Aumenta tutto, tranne i salari

06/12/2007
    giovedì 6 dicembre 2007

      Pagina 7 – Economia

      Aumenta tutto, tranne i salari

        Fiammate d’inflazione, contratti bloccati e non si arriva più alla fine del mese

          di Roberto Rossi/ Roma

          BUSTE PAGA Tecnicamente si chiama “rincorsa salariale”. Il fenomeno si determina quando, per diversi anni, la crescita delle retribuzioni è inferiore alla crescita dell’inflazione reale. L’effetto è il trascinamento della perdita del potere d’acquisto. In sostanza un lavoratore dipendente oltre alla perdita dell’anno in corso non recupera la diminuzione del potere d’acquisto nemmeno dell’anno precedente.

          Ecco, il concetto di “rincorsa salariale” è quello che meglio si può applicare in Italia quando si parla, appunto, di salari. Il nostro è il Paese dove negli ultimi cinque anni, secondo i dati Ires-Cgil, un lavoratore dipendente ha perso circa 1.900 euro in potere d’acquisto, dove le retribuzioni reali sono rimaste stabili mentre negli altri paesi europei si registravano tassi di crescita superiori (il 10% in media nella Ue, oltre il 15% in Francia e nel Regno Unito, il 5% in Germania), dove oltre sei milioni di persone (circa il 70% dei lavoratori) attendono ancora il rinnovo dei contratti mentre il costo dei beni primari (alimentari, energia, tanto per citarne alcuni), ma non delle materie prime, non ha freni.

          Ed è proprio questo impoverimento generalizzato per il lavoratore dipendente il terreno sul quale il sindacato sta cercando di confrontarsi con governo e imprese. Con il primo per discutere una nuova politica dei redditi. La piattaforma le organizzazioni sindacali l’hanno formulata il 24 novembre scorso. Cinque i punti per valorizzare il lavoro: riduzione delle aliquote fiscali, riforma dell’Irpef, calo della pressione fiscale sugli aumenti contrattuali, maggiore attenzione a tariffe e costo della vita in generale.

          Con Confindustria, invece, la questione è molto più ampia. Ci sono da rinnovare i contratti, ma c’è anche da trovare un percorso comune per individuare un nuovo modello contrattuale che dia maggiore peso alla contrattazione di secondo livello, cioè quella che avviene in fabbrica, fondamentale per l’integrazione del salario. Fino a questo momento le grandi imprese non hanno fatto molto per decentrare la contrattazione. Il regime centralizzato permette loro di pagare meno il lavoro qualificato e tenere basso il costo del lavoro.

          Dopo la minaccia di uno sciopero generale per la fine di gennaio, però, qualcosa si sta muovendo. «Sia Confindustria che i sindacati hanno cominciato a discutere su una politica salariale diversa – ha detto ieri il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei – . Credo che ci sia un’atmosfera, non dico positiva ma quanto meno costruttiva, e spero che prima di uno sciopero si possa invece mandare qualche messaggio rasserenante». Certo è, ha continuato Bombassei, che «definire il rinnovo del contratto dei metalmeccanici sarebbe per esempio un messaggio forte».

          Lo sciopero generale, in realtà, avrebbe anche un altro destinatario: il governo stesso. Per i sindacati è necessario che la politica dei redditi torni il primo argomento nell’agenda del governo. Il segnale sembra essere arrivato a destinazione. Ieri il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha impegnato l’esecutivo per i prossimi anni a una diminuzione delle tasse per famiglie e imprese. In più il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha di fatto aperto un tavolo dove poter discutere con l’unica condizione di chiudere prima con la Finanziaria e il protocollo sul Welfare.

          Chissà se tutto questo basterà ai sindacati. I quali, tra l’altro, in questi mesi hanno trovato nel loro cammino anche un insolito alleato: il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Il quale nel discorso pronunciato alla riunione della Società degli economisti di Torino, qualche tempo fa, aveva posto al centro dell’attenzione i salari. In particolar modo quelli di ingresso che riguardano i giovani. Secondo Draghi, le retribuzioni che percepisce un nuovo giovane lavoratore sono diminuite negli ultimi dieci anni in termini reali. A parità di potere d’acquisto, oggi sono inferiori del 30-40% rispetto ai livelli di Francia, Germania e Regno Unito. Una riduzione che appare di natura permanente e, cosa più importante per le decisioni di spesa, è percepita come tale dai lavoratori. Che non lasciano casa dei genitori e non fanno figli. Vittime anche loro della “rincorsa salariale”.