Aumentano i contrari all’attacco – di R.Mannheimer

17/03/2003



          17 marzo 2003
          GLI ITALIANI & IL CONFLITTO

          Aumentano i contrari all’attacco, uno su cinque ha la bandiera arcobaleno

          Il 75% per il no all’azione militare, tra cui più della metà dell’elettorato di centrodestra

          di Renato Mannheimer
              La scorsa settimana, la percentuale di oppositori alla guerra sembrava avere raggiunto il suo fisiologico limite massimo. E invece è cresciuta ancora, raggiungendo il 75 per cento: tre italiani su quattro. Tra cui più della metà dell’elettorato di centrodestra. Un fenomeno politico imponente, la cui analisi suggerisce molteplici considerazioni. a) per la sua composizione. Data la sua estensione, il "no" alla guerra è inevitabilmente "trasversale", sia in termini sociodemografici che, in larga misura, politici. Ma in alcune categorie il "no" è sensibilmente più diffuso. Si tratta dei settori che tradizionalmente dichiarano di interessarsi e di partecipare meno alla politica. Ad esempio, le donne (interesse alla politica inferiore del 13 per cento rispetto ai maschi, supporto al no superiore del 22 per cento), gli under25 (interesse alla politica -8 per cento rispetto ai 35-60enni, supporto al no »13 per cento), gli over65 (interesse alla politica -9 per cento rispetto ai 35-60enni, supporto al no »22 per cento), le persone con basso titolo di studio (interesse alla politica -25 per cento rispetto ai laureati, supporto al no »37 per cento).
              Probabilmente queste categorie, che solitamente reputano troppo "difficile" la politica, hanno trovato in un tema "facile" e sentito profondamente come il no alla guerra, l’occasione e il modo per elaborare una propria opinione ed esprimerla. Resta arduo prevedere con quale intensità questo nuovo e inatteso interesse si tradurrà in futuro in un livello maggiore di partecipazione politica e, di conseguenza, in una accresciuta mobilità elettorale potenziale. Ma è ragionevole immaginare che, almeno in qualche misura, le conseguenze di questa sorta di mobilitazione di massa si faranno sentire: spesso, in passato, movimenti così estesi (e altrettanto "semplici" nelle tematiche e negli slogan) si sono ripercossi fortemente sugli equilibri politici.
              b) per le conseguenze sul funzionamento della democrazia. Diversamente dalle mobilitazioni del passato, il movimento pacifista è "misurato" quotidianamente dai sondaggi. E’ attraverso questi ultimi (in certi casi, come in Italia, plebiscitari), più che tramite le manifestazioni di piazza, che il movimento riesce ad incidere così fortemente sul dibattito politico internazionale e sulle decisioni dei leader. Stiamo cioè assistendo – come ha notato, in modo acuto e documentato, Ilvo Diamanti su
              Repubblica - alla crescita esponenziale del ruolo dell’opinione pubblica – intesa oggi come ciò che emerge dai sondaggi – il cui effetto di condizionamento sui protagonisti della politica appare ormai superiore a quello svolto dai tradizionali strumenti della democrazia rappresentativa (le elezioni, le maggioranze parlamentari, ecc.).
              Ciò che spiega anche le difficoltà di Berlusconi, sollecitato quotidianamente ad assumere una posizione netta e chiara, ma lacerato tra l’intenzione di agire secondo le sue valutazioni politiche (in ciò legittimato da una designazione elettorale) e l’opportunità di assecondare le posizioni dell’opinione pubblica – anche quelle espresse da chi lo ha eletto – cui è particolarmente sensibile (forse più di quanto non lo siano Bush, Blair e Aznar) e a cui deve, in fondo, la sua ascesa al governo. Di recente, in occasione della norma sull’articolo 18, Berlusconi non ha esitato a rinunciare a ciò che si proponeva per seguire gli orientamenti del suo elettorato. Farà altrettanto in questa circostanza?


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