Assemblea varo Piattaforma Terziario (Relazione P.Giordano)

11/12/2006
Assemblea varo Piattaforma Terziario

Roma 11 dicembre 2006

Relazione di Pietro Giordano

Care delegate e cari delegati,

continua oggi un cammino che ci porterà nelle prossime ore a varare la Piattaforma del più importante dei settori produttivi che le tre Federazioni rappresentano, credo tutti convinti di trovare i giusti e necessari equilibri, visto lo scenario di fondo che certamente non è dei più favorevoli, come cercherò di illustrare qui di seguito.

Una cosa è certa, i tre consigli generali unitari hanno esitato una Bozza di Piattaforma nei tempi previsti ed in un contesto in cui la distribuzione organizzata immagina e certamente promuoverà, azioni di riscatto e di “vendetta” rispetto al precedente rinnovo, che considera un rinnovo subìto.

Si… perchè, alla prova dei fatti e a distanza di due anni e mezzo dal rinnovo, l’ultimo Contratto Nazionale del terziario è stato un buon contratto.

Un Contratto che ha difeso la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, contro l’attacco feroce della Grande distribuzione che, attraverso la “neonata” Legge Biagi e grazie ad un quadro politico favorevole ad un liberismo selvaggio, sognava un arretramento delle tutele che in decenni di contrattazione Filcams, Fisascat e Uiltucs avevano ottenuto ai tavoli negoziali e grazie alle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un Contratto che ha difeso particolarmente, in condizioni esterne legislative pessime per il Terziario, il cuore del mercato del lavoro nel terziario, cioè la figura del Part-time, impedendo il massacro che le norme di legge avrebbero prodotto se applicate ad un settore come il nostro.

Ma ha anche difeso l’intero Mercato del Lavoro del settore, salvaguardando e migliorando le norme contrattuali preesistenti alla 276, basti pensare all’opposizione del Governo dell’epoca rispetto a normative quali l’Apprendistato, prima rigettate e bloccate e poi diventate un faro per l’utilizzo dell’apprendistato e quindi per l’occupazione di centinaia di migliaia di giovani in tutta Italia.

E’ stato ed è un Contratto che ha difeso il salario reale dei lavoratori, ottenendo anche aumenti salariali ben superiori ai tassi di inflazione, che successivamente si sono registrati, come bene descrive un emendamento unitario del Lazio.

Un Contratto che ha potenziato fortemente la bilateralità ed il ruolo centrale che essa ricopre in un settore fortemente caratterizzato da una polverizzazione imprenditoriale e occupazionale diffusa, in un settore in cui per la scelta della contrattazione aziendale fatta negli anni settanta, si è sostanzialmente annullata la contrattazione territoriale; un passaggio storico che va recuperato al più presto, visto anche lo stato, non certo di salute, della Contrattazione Aziendale, registrato negli ultimi tempi.

E’ stato ed è un Contratto che ha varato l’Assistenza Sanitaria Integrativa, a completo carico delle Aziende, ponendo le premesse per la realizzazione di un grande Fondo quale è Est, che insieme alla contribuzione di parte delle aziende del turismo, fornirà prestissimo prestazioni sanitarie integrative a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori.

Tutto ciò nella logica di una cultura sindacale non più e non solo aziendalista, ma proiettata sempre di più verso tutele complessive della persona, recuperando così le radici di una cultura sindacale condivisa, secondo la quale la dimensione del lavoro è solo una parte delle tante espressione dell’uomo e della donna.

E’ stato ed è un Contratto che ha posto le premesse per lo sviluppo della Previdenza Integrativa, che grazie alle nuove normative di legge, potrà cogliere tutte le opportunità in esse contenute.

Così si darà dignità reddituale e umana a centinaia di migliaia di lavoratori che andranno in pensione, cogliendo in particolare le necessità dei tanti giovani che sono entrati nel mercato del lavoro con aspettative pensionistiche pubbliche, come dire…, non certo esaltanti.

E’ stato ed è un Contratto certamente proiettato nel futuro, anche se radicato nel presente.

Un Contratto che coglieva le emergenze in atto, trovando soluzioni adeguate alla realtà di allora ed alle esigenze che già si mostravano in nuce.

