Azienda Italia, un esercito di insoddisfatti

04/11/2002




          2 novembre 2002


          Azienda Italia, un esercito di insoddisfatti

          Un’indagine europea di International survey research sul clima nelle imprese rivela che sono gli italiani i dipendenti meno contenti


          MILANO – Poco coinvolti, demotivati, stressati. Quando parlano del loro lavoro, gli italiani si dipingono così: incompresi dai diretti superiori, scarsamente valorizzati dalle aziende. Insomma, un esercito di insoddisfatti si aggira quotidianamente nelle imprese, migliaia di uomini e di donne che ogni giorno si presentano puntualmente al lavoro ma che lasciano altrove il loro cuore, fuori dai cancelli. Qualche giorno fa un’indagine su 30 mila lavoratori dipendenti europei realizzata da Monster, società leader mondiale nel recruiting online e business unit di Tmp Worldwide, aveva messo in luce come gli italiani fossero tra i più cagionevoli di salute in Europa. Ma oggi un’altra inchiesta, firmata dall’International survey research di Londra, lancia un allarme ben più grave: i lavoratori italiani sono i più insoddisfatti del Vecchio continente. Nella classifica internazionale che ha messo a confronto 20 Paesi, l’Italia registra il risultato peggiore, superata perfino dalla Turchia. Lamentarsi, si sa, è uno sport nazionale. Ma al di là dei luoghi comuni, un dato di fatto è che le indagini sul clima aziendale effettuate negli ultimi anni giungono inevitabilmente alle stesse conclusioni. E sul banco degli imputati siedono i direttori del personale, con l’accusa di non essere stati in grado di ribaltare la situazione nonostante i ripetuti campanelli d’allarme. Ma è soltanto colpa loro se la motivazione non è di casa nelle aziende? Elisa Boccaletti, italiana trapiantata da otto anni a Londra e consulente dell’International survey research, li assolve parzialmente: «Credo che lo scarso senso di soddisfazione dei lavoratori italiani scaturisca da due elementi – dice -. Primo: le funzioni risorse umane, che in una situazione di mercato del lavoro bloccato e con scarso turn over non sono incentivate a investire sui dipendenti. Ma il secondo aspetto riguarda direttamente i lavoratori: gli italiani tendono a lamentarsi di più dei loro colleghi degli altri Paesi. Nelle nostre indagini sulla felicità aziendale, l’Italia si colloca sempre agli ultimi posti: una contraddizione in un Paese che vanta una qualità della vita senza confronti». Sarà, ma la percezione che i lavoratori italiani hanno della società che li ha assunti continua a essere in gran parte negativa. L’International survey research ha individuato quattro tipologie di dipendenti, classificati in base al loro impegno in azienda. In cima ci sono gli "sposati", determinati a garantire il successo della loro azienda: sono i lavoratori modello, quelli di cui qualunque buon manager vorrebbe circondarsi. Nel mondo costituiscono il 54% della forza lavoro, in Italia il 52 per cento. Ci sono poi i "conviventi", che hanno un’opinione abbastanza positiva della loro società, ma non hanno intenzione di rimanervi: nel mondo sono il 14%, l’8 per cento in Italia. Nella parte bassa della classifica figurano i "separati", complessivamente il 16%, ma balzano al 25% in Italia. Sono i lavoratori che hanno un’opinione negativa dell’impresa nella quale sono impiegati, se potessero se ne andrebbero, ma non possono. Infine, i "divorziati": considerati le "pecore nere", quelli che non consiglierebbero a nessuno di lavorare per la loro azienda e hanno serie intenzioni di andarsene. Nel mondo sono il 16%, in Italia il 15 per cento. «Quello che colpisce è la forte presenza di "separati" nelle aziende italiane – sottolinea Elisa Boccaletti -, una anomalia nel contesto mondiale». Non è però una novità. Nel 1998 la società di consulenza Summit effettuò un’indagine sul coinvolgimento emotivo dei dipendenti nelle imprese. E i risultati furono allarmanti: 6,2 lavoratori italiani su dieci non erano leali verso la loro azienda, otto su dieci si dichiaravano indifferenti. Ma oggi? «Non abbiamo svolto altre rilevazioni da allora – chiarisce Franco D’Egidio, amministratore delegato di Summit e profondo conoscitore degli asset intangibili aziendali -. Ma la sensazione mi dice che la situazione è, almeno in parte, migliorata. Soprattutto nelle migliori aziende, quelle che hanno deciso di introdurre un approccio culturale vincente e hanno adottato filosofie di leadership e di vision che coinvolgono i dipendenti». Nei giorni scorsi D’Egidio ha riunito a Milano – in un convegno internazionale organizzato insieme al gruppo Il Sole-24 Ore e all’iniziativa europea Prism – centinaia di esperti che per due giorni hanno discusso dell’importanza strategica degli asset intangibili nelle imprese. Il quadro che ne è emerso è evidente: le risorse umane sono una carta vincente in grado di aumentare la competitività e di accrescere il valore futuro delle aziende. «Le persone – spiega D’Egidio – non sono un costo, ma una grande ricchezza. Occorre però che condividano il progetto d’impresa e che trovino corrispondenza con la propria visione. Bisogna far rinascere l’orgoglio di appartenenza». Antonino Borgese, partner di The best place to work Italia, batte il chiodo sull’importanza che le risorse umane rivestono nella creazione di ricchezza per le imprese. Da diversi anni l’istituto redige negli Stati Uniti e in altri Paesi una classifica delle migliori aziende per le quali lavorare, con migliaia di questionari inviati ai dipendenti. L’indagine è sbarcata in Italia lo scorso anno e ha evidenziato come il 50% delle migliori 30 imprese sia di matrice straniera, soprattutto anglosassone o nordeuropea. Un dato insolito che Borgese spiega sulla base di due considerazioni. «Innanzitutto – afferma – è un problema di organizzazione. Gli italiani sono vincenti in creatività e imprenditorialità, ma nelle grandi imprese esistono vistose lacune organizzative che fanno sì che le pratiche di gestione delle risorse umane non siano integrate nelle strategie aziendali. E poi pesa anche la tradizione culturale, l’individualismo, il rapporto complesso con l’autorità. I Paesi di tradizione protestante, in questo, sono molto diversi, riescono a intrecciare un rapporto più diretto con i superiori e accettano di buon grado i rapporti gerarchici strutturati». Lamentarsi della propria condizione, insomma, continuerà forse a essere lo sport nazionale preferito dagli italiani, ma una soluzione per alleviare la situazione probabilmente esiste: rafforzare il peso della funzione risorse umane nelle aziende. «Negli Stati Uniti – si chiede Elisa Boccaletti – i direttori del personale fanno parte dei consigli di amministrazione. Perché non accade la stessa cosa anche in Italia?».
          Angelo Mincuzzi
          a.mincuzzi@ilsole24ore.com