Aziende ferme? Non date la colpa al costo del lavoro

19/10/2004

            martedì 19 ottobre 2004

            Aziende ferme? Non date la colpa al costo del lavoro
            Giampiero Rossi

            MILANO Il freno alla competitività delle imprese italiane? Ormai lo sanno anche i sassi, tanto è stato ribadito negli ultimi mesi: la debolezza sul versante dell’innovazione e della ricerca. Ma come, non era l’eccessivo costo del lavoro la zavorra di cui il sistema produttivo avrebbe dovuto liberarsi per competere sui mercati internazionali? Sciocchezze, ha ribadito non più tardi di ieri il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio. Il problema è quello di spostare in avanti i livelli qualitativi della produzione italiana, per renderli più competitivi rispetto a quelli dei paesi emergenti che con meno inventiva ma – a questo punto sì – con costi imparagonabili.

            Eppure, come se una ricca messe di studi, statistiche e analisi su scala continentale, non avessero documentato a sufficienza il contrario, c’è ancora qualche “riformista” che si affanna per cogliere in giro per l’Europa indicatori che denuncerebbero il problema dei problemi per l’industria italiana: il costo del lavoro. Un esempio: la General Motors (tra l’altro partner della nostra Fiat) ha deciso di liberarsi di non 100, non di 500, non di 1.000 ma di ben 12mila lavoratori della Opel? Ebbene, spiegano subito alcuni “riformisti”, è un segnale che deve mettere sull’avviso i sindacati italiani: se il lavoro continua a costare troppo le aziende chiudono, licenziano, delocalizzano. Licenziare, secondo questa interpretazione, è un segno di progresso. E poco importa se, prima ancora di quelli italiani, sono i sindacati tedeschi – gli stessi che hanno scelto di sottoscrivere accordi sull’aumento degli orari pur di evitare certe delocalizzazioni – a insorgere e a opporsi a questa logica da economia domestica. Ma, soprattutto, contro questa tesi che persino gli industriali italiani hanno scelto di liquidare insieme al loro ex presidente Antonio D’Amato, ci sono i numeri. Non quelli del sindacato, ma quelli ricavati con lunghe e costose ricerche da soggetti tutt’altro che ispirati dal movimento operaio, come Mediobanca e l’Ubs, cioè l’Unione delle banche svizzere. Numeri che poi il Dipartimento attività produttive della Cgil ha incrociato tra loro.


            Proprio un’indagine commissionata dalla banca d’affari di Piazzetta Cuccia ha infatti ragionato su costi medi unitari annui del personale e lo ha fatto scavando fra i bilanci di circa 1.941 aziende e società italiane, dell’industria e dei servizi, che complessivamente rappresentano circa il 40% del fatturato dei rispettivi settori. Insomma un campione corposo e significativo. Cosa emerge? Mediobanca (non l’ufficio studi dei Cobas) dimostra che nel 1994 il costo medio unitario anuo del personale (retribuzione più contribuzione) delle 1.941 società prese in esame era pari a 34.400 euro, mentre nel 2002 l’importo medio è risultato di 42.500 euro.

            Quindi, considerato come anno-base indicizzato al valore 100 il 1994, la dinamica di crescita porta nel 2002 a un valore di 123,5. Ma attenzione: perché nel frattempo l’inflazione registrata nello stesso arco di tempo (1994-2002) è stata pari al 25,3%. Il che significa che il costo medio unitario annuo del personale, nelle principali società italiane, è diminuito quasi del 2% in 8 anni.

            E se la stessa analisi nel tempo sposta il suo obiettivo sulle imprese pubbliche, allora i dati parlano di un costo medio unitario di 40.900 euro nel 1994 e di 49.400 euro nel 2002. Perciò l’indice di crescita, considerato a parametro 100 il 1994, conduce a quota 120,8 nel 2002. Risultato: in rapporto all’inflazione, anche nell’imprese pubbliche il costo del lavoro è diminuito, in misura del 4,5%. Per società industriali l’evoluzione è da 33.900 euro di costo medio per unità lavorativa nel ’94 a 42.800 euro nel 2002, con un indice 126,3 nel 2002: in questo caso, quindi, vi è un incremento di 1 punto sul dato medio. Ma nelle società terziarie e dei servizi, invece, il costo del lavoro è passato dai 36.900 euro del 94 ai 41.500 nel 2002, ma con un indice di 112,5 rispetto al ’94, che tradotta in “soldoni” significa una drastica riduzione del 13% al netto dell’inflazione.


            Ma a dimostrazione che il costo del lavoro italiano non è affatto più elevato di quello del resto del mondo contribuisce la ricerca periodica condotta dall’Ubs (sintetizzata nella tabella a fianco): il salario orario lordo medio (espresso in questo caso i dollari e calcolato su figure di lavoratori medi presenti in tutti i paesi considerati) risulta di 19,3 a Zurigo, di 15,20 a New York, di 12,70 a Dublino, di 12,30 a Londra, di 10,50 a Berlino, di 10,10 a Parigi, di 7,90 a Barcellona, di 7,80 a Milano, di 7,50 a Madrid e infine di 6,40 dollari a Roma e a Tel Aviv. Insomma il salario medio orario di Roma è più basso di quello di Dubai, di Taipei, di Hong Kong, di Atene, di Madrid e di Barcellona. In altre parole, la condizione salariale netta italiana è la peggiore di quasi tutti i paesi industrializzati o di nuova industrializzazione del mondo.


            «Che il costo del lavoro non sia il problema che frena la competitività delle nostre aziende è ormai una convinzione acquisita in primo luogo da Confindustria – ribadisce Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil – il punto è piuttosto quello di riposizionare la nostra produzione su livelli di qualità e contenuto innovativo non più “sfidabili” dai paesi emergenti con la sola arma di cui dispongono, cioè i bassi costi. Ma è evidente – insiste Lapadula – che non possiamo inseguire noi quei livelli di costo ma solo cercare di rendere più inimitabile il livello del “made in Italy” e, anche, entrando in settori emergenti come le nanotecnologie e le biotecnologie. Ma non sono risultati che si possono raggiungere finché la spesa media in ricerca resta ferma attorno all’1% del Pil, quando la media europea è più del doppio».