In un Paese in cui – al di là dei governi che si sono avvicendati e si avvicenderanno, assisteremo ad un “dimagrimento” dell’intervento pubblico nei settori indispensabili per una vita dignitosa – come la Scuola, la Sanità e la Previdenza – è vincente il rivendicare, normative contrattuali che accanto ai servizi e le tutele fornite dallo Stato, garantite attraverso l’imposizione fiscale, garantiscano e potenzino servizi e tutele contrattuali come la Formazione continua, l’assistenza e la previdenza integrative e, con quest’ultima Piattaforma, anche ammortizzatori sociali per coloro che non ne hanno, attraverso un fondo ad hoc inserito nella Bilateralità.

Come dicevo in premessa, il quadro di riferimento non è certamente positivo.

La Grande Distribuzione è attraversata da un mercato non favorevole – il cambio dei gusti alimentari, centinai di migliaia di famiglie che statisticamente risultano al di sotto della soglia di povertà, il cannibalismo che sta attraversando tutte le grandi e le medie dimensioni di vendita, lo scontro latente e manifesto tra due grandi realtà come Esselunga e Coop, la Confcommercio non certo ancora uscita completamente dalle recenti vicende – non fanno sperare in un quadro tranquillizzante per il rinnovo del Contratto.

Stesse preoccupazioni per il trend registrato per i Consumi

Da anni ormai l’evoluzione dei consumi nel nostro Paese è debole e al di sotto delle medie europee.

Dalla lettura dei dati Istat si evince come dal 2001 la crescita dei consumi si è attestata intorno all’1%, con punte al di sotto di questa soglia (nel 2002: +0,4) ed al di sopra (2003: + 1,4).

Tutti i maggiori Istituti economici prevedono anche per quest’anno una crescita intorno all’1%.

Tale debolezza della domanda interna è facilmente deducibile dalla difficile situazione economica che da molti anni attraversa il Paese, debolezza che ha prodotto certamente una sempre minore disponibilità di risorse economiche a fronte della crescita di costi indotti, a partire dall’ introduzione della moneta unica e dal contemporaneo innalzamento delle tariffe (acqua, gas, energia elettrica, ecc.) e dei costi di alcuni servizi essenziali, quali gli affitti, i carburanti, i trasporti, le medicine, ecc.

Soprattutto questi ultimi costi tariffari e dei servizi, hanno finito con l’assorbire le disponibilità economiche delle famiglie e dei singoli e hanno modificato profondamente, i comportamenti d’acquisto di beni e servizi, indirizzandoli verso l’oculatezza nella spesa delle risorse a disposizione.

Gli italiani non hanno voluto, certamente e giustamente, rinunciare del tutto alla qualità della vita ed in questo senso hanno continuato ad andare in vacanza, anche se per periodi inferiori al passato, così come hanno continuato giustamente ad andare al cinema o a trascorrere qualche fine settimana con la famiglia.

Ma al contempo, hanno modificato i propri standard di consumo, indirizzando la spesa delle proprie risorse, ad esempio, anche verso l’acquisto di telefonini, televisori a schermo piatto, apparecchi a tecnologia avanzata, che spesso registrano un trend al ribasso dei prezzi, vista la costante innovazione.

Si è arrivati così al ridimensionamento dello spendere per l’ ;acquisizione di beni e servizi tradizionali, dall’abbigliamento all’ alimentare.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione nei comportamenti del consumatore e nel modello di consumo.

La spesa delle famiglie per i prodotti di largo consumo, sia alimentare che non alimentare, è passata in pochi anni dal 39% dei consumi totali delle famiglie italiane nel 1991, al 26% nel 2004 e vedremo che scenderà ulteriormente quando avremo a disposizione i dati di questi due ultimi anni.

Tutto ciò porta con sé anche dati estremamente positivi nelle abitudini dei consumatori.

Si è passati dalla frenesia del consumismo, a una maggiore razionalità del consumo.

I comportamenti, resi necessari dall’emergenza, diventano sempre più ; strutturali.

Lo stesso sviluppo delle associazioni dei consumatori o dei gruppi di acquisto, solo per fare alcuni esempi, sono la cartina di tornasole di una modifica, direi antropologica, del rapporto consumatore/merci e servizi.

Siamo in presenza di un consumatore che prende sempre più coscienza dei propri diritti ed al contempo ricerca la qualità, unita ad una forte attenzione nella gestione delle proprie risorse economiche.

Così si sviluppa la ricerca attenta di prodotti equo-solidali, creati nel rispetto dell’ambiente e del benessere degli animali e realizzati da aziende capaci di produrre con etica e responsabilità sociale.

