Avvocati e riforma, decreto per salvare le tariffe minime

19/11/2010

Corsa contro il tempo al Senato. Il nodo del tetto al reddito
MILANO — Sono in tanti a scommettere che durante il congresso nazionale forense (che si terrà a Genova dal 25 al 27 novembre) il ministro della giustizia Angelino Alfano porterà in «dono» agli avvocati una riforma forense pressoché approvata. A farlo pensare è l’accelerazione che il testo ha avuto al Senato (approvazione prevista per martedì) e la previsione di un iter molto rapido anche alla Camera. «Chiediamo al Parlamento un ultimo sforzo — dice Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense —. Pur consapevoli delle difficoltà che evidenzia l’attuale quadro politico, siamo al cospetto di una riforma attesa da decenni che contribuirebbe a salvaguardare la funzione sociale dell’avvocatura, a rafforzare la tutela dei cittadini, a migliorare, al passo con i tempi, il servizio indispensabile che gli avvocati forniscono alla collettività».
Si profila una corsa contro il tempo in cui l’avvocatura vuole tutelarsi nel caso di uno scioglimento anticipato delle camere. «Esultiamo per il via libera definitivo al Senato della riforma forense e in particolare per quanto riguarda l’abrogazione della legge Bersani — afferma polemicamente Maurizio de Tilla, presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura — . Si ritorna al buonsenso sulle tariffe minime, sulla consulenza legale esclusiva e sul ripristino del divieto di patto di quota lite. Ora chiediamo che la riforma passi celermente alla Camera dei deputati. Ma se l’approvazione dovesse essere bloccata dal prematuro scioglimento del Parlamento noi chiederemo un decreto legge per ripristinare almeno le tariffe minime in assenza delle quali la nostra categoria è stata sottoposta a una corsa al ribasso mortificante delle parcelle che ha messo in ginocchio soprattutto i professionisti più giovani».
L’approvazione del testo però non placherà le critiche di chi, soprattutto dal mondo dei giovani avvocati, ha bollato questa riforma come un giro di vite teso a limitare il numero degli avvocati italiani gravando soprattutto sul futuro dei giovani. Tante le questioni che animeranno il dibattito anche dopo l’approvazione del testo: i parametri di reddito per calcolare l’effettivo svolgimento della professione (con l’ipotesi della cancellazione dall’albo); i costi della formazione continua; i regolamenti delle specializzazioni che prevedono anche un regime transitorio (via libera alla specializzazione per gli avvocati «anziani» per meriti acquisiti sul campo).
Malgrado le contestazioni, comunque, la riforma conserva il favore dalla maggioranza degli avvocati. Gran parte dei quali però sono consapevoli che la riforma da sola non sarà la panacea di tutti i mali di una categoria che ha pagato a caro prezzo l’impatto con la crisi economica. I giovani avvocati alle dipendenze dei grandi studi e i «piccoli» che sono riusciti a mettersi in proprio hanno scontato il calo d’affari e soprattutto il ritardo dei pagamenti. Ad aggravare la situazione è arrivata la media conciliazione obbligatoria che entrerà in vigore a marzo del 2011 e che potrebbe portare via una fetta di lavoro a molti studi, soprattutto del Sud. «La media conciliazione obbligatoria non deve passare — decreta de Tilla — ha evidenti principi di incostituzionalità. Siamo pronti a ricorrere alla corte di giustizia europea purché non passi. La conciliazione può anche essere considerata una soluzione alternativa all’aula ma non deve essere obbligatoria».