«Attiriamo turisti, ma sempre meno investimenti»

07/03/2003





7 marzo 2003

Studio Intesa-Ambrosetti: la capacità del nostro Paese di calamitare risorse estere è otto volte inferiore alla Svezia

«Attiriamo turisti, ma sempre meno investimenti»

      Sappiamo ancora attrarre turisti dall’estero: meno di Spagna e Irlanda (dove gli stranieri in vacanza spendono rispettivamente il 5,46% e il 3,48% del prodotto interno lordo, contro il 2,40% dell’Italia), ma più degli altri Paesi industrializzati. E sappiamo anche convincerli, più di quanto riescano a fare le altre nazioni, a rimanere a vivere sulla penisola. Ma per tutto il resto, l’Italia non piace. Troppo arretrata, poco affidabile, ripiegata su se stessa. E’ l’immagine di un Paese che perde colpi e che deve assolutamente inventarsi una nuova prospettiva di futuro quella che esce dalla ricerca «Modernità e attrattività del sistema Italia» elaborata da Intesa e Studio Ambrosetti incrociando migliaia di dati economici e sociologici, di pareri di leader dell’economia, della finanza, dell’industria. Una dettagliata indagine che copre un arco di tempo fra metà anni ’90 e oggi, con il coordinamento del direttore ricerche dello Studio Ambrosetti, Paolo Borzatta, e la supervisione di Paolo Savona, docente alla Luiss e presidente di Impregilo e Aeroporti di Roma.
      Il risultato finale è che l’indice generale di «attrattività» dell’Italia oggi raggiunge appena i 3,41 punti, molto dietro Francia (5,76) e Spagna (8,8) e un abisso al di sotto delle performance di Olanda (12,35), Irlanda (23,2), Svezia (26,26), cioè il trio dei migliori.
      Ma ancora più preoccupanti appaiono le considerazioni che emergono dalla ricerca. Innanzitutto il peso economico dell’Italia, sceso dal 4,23% del Pil complessivo mondiale nel 1980, all’attuale 3,53%. Quanto agli investimenti diretti dall’estero, siamo agli ultimi posti assoluti: fra il 1996 e il 2000 abbiamo attirato appena lo 0,55% dello stock mondiale. E peggio ancora sul fronte degli investimenti in ricerca e sviluppo: fra il 1995 e i 2000 solo l’1,02% del Pil .
      Per non perdere il treno dello sviluppo internazionale «L’Italia deve porre la crescita della propria attività come una priorità nazionale – è il commento dei ricercatori -. Deve dotarsi di una strategia chiara su che cosa e chi vuole attrarre». Obiettivo numero uno: «raddoppiare la quota degli investimenti stranieri diretti, portandola dall’attuale 0,75% all’1,50% del Pil». E per capire quanto valgano gli investimenti esteri, bastano pochi dati: se riuscissimo a eguagliare il 50% della performance di cui è capace la Francia avremmo a disposizione 100 miliardi di euro l’anno per il prossimo decennio. Se eguagliassimo la prestazione della Spagna gli euro sarebbero 200 miliardi. Non solo, un euro di investimento in ricerca e sviluppo attrae 4 euro di investimenti dall’estero.
      Ma soprattutto, secondo lo studio Intesa-Ambrosetti, l’Italia ha bisogno di darsi una nuova identità, in modo da proiettare una migliore immagine di sé nel mondo. A un livello superficiale possono servire anche azioni di marketing ben coordinate. A un livello più profondo, invece, è necessario un radicale cambiamento culturale, che coinvolge la popolazione come le istituzioni, e che altro non può essere se non il risultato «di una stratificazione nel lungo periodo della percezione collettiva del Paese».
Giancarlo Radice