro i loro propositi, contro le loro politiche, tutte le categorie, dai metalmeccanici ai medici, passando per i vigili del fuoco. Finché il susseguirsi delle sberle elettorali, l’inappellabile verdetto popolare, li ha come traumatizzati, obbligati a cercare di correre ai ripari.
              Ed ora vagano, appunto, per quei saloni di palazzo Chigi e non sanno come rappezzare il buco, rischiando che risulti, come dicono i veneti, "pezo el tacon del buso", ovvero peggio il rattoppo del buco. Qualcuno (Alemanno-Follini, ad esempio, a nome d’Alleanza nazionale e Udc) ragiona e teme per i propri sia pure ristretti bacini elettorali, resiste al "crucifige" anticontratti e all’osanna per meno tasse ai più ricchi. Qualcun altro vorrebbe tenere buoni gli industriali (in preda a loro volta a difficoltà, per una recessione che lo stesso governo non ha saputo evitare) e magari telefona a Luca di Montezemolo onde sollecitare un qualche duro monito. Altri, magari con i colori della Lega, sono convinti che il pubblico impiego sia tutto concentrato nella "Roma ladrona" che sbeffeggiano e non sanno che da Aosta a Bolzano, passando da Varese e Brescia, fioriscono Comuni, ospedali, uffici pubblici d’ogni genere, ricolmi di donne e uomini che un tempo chiamavamo "servitori dello Stato", oggi umiliati e offesi. Altro che asse del Nord, come si scrive, costruito tra Bossi, Montezemolo e Berlusconi. Qui, semmai, siamo di fronte ad un’inedita alleanza contro una parte cospicua del Nord operoso (oltre che del Sud). L’asse vero, magari, è quello che si può stabilire tra lavoratori del pubblico impiego e lavoratori metalmeccanici, uniti da un comune destino.

                C’è poi, in questa guerra di tutti contro tutti dentro il centrodestra, chi la sovrasta con apparente noncuranza. E’ Silvio Berlusconi che osa scagliarsi contro la "irresponsabilità" di chi vorrebbe, due anni dopo la naturale scadenza, il rinnovo del contratto di lavoro. Lo spunto è preso da una cifra – i fatidici cento euro – che non è nemmeno vera, visto che, com’è stato spiegato in mille salse, essa è raggiungibile solo se si fa la media del pollo. Vale a dire se si calcolano, insieme ai poveri aumenti destinati alle "mezze maniche" dei ministeriali o dei bidelli, o degli infermieri, anche i soldi destinati al direttore generale del Tesoro e ad altri 230mila dirigenti (ministro Siniscalco compreso), oppure ad ambasciatori, magistrati, professori universitari, generali d’armata.
                Tutto questo mentre il sistema produttivo decade e la colpa, dallo stesso presidente del Consiglio, è assegnata agli italiani che a Pasqua sarebbero andati in vacanza, invece di lavorare. E’ l’economia da bar. Non sanno capire che le radici del disastro, stanno proprio in quei cocci calpestati nelle sale di Palazzo Chigi. L’accordo del 23 luglio del 1993 era nato non per uccidere il conflitto sociale, ma per prevenire le guerre per errore, per incanalare il conflitto su binari civili, per dare certezze ai lavoratori e agli imprenditori. Era servito a risanare il Paese, a far entrare l’Italia in Europa. Poteva servire ad accompagnare la crescita. Oggi non ci troveremmo di fronte, con molta probabilità, ad un prodotto interno lordo che cede, con le imprese (e magari anche i Comuni e gli Enti Locali) che cercano di affrontare le difficoltà (incrementate dalle politiche di governo) rifacendosi sul costo del lavoro, senza essere spinti a cercare la strada dell’innovazione. E Cgil Cisl e Uil che minacciano lo sciopero generale. Hanno, in sostanza, annullato loro quell’accordo del 23 luglio del 1993 e così hanno disdettato una prospettiva di sviluppo armonico, hanno disdettato un ruolo costruttivo delle organizzazioni sindacali. Ora è il segretario generale della Uil Luigi Angeletti a chiedere la revoca di quella maxintesa (ma prima di lui altri, soprattutto molto a sinistra, avevano avanzato la stessa proposta). Certo, lo si può anche fare, ma sui cocci che cosa si costruisce e soprattutto con chi si costruisce? Sarebbe quasi come dire che bisogna abolire i contratti perché tanto lor signori non li rinnovano.