Avvocati: Tariffe minime e reddito Così la svolta

23/11/2010

Via dall’albo i professionisti con bassi guadagni Le norme per l’accesso
Come vincere un processo d’appello. Ti manca solo un passo e poi tutto sarà definitivo. A meno che tutto non torni al punto di partenza. È questa la sensazione con cui il mondo dell’avvocatura italiana sta vivendo l’iter di approvazione della riforma forense. Oggi il testo dovrebbe essere approvato al Senato e poi mancherà solo il via libera della Camera per raggiungere quello che il Consiglio nazionale forense definisce «una riforma attesa da decenni che contribuirebbe a salvaguardare la funzione sociale dell’avvocatura, a rafforzare la tutela dei cittadini, a migliorare, al passo con i tempi, il servizio indispensabile che gli avvocati forniscono alla collettività».
Quali grandi novità porterà con sé la riforma? Difficile sintetizzare un testo tanto ampio, però esistono passaggi particolarmente sentiti da tutta la categoria: innanzitutto il ripristino delle tariffe minime, responsabili (secondo gran parte dell’avvocatura) di aver avviato una corsa al ribasso che ha danneggiato il fatturato di tutti, specie dei più giovani e dei più «deboli». Le tariffe però non piacciono alle imprese (Confindustria) e all’Antitrust che le ritengono una mossa reazionaria di rifiuto del libero mercato. Una parte dei giovani avvocati, tra l’altro, sostiene che proprio l’assenza delle tariffe aveva permesso a studi non «griffati» di diventare competitivi sul mercato grazie alla politica dei prezzi. Non a caso il «partito antitariffe» denuncia che il ripristino del tariffario porterà a un aumento complessivo dei costi con una ricaduta sui cittadini. Di parere diametralmente opposto i «poteri forti» dell’associazionismo che, non a caso, per il congresso ufficiale del mondo forense (che si aprirà giovedì a Genova) ha scelto come slogan «L’avvocatura italiana al servizio dei cittadini».
In effetti l’indagine condotta dalla Cassa forense conferma la sofferenza del settore. Per il secondo anno consecutivo i redditi dichiarati ai fini dell’Irpef risultano in flessione: dell’1,1% rispetto al 2008 e addirittura del 6,5% in relazione al 2007. Il contraccolpo maggiore lo hanno subito i giovani avvocati, quelli della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, entrati anche loro a far parte della «generazione mille euro» visto che il loro reddito, al netto dei contributi, risulta di appena 19 mila euro l’anno.
Proprio lo «strappo generazionale» è uno dei problemi che la riforma forense cercherà di affrontare: gli avvocati sono troppi (la stima sta intorno a 220 mila), si pensa a un accesso a numero chiuso sin dall’Università, ma intanto bisogna creare un argine. Quello individuato sta all’articolo 20 della riforma: il principio della continuità professionale. Per accertarlo si considerano due parametri: il reddito e la presenza in aula. Più volte Cnf e Oua hanno spiegato che in Italia ci sono troppi avvocati «dormienti», il cui reddito e attività farebbero pensare a gente che non esercita la professione. Così, con l’approvazione della riforma, sarà possibile cancellare dall’albo tutti coloro che non avranno continuità in tribunale o che avranno dichiarato un reddito talmente basso (probabilmente la cifra di riferimento starà intorno ai 9.700 euro) da risultare incompatibile con l’effettivo esercizio della professione.
Con l’entrata in vigore di questa norma, potrebbero risultare a rischio cancellazione 50 mila avvocati (tra cui, forse persino il ministro della Giustizia Angelino Alfano). «È una pulizia etnica» hanno più volte provocatoriamente denunciato i «contestatori» dell’Ugai, di sicuro si tratta della prima volta (escluso il caso delle leggi razziali di epoca fascista) in cui degli avvocati italiani rischiano la cancellazione d’ufficio dall’albo. Vero è che il provvedimento non viene applicata quando si tratta di giovani nei primi anni dopo l’abilitazione, in caso di malattia oppure di maternità. Ma la vicenda appare ancora intricata e destinata ad avere strascichi anche dopo l’approvazione.
Altro aspetto controverso della riforma è quello legato alle specializzazioni. Queste, in realtà, sono già state inserite nel regolamento del Cnf e prevedono la possibilità di attribuire il titolo di avvocati specialista a chi avrà svolto appositi corsi di formazione oppure a chi può vantare almeno 20 anni di attività in un determinato ambito del diritto. In questo caso il fronte dell’approvazione è molto meno ampio (contestano l’Oua e l’Anf), al punto che 45 avvocati si sono rivolti al Tar del Lazio per bloccare tutto.
Infine, malgrado resti fuori dalla «partita» sulla riforma, c’è un’altra questione destinata a infiammare il congresso di Genova e le discussioni dei prossimi mesi: la media conciliazione obbligatoria. In questo caso si tratta di norme già approvate che entreranno in vigore da marzo 2011 e che prevedono la possibilità risolvere controversie davanti a un conciliatore e non più solo in aula davanti a un giudice. Considerato che il raggio d’azione della conciliazione è davvero molto ampio (fisco, assicurazioni, liti condominiali ecc.) è verosimile che molti avvocati perdano parte considerevole del loro giro d’affari. Appena ieri l’Oua ha presentato ricorso al Tar contro la media conciliazione obbligatoria e annuncia analoga iniziativa alla corte europea. Una posizione intransigente che denuncia uno sbilanciamento della giustizia a favore di giudici non togati e con un aumento dei costi, tutti a carico del cittadino. Di contro, i sostenitori della conciliazione affermano che assicurerebbe tempi molto più brevi rispetto a quelli dell’elefantiaca macchina della giustizia italiana. Quindi un altro fronte aperto, destinato a protrarsi nel tempo. A conferma che in Italia rapidità e giustizia sono due concetti difficilmente conciliabili.