Atipico al supermarket

26/01/2001




26 Gennaio 2001


Atipico al supermarket
Cresce in Italia la catena Carrefour. A pagare, dipendenti e "merchandisers"
ANTONIO SCIOTTO – ROMA

Una rosa, un pasticcino, un delicato rosé: è la festa della Carrefour, i clienti vanno viziati. La multinazionale francese di ipermercati, supermercati e hard discount – prima in Europa, seconda nel mondo soltanto al colosso americano Wal Mart – accresce la propria visibilità nel nostro paese: ieri a Roma è stata abbattuta un’altra insegna della catena "Continente" ed è nato il "Carrefour Raffaello". I dipendenti, però, non partecipano al party: "fanno la festa" all’azienda, essendo in agitazione, ormai, da oltre un mese. Tranne l’anello più debole dei lavoratori, i cosiddetti merchandisers, che continuano a sgobbare all’interno.
Prima di tutto le cifre, per conoscere il gigante della distribuzione. Nata in Francia nel 1960, la Carrefour possiede oggi 9000 supermercati in Europa, America e Asia. Fattura 100.000 miliardi all’anno, dà lavoro a 340.000 persone. Il "ramo" italiano, con 985 negozi, 10.000 miliardi di fatturato e 21.000 dipendenti, è uno dei mercati più importanti per la multinazionale, e insidia da vicino il primato della Coop: possiede, oltre ai "Continente" e agli "Euromercato", anche i circa 800 supermercati Gs, comprati nel marzo scorso dal gruppo Benetton-Del Vecchio per 5000 miliardi di lire.
"Il motto dell’azienda – spiega Shabir Mohammad, pakistano, delegato sindacale della Filcams Cgil – è: "Dobbiamo aprire un punto vendita al giorno". Quando noi lavoratori avanziamo delle richieste, ci rispondono che in questo periodo non è possibile innalzare i costi del lavoro e ci rimandano al rinnovo del contratto aziendale nazionale. Noi vorremmo essere equiparati ad altri dipendenti del gruppo, per esempio quelli di Euromercato: avere come loro una pausa retribuita di 15 minuti e un ticket per la mensa".
"La Carrefour – continua Vittoria Ceccarelli, della Fisascat Cisl – sta puntando molto sull’immagine. Presto unificherà le cosiddette "testate": tutti gli ipermercati, cioè, avranno un’identica disposizione dei diversi settori, e il cliente si potrà orientare facilmente. Ma se accade per uniformi e "testate", perché non parificare anche le condizioni dei dipendenti?"
Il discorso fila. Ma se i dipendenti normali si possono permettere di scioperare o fare assemblee, esclusi da questi "privilegi" sono i giovani
merchandisers. I fornitori li annettono ai pacchi dei prodotti, come se fossero merce. Il loro lavoro consiste nel sistemare, per conto del Tonno X o della Marmellata Y, i vasetti sugli scaffali. In pratica sostituiscono, a costo zero per i supermercati, molti dipendenti.
"Non sono tutelati come i dipendenti – spiega Mohammad – ma lavorano, come noi, sei-sette ore al giorno. Dipendono da un’agenzia, pagata a sua volta dai fornitori. Il Tonno X, insomma, dà 18-20.000 lire, per ogni ora di lavoro, all’agenzia, che a sua volta li paga 10.000 lire lorde. Il supermercato prende così forniture e lavoro gratuito, non ha bisogno di fare molte assunzioni, e i
merchandisers lavorano anche per anni con contratti temporanei. Se si ammalano non vengono pagati, possono perdere il lavoro da un momento all’altro. La nostra battaglia, soprattutto a livello nazionale, è quella di farli assumere obbligatoriamente dalle aziende che fanno ricorso al loro lavoro per una quota superiore al 5% del personale".