Avanza il partito del non voto

28/04/2003



              25 aprile 2003

              retroscena
              Umberto La Rocca

              Avanza il partito del non voto
              Dagli industriali ai riformisti, seguendo 2 sondaggi

              ROMA
              LA strategia è stata suggerita da due sondaggi riservati. Commissionati un paio di settimane fa all’Abacus e a Datamedia, arrivano a conclusioni simili. Primo: è molto, molto probabile che il referendum sull’estensione dell’articolo 18 alle imprese con meno di quindici dipendenti non raggiunga il quorum. Secondo: se il quorum venisse raggiunto, se cioè andasse a votare più del 50 per cento degli italiani, i “sì” stravincerebbero. Terzo: con un elettore su due che ancora non sa neanche dell’esistenza della consultazione popolare, mobilitare l’opinione pubblica favorevole al “no” sarebbe estremamente difficile. Ai vertici delle associazioni imprenditoriali, Confindustria e Confartigianato in testa, è bastata un’occhiata a grafici e tabelle per rendersi conto che stando così le cose andare al muro contro muro sarebbe un errore. E che invece occorra puntare al non raggiungimento del quorum, con una campagna soft. «Non mettersi l’elmetto in testa e non pestare la coda al cane che, per ora, dorme», sintetizzano nei corridoi di viale dell’Astronomia. Perché radicalizzare lo scontro avrebbe l’effetto di compattare le schiere del “sì” e spingere alle urne molti elettori che, invece, il 15 giugno ai seggi avrebbero preferito il mare o la campagna. «Le scelte possibili di fronte a una consultazione referendaria sono tre», spiega Guido Bolaffi, segretario generale della Confartigianato, «si può votare sì, si può votare no e si può scegliere di non andare a votare. Noi siamo contrari agli appelli volgari a passare la domenica in spiaggia, ma pensiamo che invece un atteggiamento di astensione responsabile, dichiarandone in anticipo le ragioni e gli obiettivi, sia assolutamente legittimo ed abbia la stessa dignità di quello di chi decide di esprimere il voto. Tantopiù nel caso di un referendum dannoso e decisamente abnorme, che soltanto in apparenza abroga una norma come prevede la legge ma che in realtà la estende ad altri soggetti». Il partito del non voto, o dell’astensione che dir si voglia, non si limita però alle associazioni imprenditoriali e, anzi, raccoglie consensi decisamente trasversali. Nel sindacato, innanzitutto. La Uil deciderà il comportamento da tenere sul referendum il 9 maggio, ma il segretario Luigi Angeletti ha criticato tanto il sì («non risolverebbe il problema»), quanto il no («potrebbe essere letto come una negazione del problema»). La possibilità di lasciare gli iscritti liberi di scegliere come credono è stata esclusa espressamente dal segretario aggiunto Adriano Musi. Dunque, sul tappeto resta solo l’astensione. Su posizioni simili la Cisl che, spiega Savino Pezzotta, «punterà al fallimento del referendum».
              E un approccio “morbido” sembra piacere anche alla leadership riformista dei Democratici di sinistra. Nella sede della Quercia di via Nazionale le posizioni delle associazioni imprenditoriali vengono definite «interessanti». Stretti fra la Margherita, coerentemente attestata a difesa della trincea del “no”, e la minoranza di sinistra del partito schierata per il “sì”, Fassino e D’Alema hanno tutto l’interesse a non alzare i toni dello scontro. E, soprattutto, a ritardare il momento della scelta. Con l’intento di depotenziare un referendum che il segretario ds ha definito «un grave errore» e di non presentarsi lacerati e divisi durante la campagna elettorale per le amministrative del 25 maggio. Resta da vedere che cosa deciderà di fare Silvio Berlusconi. Il sondaggio di Datamedia, che è noto anche a Palazzo Chigi, nelle sue conclusioni raccomanda espressamente al governo di non partire lancia in resta in una crociata che potrebbe essere controproducente. Ma il premier è imprevedibile e nelle ultime settimane ha dimostrato di voler sfruttare il delicato momento del centrosinistra seguito alla fine della guerra in Iraq. Potrebbe puntare perciò a sottolineare le divisioni dell’opposizione su un tema come quello del lavoro. Anche a costo di essere il solo a mettersi l’elmetto.