Autogrill: I quattro che si preparano all’assalto

19/04/2004





FINANZA
lunedi 19 Aprile 2004
pag. 29


I quattro che si preparano all’assalto


VITTORIA PULEDDA


Il copione ormai è ampiamente consolidato: quando si vendono pezzi importanti di industria (quasi) gli unici che hanno i soldi da mettere sul piatto e comunque i primi a farsi avanti sono i fondi di private equity. E Autogrill, in larga misura, non sta facendo eccezione: i termini ufficiali per presentare le offerte sono sostanzialmente slittati di una decina di giorni (a fine aprile) ma i quattro concorrenti in campo sono tutti fondi chiusi.
Se si esclude la costituenda cordata capitanata da Giovani Tamburi, persino i nomi sono quelli "soliti": la Kkr, che guida un gruppo di cui dovrebbe far parte anche Apax e Clessidra (il condizionale è d’obbligo in questi consorzi "leggeri" che si formano e si modificano con grande rapidità, fino ad un momento prima dell’offerta formale e vincolante); la Bc Partners, che poco prima dell’operazione Seat aveva raccolto qualcosa come 4,5 miliardi di euro da spendere in tutta Europa; Permira (con Bain capital) e Clayton Dublier Rice, poco nota in Italia ma uno dei primi fondi di private equity al mondo.
In realtà, i fondi chiusi hanno la determinazione per partecipare alle operazioni e la capacità di montare i finanziamenti ma poi non sempre mettono tanti capitali nelle società che controllano. E anche nel caso di Autogrill la cui quota in vendita da parte dei Benetton, il 57%, dovrebbe costare tra gli 1,7 e i due miliardi di euro si parla di una parte in contanti non troppo lontana dai 500 milioni; il resto sarebbe finanziato a debito. A questi costi vanno poi aggiunti i fondi per pagare l’opa successiva. In realtà nessuno conta di realizzarla davvero: innanzitutto perché il prezzo rischia di non essere troppo lontano da quello di Borsa (è la media tra quello massimo pagato a Benetton e quello di mercato degli ultimi dodici mesi) e poi perché le ultime operazioni Seat e la stessa Autostrade mostrano che i risparmiatori in queste circostanze non consegnano i titoli. Tuttavia, la Consob impone di presentare le fidejussioni a fronte del massimo esborso teorico; dunque, chi si fa avanti per Autogrill deve farsi carico anche di queste incombenze.
Operazioni così complesse sono costose anche solo da studiare: tra due diligence, advisor, studi legali e altri professionisti coinvolti fin dalle prime fasi, il chip per presentare un’offerta per una società delle dimensioni di Autogrill si aggira intorno ai 3 milioni di euro. Impegni non irrilevanti, che aiutano a capire perché i primi a farsi avanti sono in genere i fondi di private equity.
Ma non sono in pochi a scommettere che la cordata che sta cercando di mettere insieme Tamburi abbia le sue chance da giocare. Grosso modo sarebbero già stati raccolti 550 milioni di euro e l’obiettivo è di arrivare a 950; circa altrettanto dovrebbe essere finanziato a debito (Banca Intesa sta studiando la pratica). I nomi degli industriali italiani dietro la cordata non sono ancora ufficiali, ma non dovrebbero essere molto dissimili dall’azionariato della stessa Tamburi & partners: dunque, Angelini, Seragnoli, Radici, Branca, Ferrero, Burani, Bombassei, Bassetti, Giubergia e altri ancora, insieme ad un partner finanziario, la Bsi (che fa capo alle Generali e che dovrebbe essere anch’essa della partita). Inoltre, voci di mercato sostengono che anche Interbanca è intenzionata a partecipare all’operazione, insieme ad altri soci industriali.
Chiunque vinca la gara, si troverà comunque a dovere rinegoziare con le banche il debito pregresso di Autogrill circa 800 milioni perché i finanziamenti precedenti sono vincolati al fatto che non cambi la proprietà.
Dunque, nell’ipotesi che vinca la cordata Tamburi la società si troverà oberata da circa 1,8 miliardi di debiti (probabilmente un po’ di più nel caso dei fondi di private equity stranieri) e di questi sulla seconda parte, quella da 800 milioni, è probabile che il rimborso slitti a tra qualche anno. Poco, troppo? Come al solito, la risposta in questi casi è legata al cosiddetto free cash flow. In altre parole, a quanti flussi di cassa la società riesce a generare (e che non siano già impegnati altrove). A titolo di raffronto, il margine operativo lordo di Autogrill è grosso modo pari a 400 milioni, un quarto nel caso in cui il debito aggiuntivo sia di un miliardo.
Comunque chiunque vinca la gara, che ragionevolmente dovrebbe concludersi entro la fine di luglio, probabilmente lascerà l’attuale management alla guida del gruppo e altrettanto ragionevolmente non dovrebbe essere toccato il perimetro della società: salvo offerte particolarmente vantaggiose, il gruppo dovrebbe restare quello attuale, sebbene i fondi di private equity potrebbero essere più tentati dall’idea di vendere la parte americana (redditizia e a se stante).