Atipici e precari esclusi dalla festa

02/05/2002





Atipici e precari esclusi dalla festa
di Daniele Marini

Atipica e precaria. Appare così, giocando con le definizioni, la celebrazione di quest’anno del 1° maggio. Una ricorrenza che avviene in un clima, appunto, atipico che da diversi anni non si respirava. Con un tema, quello del lavoro, tornato ad essere cruciale, purtroppo più spesso per i caratteri negativi e tragici assunti. Troppo freschi nella nostra memoria sono i tragici assassini di D’Antona e di Biagi, per non ricordare dei (sempre) troppi che li hanno preceduti. Quasi una maledizione: come se, attorno ai tentativi di riformare il lavoro, non si possa fare a meno di perdere vite e intelligenze dedicate a cercare di migliorarlo. Atipico è il procedere delle riforme sul lavoro nel nostro Paese. Lo stesso dibattito si è via via accresciuto di tensioni ideologiche, e inevitabilmente hanno fatto perdere di vista l’articolazione del mondo del lavoro. L’irrigidimento di posizioni contrapposte evapora le possibili mediazioni, non facilita una discussione pragmatica. In un simile clima, si perdono di vista però le trasformazioni che quotidianamente e inesorabilmente attraversano il mondo della produzione e del lavoro. Questioni come la flessibilità, ad esempio, si tramutano in vessilli da agitare. Senza vederne le diverse declinazioni negli aspetti a favore e in quelli contrari. Senza considerare che il lavoro "atipico" è spesso diventato "tipico". Fra il ’93 e il 2001 aumentano i part time (+60,7%) e gli ingressi sul lavoro a tempo determinato (+68,4%). Ma aumenta l’occupazione complessiva (+4,5%). Nel contempo, come dimostrano le ricerche di Aris Accornero, le imprese fanno un utilizzo razionale e ragionevole della flessibilità. Perché necessitano di un core stabile e qualificato nella produzione. Senza un’articolazione dell’analisi delle trasformazioni sul lavoro, il confronto diventa atipico. Ma la celebrazione del lavoro assume anche un carattere di precarietà, perché a questo punto della discussione sulle riforme, non è ancora chiaro quale sarà lo sbocco finale. Gli equilibri fra gli attori del processo riformatore (il Governo e le parti sociali) sono, al momento, a somma zero, perché anche al loro interno risultano instabili. Il Governo alterna posizioni oltranziste, per ostentare una sua capacità decisionale, a quelle più concilianti, consapevoli che rischierebbero di perdere il consenso acquisito anche fra i lavoratori dipendenti. Con la tenzone elettorale alle porte è probabile vinca un atteggiamento attendista, per capire dove l’ago della bilancia dei consensi penderà. Assumendo, così, di conseguenza l’atteggiamento più consono. Ma precarie sono le posizioni anche del mondo produttivo e delle organizzazioni sindacali. Le prime combattute fra sollecitare l’Esecutivo nel porcesso riformatore e il timore di scatenare fra i propri dipendenti una conflittualità sociale diffusa. I sindacati, a loro volta, stimolati dall’argomento tabù dell’articolo 18 hanno ritrovato un’unità di posizioni, ma che appare momentanea. Troppo diverse sono state le scelte strategiche assunte in un recente passato dalle tre confederazioni, per fare ritenere che di fronte a eventuali spiragli di negoziazione la compattezza rimanga granitica. Equilibri precari, dunque, coinvolgono gli attori in gioco sulle riforme del lavoro. Eppure, nonostante tutto, il mondo del lavoro e della produzione proseguono nelle loro trasformazioni, con domande e aspettative nuove. E auspicano di potere guardare al futuro, a celebrare la prossima ricorrenza del Lavoro, con una maggiore serenità. In modo meno atipico e precario.

Mercoledí 01 Maggio 2002