Auchan, oltre al lavoro niente

03/06/2003

        domenica 1 giugno 2003

        La catena di ipermercati francesi del gruppo la Rinascente vuole occupare anche il tempo libero dei dipendenti
        Auchan, oltre al lavoro niente
        Domeniche con i capireparto, convention e familiari per partecipare all’inventario

        Giampiero Rossi

        MILANO La Rinascente ha due facce. Da una parte lo “stile Agnelli”, che per i dipendenti dei grandi magazzini non significa vivere nel paese delle meraviglie, ma quantomeno godere di tutele, diritti sindacali e di una politica del personale tutto sommato “umana”. Dall’altra, i soci francesi dell’Auchan che vorrebbero legare totalmente i lavoratori all’azienda, famiglie e tempo libero compresi. E che i sindacati cercano di togliersi di torno, anche ricorrendo alla forza fisica, perché con i dipendenti preferiscono instaurare un “rapporto individuale”. Anche alla domenica.
        Il Gruppo Rinascente è una delle maggiori imprese della grande distribuzione attivo
        in Italia, con 1.852 punti vendita, oltre 30mila dipendenti e un fatturato di 6.146
        milioni nel 2002. Il pacchetto di controllo è detenuto da Eurofind, società posseduta pariteticamente da Ifil Spa (cioè dalla famiglia Agnelli) e dal gruppo francese Auchan, una delle più aggressive imprese della grande distribuzione a livello mondiale. La rete
        commerciale è diffusa con diversi marchi: la Rinascente e Upim (grandi magazzini),
        Sma, Punto Sma e Cityper (supermarket), Auchan (ipermercati e “gallerie” commerciali).
        E lavorare sotto un’insegna o l’altra può significare una vita diversa, nonostante
        gli sforzi unitari dei sindacati del settore (Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil)
        per armonizzare i contratti ed estendere i diritti da una parte all’altra della “cortina di
        ferro” che i francesi hanno eretto per blindare i propri dipendenti. Così succede che
        ammalarsi all’Auchan, per esempio, è molto peggio che ammalarsi alla Rinascente.
        «La cultura francese è quella dell’azienda in cui tutti vogliono il bene di tutti – spiega
        Marinella Meschieri, segretaria nazionale della Filcams – quindi i dipendenti devono
        fare quello che dicono i dirigenti e la contrattazione sindacale è considerata superata,
        perché l’azienda afferma di saper rappresentare meglio gli interessi dei lavoratori e
        se qualcuno ha un problema lo si affronta individualmente, caso per caso, spazzando
        via qualsiasi forma di egualitarismo».
        Per i sindacati, quindi, quella per il rinnovo del contratto integrativo aziendale è
        stata una lunga battaglia. Il punto è sempre quello: dare anche i malcapitati lavoratori
        del versante francese ciò che i loro colleghi “italiani” già hanno da tempo: un premio
        di produttività, permessi sindacali adeguati, organizzazione del lavoro in turni, part
        time e domeniche affidata ai singoli punti vendita per consentire ai diretti interessati
        di sincronizzare al meglio vita e e lavoro. Un segno preoccupante è, però, la marcata
        tendenza ad assumere lavoratori a tempo parziale, ai quali toccano tutte le domeniche: «Esistono alcuni condannati – racconta Marinella Meschieri – che hanno un contratto da 16 ore settimanali e vengono costretti a lavorare 8 ore al sabato e 8 alla domenica, per giunta senza neanche godere della maggiorazione salariale.
        E purtroppo il part time è per legge un rapporto individuale, anche se noi su questo non ci arrendiamo».
        Questa sorta di “appropriazione” del tempo dei lavoratori, all’interno dell’Auchan
        si manifesta anche in altri modi: i dipendenti vengono tenuti legati all’azienda
        attraverso tornei di calcio, incontri organizzati nei fine settimana, quando i lavoratori
        di un reparto e i loro parenti si “svagano” con il capogruppo e la sua famigliola.
        «Un paio di anni fa – racconta Stefano Franzoni, segretario generale aggiunto
        della Uiltucs Lombardia – all’ipermercato di Vimodrone (Milano) per l’inventario,
