Atipici, pensioni di sussistenza

14/07/2004





mercoledì 14 luglio 2004

Una ricerca promossa dal Nidil-Cgil ha fatto i conti in tasca, da oggi al 2039, a un lavoratore precario
Atipici, pensioni di sussistenza
Dopo 35 anni di attività li attenderà un assegno mensile di soli 463,43 euro

Bruno Ugolini


ROMA Sei un lavoratore atipico, hai 22 anni e cominci a lavorare, saltando da un contratto all’altro, con i tuoi periodi di mancata attività. Continui per 35 anni. Così nel 2039, ammesso che non sia scoppiata la Terza Guerra Mondiale e che regni ancora Berlusconi, avrai 57 anni e con la tua retribuzione lorda pari a 12 mila euro l’anno ti beccherai una pensione mensile pari a 463,43 Euro. Una miseria. Il suo valore, oltretutto, se riferito al presumibile costo della vita, sarà dimezzato: pari a 236,36 euro mensili.

Non è una profezia, è una «simulazione» contenuta nella ricerca condotta dall’associazione Nuovo Welfare, per conto del Nidil-Cgil, il sindacato dei lavoratori atipici.


I calcoli sono fatti tenendo conto di dati reali e di una «aliquota di computo» (la percentuale applicata alle retribuzioni lorde che determina il montante contributivo) pari al 15,5%. Ma anche passando ad un’aliquota del 20 o del 25% le cose non cambiano molto. Nel primo caso citato, col 15%, il lavoratore prende meno di un assegno sociale e quindi non avrebbe nemmeno i requisiti di legge per andare in pensione. Con un’aliquota del 25% (sempre con 57 anni d’età e 35 di contributi) maturerebbe un importo di poco superiore all’assegno sociale.


Ecco, quando si dice che non si può lasciare il sistema previdenziale così com’è, bisognerebbe pensare a queste situazioni e provvedere. Non lo fa il governo che si accinge a far passare il suo provvedimento, contestato dal sindacato che giocherà tutte le sue carte per impedire che prevalga un atto di «arroganza e debolezza insieme», come osserva Morena Piccinini, segretaria Cgil.


L’idea che muove le scelte che s’intendono imporre «è quella di far leva su chi non ha diritti, per toglierli a tutti». Siamo ad una tavola rotonda che presenta appunto la ricerca di cui abbiamo detto. Con Betty Leone, segretaria generale dello Spi-Cgil, il sindacato dei pensionati, che spiega come oggi stiano insieme giovani precari e anziani rifiutati.


I primi con i problemi che sappiamo, i secondi espulsi precocemente dal mercato del lavoro, senza nessuna rete, costretti a trovare un altro lavoro, facendo magari i Co.Co.Co. Due insicurezze. Che fare? Uno studioso come Gianni Geroldi ricorda una proposta elaborata dall’Ulivo e che prevedeva per i lavori discontinui anche una contribuzione integrativa a carico della fiscalità generale. Nonché un’altra proposta concernente la scelta di una pensione base garantita a tutti, pari a 516 Euro.


C’è, infine, in tutta questa materia un grande paradosso su cui si sofferma Emilio Viafora, il segretario generale del Nidil. È quello relativo al fatto che i collaboratori finanziano il fondo separato dell’Inps ma non hanno in cambio le tutele assicurate ad altri. Eppure i dati, snocciolati da Viafora, testimoniano l’esistenza di risorse atte garantire a questi atipici un insieme di tutele e protezioni sociali a partire dal sostegno ai redditi per i periodi di non lavoro, per la malattia, per la formazione, per la maternità.


Una serie d’osservazioni e proposte scaturite dall’esame di questa ricerca che rappresenta un allarme. Il quadro che emerge è quello di giovani, ma anche anziani, in preda all’incertezza. Non si sa nemmeno da quanta gente sia composto il popolo dei flessibili.


I dati si fermano al ’99 quando i contribuenti al fondo gestione separata dell’Inps erano 1.713.920, ma ad oggi le posizioni aperte sono 2.837.287. Questo vuol dire che in 8 anni il numero degli iscritti è triplicato, visto che nel ’96 era a quota 974.087. Quasi due terzi (63,4%) hanno meno di 35 anni, mentre il 17% supera i 45 anni. Dentro ci sono impiegati (31,3%), liberi professionisti (17,2); centralinisti e addetti ai call center (15%), operai (8,2%), lavoratori autonomi e insegnanti (6,7%).


Il tipo di contratto più diffuso (32,8%) è la collaborazione coordinata e continuativa, segue quello a tempo determinato (18,7%), la collaborazione a progetto (14,9%) mentre il contratto di formazione lavoro è appena l’1,5%. Pochissimi di loro (il 16,4%), per ritornare ai problemi previdenziali, pensa a forme integrative previdenziali. Vanno incontro ad un futuro nero.