Azienda, distretto e filiera al centro della contrattazione

22/11/2002

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
277, pag. 5 del 22/11/2002

Mario Unnia



Superati i livelli nazionale, regionale e provinciale.

Azienda, distretto e filiera al centro della contrattazione

Mentre la crisi Fiat, da un lato, e la querelle della Finanziaria dall’altro continuano a tenere la scena del dibattito politico e sindacale, un nuovo scontro si delinea: che non è collegato solo al contratto dei metalmeccanici, una vertenza aperta sotto i peggiori auspici, bensì alla riforma dei contratti, i cui contenuti e le cui poste vanno molto al di là del seppur impervio mondo delle tute blu.

Il nocciolo della questione può essere riassunto in una domanda: ha ancora senso attribuire un ruolo centrale al contratto nazionale? e, a seguire, non è forse il momento di mettere in discussione l’intera struttura contrattuale alla luce delle sostanziali modifiche intervenute nel mercato del lavoro?

Sull’utilità o meno di un contratto nazionale si discute da tempo, e recentemente il ministro del welfare, Roberto Maroni, ha espresso la speranza che questo tabù possa cadere, ma immediatamente il pur ragionevole Savino Pezzotta, segretario leader della Cisl, ha ribadito che non si può fare a meno di un contratto nazionale. Per non parlare di Guglielmo Epifani, leader della Cgil, che lo considera un pilastro inamovibile.

Al di là dei pronunciamenti, quasi tutti i protagonisti convengono sul fatto che il contratto nazionale dovrebbe essere rivisto nei contenuti. Pezzotta propone di alleggerirlo, e di farne ´la garanzia della tutela e dell’equità’, dando poi ampio spazio alla contrattazione decentrata, aziendale e territoriale: a sinistra, non mancano coloro che accetterebbero una contrattazione territoriale seppur limitata alle piccole imprese.

L’impressione è che il dibattito sia condizionato da pregiudizi ideologici (per esempio, il rifiuto della contrattazione differenziata tra Nord e Sud perché aumenterebbe la disuguaglianza tra i lavoratori, quando invece è proprio l’assenza della contrattazione differenziata a creare disuguaglianza), oppure da un’interpretazione burocratica e non pertinente del concetto di territorio, e prima ancora da un’eccessiva enfasi sul ruolo stesso della contrattazione, alla quale si continua ad attribuire una centralità che ha fatto il suo tempo. Vediamo perché.

La complessa riforma del mercato del lavoro, approvata dalla camera e in attesa del passaggio definitivo al senato, e la riforma indilazionabile degli ammortizzatori (la trasformazione della cassa integrazione e della gestione della mobilità, l’introduzione di un sussidio ordinario di disoccupazione e di un sistema di protezione sociale cosiddetto di ´ultima istanza’ per categorie di cittadini particolarmente svantaggiati) stanno a dimostrare che tutto ciò che riguarda le tutele e le equità di cui parla Pezzotta non deve essere argomento di contrattazione, bensì di norme di legge.

Perché le tutele collegate all’attività lavorativa riguardano il cittadino, prima del lavoratore, come la salute, la mobilità territoriale, la sicurezza ecc. Dunque il contratto nazionale non dovrebbe farsi carico di ciò che può e deve per natura essere stabilito dalle leggi e dai regolamenti: semmai potrebbe esserci spazio per accordi tra le parti sociali solo su determinate procedure di applicazione ai casi concreti.

A questo punto, stabilito per esempio che qualsiasi retribuzione non dovrebbe essere inferiore al livello di protezione sociale di ultima istanza, tutto il resto della retribuzione potrebbe essere affidato alla contrattazione decentrata: non ai contratti di settore, si badi, che in questo disegno risulterebbero inutili perché è del tutto ininfluente il fatto che il lavoratore sia un metalmeccanico o un chimico, ma innanzitutto alla contrattazione aziendale, secondo criteri diversi per imprese grandi e piccole, in funzione dei settori di attività e delle loro diverse morfologie organizzative.

Quanto invece al territorio occorre evitare delle astrazioni. Ha poco senso parlare di contratti regionali o provinciali, perché il livello di disomogeneità delle imprese nello stesso territorio è ovunque elevato. Insistere su livelli retributivi omogenei per le imprese che insistono sullo stesso territorio potrebbe tradursi in uno svantaggio per alcune e in un vantaggio per altre, in vincoli inutili per alcune, in posizioni di rendita per altre. Dunque, avrebbe un effetto distorcente del mercato stesso.

Ha senso invece parlare di contrattazione decentrata se per territorio non si intende il territorio fisico e amministrativo, bensì quello organizzativo.

È legittimo parlare di un contratto di distretto, se si tiene a mente che non necessariamente il distretto coincide con un territorio fisico e, se anche vi coincide, è la dimensione organizzativa, l’integrazione degli operatori economici che lo qualifica, non la contiguità degli opifici. Altrettanto dicasi, e a maggior ragione, per i contratti che potremmo chiamare di ´filiera’, dove per filiera si intende l’integrazione delle lavorazioni da parte di più imprese, una catena di accordi e contratti di fornitura che legano le parti al tutto, e sono il risultato dei processi di reingegnerizzazione e di esternalizzazione.

Contratti comuni alle imprese che concorrono al prodotto finale, dalla progettazione alla produzione alla distribuzione, potrebbero essere utili per stabilizzare una parte del costo del lavoro, salvo poi lasciare alla contrattazione aziendale (e individuale) il compito di ricompensare la produttività di gruppo e dei singoli.

Continuare a pensare che possa esistere una contrattazione di livello nazionale significa ignorare che nulla è più disomogeneo della dimensione nazionale di una società con decine di milioni di abitanti; insistere per una contrattazione territoriale riferita a regioni e province significa compiere, su scala minore, lo stesso errore di valutazione; e non trarre le dovute ripercussioni che sulla contrattazione avranno le novità introdotte dalla recente riforma del mercato del lavoro rischia di rendere meno efficace la riforma stessa.

Purtroppo il clima sociale e politico non è dei migliori per una disamina serena del nesso contrattazione-riforma, nello spirito e nella coerenza del pensiero di Marco Biagi. Pezzotta aveva invitato giorni fa Uil e Cgil ´a fare insieme una riflessione ed esprimere una proposta unitaria da presentare alla controparte’. La probabilità che ciò avvenga è molto bassa. Pertanto, al posto di un compromesso impraticabile sono preferibili delle proposte distinte, tra le quali gli imprenditori possano valutare quella più aderente alle esigenze delle imprese, e il governo, se sarà chiamato a mediare, possa appoggiare quella più funzionale all’interesse del paese.

Mario Unnia