Aziende in crisi, è allarme lavoro

26/11/2004

    venerdì 26 novembre 2004

    Pagina 30 – Economia
    Rapporto dei Ds: "Finita l´espansione dell´economia, l´occupazione cresce solo grazie agli immigrati"
    Aziende in crisi, è allarme lavoro
    "Duecentomila posti a rischio"
    Cala in Italia e in Germania l´indice di fiducia delle imprese: preoccupano la forza del cambio e l´aumento delle scorte

    RICCARDO DE GENNARO

    ROMA – Aumenta il rischio di declino industriale e di uscita dai settori produttivi strategici. Gli stessi settori tradizionali, spesso vero punto di forza dell´economia italiana, sono in difficoltà: il tessile e l´abbigliamento, il calzaturiero, l´alimentare, il metalmeccanico, la distribuzione commerciale hanno messo a segno negli ultimi mesi veri record in termini di aumento delle ore di cassa integrazione straordinaria. Molte aziende, avendo raggiunto il tetto della "straordinaria", sono passate alla cassa ordinaria, aumentata del 10,5 per cento nei primi otto mesi 2004. È raddoppiato il numero delle imprese che hanno dichiarato la crisi: oggi sono 2.700, con 355mila dipendenti complessivi, contro le 1.300 dello scorso febbraio. E i posti a rischio sono quasi 200mila, 193mila per l´esattezza, dei quali 157mila diretti e 36mila nell´indotto e tra gli stagionali e i precari.

    È questo il quadro «allarmante» che emerge dal 2° Rapporto 2004 su «Occupazione e politica industriale» dei Ds, rapporto presentato ieri dal segretario Piero Fassino e dal responsabile lavoro Cesare Damiano. «Il nostro documento conferma la situazione di grave rischio al quale è esposto il sistema industriale italiano», dice Fassino. Il quale accusa il governo di non avere mai intrapreso una politica industriale e del lavoro: «In questi tre anni non c´è stata – aggiunge – una politica economica di sostegno allo sviluppo. Non si è visto nulla. Questo governo ha saputo soltanto creare un buco di 25 miliardi di euro nei conti pubblici e determinare contemporaneamente la stagnazione economica, consegnando il Paese alla crescita zero».

    I Ds smentiscono anche «la favola della crescita occupazionale». Nel triennio 2000-2002 i nuovi posti di lavoro sono stati 800mila, nel 2002-2004 sono aumentati invece di 440mila unità, la metà rispetto al triennio precedente. Con un particolare, però: nell´ultimo triennio, per effetto della Bossi-Fini, sono stati regolarizzati 600mila immigrati irregolari, per cui «il saldo è stato negativo: mancano all´appello 160mila posti di lavoro», conclude Fassino. Nell´ultimo anno, poi, è aumentata la quota di parasubordinati sulle nuove assunzioni: nel 2002 erano il 15,2 per cento, nel 2003 sono stati il 30,6 per cento. Non solo: a partire dal 2002 il Prodotto interno lordo è cresciuto meno dell´occupazione. Nel ´98 l´Italia, dicono i Ds, era di circa 14 punti sopra la media europea a 25 Paesi per quanto riguarda il Pil procapite a parità di potere d´acquisto: oggi – sostiene la Quercia – siamo sopra la media di soli sei punti e le previsioni Eurostat per i prossimi anni ci danno in ulteriore discesa. La tendenza è all´impoverimento.


    I Ds ritengono particolarmente grave che a fare per primo le spese di questa situazione gravissima sia stato il Mezzogiorno. La ripresa del Sud si è fermata. Nel 2003 la crescita del Pil è stata pari allo 0,3 per cento, contro l´1,1 del 2002. L´aumento dell´occupazione ha registrato una brusca interruzione: perde posti l´agricoltura, rallenta la crescita occupazionale nell´industria (+1,3 nel 2003, contro un +4,1 nel 2002). Resta alta la quota di lavoro sommerso: la stima è di un milione e mezzo di lavoratori irregolari.


    A fronte di questo scenario non sono di conforto le stime Isae sulla fiducia delle imprese sull´economia e la produzione nei prossimi mesi. A novembre l´indice torna a scendere e si porta sui minimi dello scorso maggio: il pessimismo deriva principalmente dall´accumulo di scorte, dalle previsioni meno favorevoli sull´andamento della produzione e dal rafforzamento dell´euro. Il dato non è una peculiarità italiana: scende infatti, a novembre, dopo tre mesi di stabilità, anche l´indice Ifo che misura il clima di fiducia degli imprenditori tedeschi.