Ma lo stesso consumatore non disdegna, al contempo, l’acquisto del prodotto di convenienza, sia esso distribuito in un mercatino rionale o in un discount.

Da tutto ciò, derivano i dati delle perdite di fatturato e di valore aggiunto, a parità di rete distributiva, che costantemente ci vengono esposti sui tavoli negoziali delle più grandi aziende della distribuzione organizzata.

Da ciò dipende anche lo svuotamento progressivo del commercio tradizionale nei centri storici delle centinaia di comuni attraversati da tale fenomeno ed il parallelo sviluppo di commercio etnicamente diversificato, dal cinese all’africano.

In questo quadro dei consumi…, sembrerà paradossale…, Unioncamere fornisce dati riferiti al IV trimestre che registrano un aumento delle vendite della Grande distribuzione organizzata, pari a un +3,6%.

Se però si va a spacchettare il dato, ci si rende conto che i volumi sono negativi a parità di rete (-3,8%) e positivi con espansione di rete (+5,4%).

Ecco che emergono altri temi in gioco…

La cannibalizzazione aziendale, crescente nelle aree del centro-nord a forte insediamento produttivo della grande distribuzione che, unitamente ai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, danno ragione alla crisi che attraversano marchi storici, come Upim o la stessa SMA, a fronte dei successi che si registrano in catene come Zara o Esselunga o delle sostanziali tenute, grazie agli enormi investimenti espansivi, che si registrano in Carrefour o in Bennet, o lo sviluppo di catene hard discount come Lidl che in tre anni è ; passata da 3.000 a più di 7.000 addetti, con un ritmo espansivo che vede l’apertura di 30-40 punti vendita all’anno.

Una cannibalizzazione che si gioca fondamentalmente su due fattori di sviluppo del comparto, fortemente negativi per le ricadute che hanno sui lavoratori:

    1.la dismissione di interi segmenti insediativi del piccolo e medio commercio tradizionale e delle catene organizzate, con conseguente perdita occupazionale, se pur gestita, almeno sino ad oggi, nel caso della grande distribuzione, con ammortizzatori sociali.
    2.il ruolo crescente che le domeniche assumono nella crescita del fatturato. Si sviluppano così rapporti anomali tra GDO e Enti locali, questi ultimi “affamati” di insediamenti che portano, aumento per le entrate comunali (raccolta di rifiuti, ecc.) e urbanizzazione di intere zone a costo zero; il tutto scambiato con delibere di apertura domenicali e deroghe festive in quantità inaccettabile.

Specularmente, la saturazione delle aree di insediamento al Nord, ha prodotto un progressivo spostamento degli investimenti delle grandi catene, nelle aree del Sud ed al contempo la calmierizzazione dei prezzi, attraverso le continue promozioni…., anche se i tassi di incremento degli stessi prezzi risultano essere, sempre da dati forniti da Unioncamere, al 2%…, cioè al di sopra del tasso di inflazione.

Carrefour, Coop e la stessa Standa, si sono aperti ai mercati del Sud, certamente non tradizionalmente appetibili per loro, visti anche gli scontrini medi, più bassi in queste zone.

In queste aree si è portata nuova occupazione e spesso lo si è fatto a costi del lavoro più bassi… attraverso i contratti di inserimento o come Billa-Standa, attraverso l’annullamento della contrattazione nazionale, il recepimento di quella regionale e la realizzazione di nuove società, non rientranti nella contrattazione integrativa, se pur di derivazione regionale o plutiregionale.

In questo quadro si inserisce anche la Finanziaria

Sul rinnovo del Contratto del terziario peserà, sia positivamente che negativamente, anche la Finanziaria che il Parlamento si appresta a varare.

Una finanziaria che tra luci ed ombre, ha definito alcune norme che indubbiamente operano un avanzamento delle condizioni di vita e di lavoro della gente che rappresentiamo e che ha sviluppato un metodo concertativo anche se non integralmente compiuto.

Certo però che in futuro dovremo riflettere su normative che finiscono con l’incidere sulla vita dei lavoratori in azienda, piuttosto che normative quadro che favoriscono la contrattazione, questo è ciò che vogliamo.

I governi cambiano… e come dimostra la storia cambiano le normative di legge, al cambiare dei governi.