        che si esegue di domenica, i dipendenti vennero invitati a portare anche i propri familiari, che sarebbero stati pagati 100mila lire ciascuno, così avrebbero trascorso la giornata tutti insieme». Oppure si organizzano convention, come quella di due anni fa al palazzetto dell sport di Sesto San Giovanni, dove furono radunati con tanto di striscioni i dipendenti degli ipermercati. «Quando veniva annunciato sul palco, per esempio, il direttore della sede di Cinisello Balsamo- ricorda Franzoni – tutti i suoi dipendenti facevano la “ola”, chiaramente organizzata prima».
        Il paternalismo aziendale si mostra anche in ogni comunicazione ”formale”: il
        nuovo dirigente viene presentato con il solo nome di battesimo, di lui si raccontano
        la composizione della famiglia, gli hobby, i successi scolastici, la fede calcistica. Ma non si dice, per esempio, che magari proprio a lui toccherà poi pretendere dai
        “collaboratori” (si chiamano così all’Auchan) una flessibilità sfrenata, turni rigidi,
        orari penalizzanti. «Se sei una cassiera o un magazziniere e devi lavorare dalle 6 del mattino a mezzogiorno oppure dalle 18 alle 22 – racconta ancora Franzoni – non hai prospettiva di migliorare la tua qualità della vita, perché per quelle mansioni sono richiesti quegli orari. Non c’è scampo». E se intervengono i sindacati ecco che l’azienda fa orecchie da mercante: «A noi risulta che quei lavoratori siano d’accordo». E in effetti la politica è questa: ogni questione viene affrontata individualmente. «Ma per un singolo problema risolto ce ne sono cento che devono subire». Così succede che una manifestazione sindacale finisce con un corpo a
        corpo con gli addetti alla sicurezza, come è accaduto a Vimodrone quando durante
        uno sciopero l’azienda ha dato ordine di impedire ad ogni costo che un mini-corteo
        di una ventina persone sfilasse con i cartelli di protesta nella galleria davanti alle casse.
        Di fronte a tutto ciò appare invidiabile il clima che regna nell’ala italiana del gruppo:
        Upim, Sma e La Rinascente. «Qui siamo stati in grado di creare una solida base
        sindacale – racconta Nadia D’Amely, da 28 anni rappresentante dei lavoratori della sede simbolo dei magazzini La Rinascente di piazza Duomo a Milano – e quindi possiamo dire che abbiamo una situazione sotto controllo». Tutto ciò è stato favorito anche dall’atteggiamento aziendale, che ha sempre concesso «l’agibilità sindacale», come spiega Nadia D’Amely. «Ora, oltre ai francesi, il pericolo vero sono le nuove leggi sulla flessibilità, che stanno massacrando i diritti». Anche perché alla Rinascente, finora, gli stessi sindacati hanno cercato di agire con il buonsenso. «Ci rendiamo conto anche noi che la congiuntura economica e del settore non è affatto buona – sottolinea – mancano i clienti, mentre prima eravamo abituati a vedere transitare 13mila persone al giorno. Adesso stiamo stringendo consapevolmente
        la cinghia in termini di organici. Però non rinunciamo a pretendere i diritti
        per chi lavora: qui la maggior parte dei dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato, le domeniche sono organizzate su base volontaria e anche i contrattisti ciclici, quelli delle 16 ore, sono tutti studenti ai quali questa soluzione va bene, anche perché poi la tendenza è all’assunzione stabile».
        Un fronte sempre aperto riguarda i
        box, cioè l’area in cui le aziende (in particolare del settore profumeria) hanno piccoli
        spazi con il proprio marchio: «In questo modo arrivano qui lavoratrici, perché sono
        soprattutto donne, con i contratti più diversi, dall’interinale al co.co.co., e nel tempo
        questa situazione ci stava sfuggendo di mano.
        Ma ora l’azienda si è impegnata a rimettere ordine anche su questo». Finora, insomma, la concertazione e la democrazia sindacale hanno permesso una buona gestione di ogni passaggio alla Rinascente. Ma il pericolo è dietro l’angolo, «perché le
        aziende capiscono bene che il vento politico è cambiato – commenta preoccupata Nadia D’Amely – e vedo che non sanno proprio resistere alla tentazione di avere le mani sempre più libere».