L’altro ieri norme rigide sul part-time o sui contratti a tempo determinato, ieri norme iper liberalizzanti, oggi ritorno alla rigidità, domani chissà…

Non è meglio lasciare alle parti sociali la realizzazione di norme che regolano la vita e il mercato del lavoro in azienda?

Col Contratto precedente abbiamo dimostrato che tale soluzione è migliore ed è per questo che, al di là delle normative passate, presenti e future, ad esempio sul mercato del lavoro abbiamo deciso di inserire in piattaforma richieste per normative capaci di affrontare e negoziare temi quali:

    • le garanzie occupazionali negli appalti e nelle concessioni;
    • il progressivo adeguamento a condizioni di vita e di lavoro dignitose per figure professionali come le merchandising e le promoter;
    • la concertazione e la contrattazione in sede sindacale e istituzionele, per la progressiva riduzione delle aperture domenicali e festive;
    • la negoziazione finalizzata a intese capaci di limitare, riducendoli al minimo, i fenomeni incalzanti e progressivi che tendono a terziarizzare pezzi importanti del core businnes dell’Azienda;
    • il consolidamento delle ore del part time;
    • il diritto di precedenza per i contratti a tempo indeterminato.

Se questo è il quadro politico-normativo…, il quadro riferito alle nostre controparti non è certo rassicurante.

Sembra si stiano coaugulando sostanzialmente 3 componenti ben precise in Confcommercio.

La nuova componente di matrice Esselunga, ma fortemente legata alla Presidenza Sangalli, che vede a capo della delegazione trattante il Dott. Rivolta di Standa-Billa. Le posizioni di tale componente sono ormai già chiare, viste le dichiarazioni del Capo del personale di Billa-Standa, nel corso di una recente riunione al tavolo aziendale.

Aggressività, protervia, insulti e chi più ha ne metta, hanno caratterizzato uno dei capitoli più bui della negoziazione nazionale.

Una posizione che probabilmente non ricerca solo una rivalsa e una profonda modifica delle normative contrattuali esistenti, ma può anche essere propedeutica a riassetti complessivi dei vertici di Confcommercio, da realizzarsi entro pochi anni.

Una seconda componente che fa capo in particolare ad Auchan e che non appare “schiacciata” sulle posizioni oltranziste della prima componente, anche se non appare come una componente fatta da angioletti, tutt’altro…

Una terza componente che difende gli interessi del segmento tradizionale di Confcommercio, compreso il segmento della bilateralità.

Queste aree di pensiero, portano con se “rivendicazioni” che certamente scopriremo in parte, per ciò che riguarda Federdistribuzione, in un probabile convegno che sarà celebrato in gennaio.

Lì capiremo se ci sarà una contro piattaforma, come temiamo, o prevarranno idee meno conflittuali.

Certamente il rinnovo non sarà una passeggiata.

Crediamo che la Grande Distribuzione, ed anche segmenti del terziario avanzato, piuttosto che settori del commercio tradizionale, oltre alla volontà di rivalsa per il precedente Contratto, cercheranno di cogliere l’occasione del rinnovo del CCNL, per aprire tavoli di trattative paralleli col Governo e su questo crediamo aggregheranno tutto il mondo Confcommercio.

Basta leggere i documenti ufficiali di Federdistribuzione, piuttosto che le esternalizzazioni di Sangalli, per comprendere che è in gioco il tentativo di avviare un processo di trasformazione che mira alla rappresentanza dell’intero Terziario… (chissà se domani cambieranno nome in ConfTerziario o sigle del genere?).

Un tentativo di trasformazione in forte concorrenza con la politica di Confindustria che, in tal senso, diventa sempre più aggressiva e che probabilmente a breve troverà assetti diversi che cercheranno di organizzare il settore del futuro, rappresentato dal Terziario e dai servizi, portando con sé, se realizzati, enormi problemi di interlocuzione e frammentazione negoziale che già abbiamo registrato ad esempio, nel Turismo.

Parallelamente le nostre controparti opereranno per una forte richiesta di interlocuzione con le Istituzioni, fino ad oggi rimasta incompiuta.

Quale migliore occasione del rinnovo di un Contratto che norma le regole per migliaia di aziende e per circa 1 milione e mezzo di lavoratori?

Molto probabilmente piomberanno sul tavolo negoziale, oltre alle scontate dichiarazioni sull’aumento dei costi per le aziende determinati dalla Finanziaria, temi quali maggiore opportunità di azione, meno vincoli allo sviluppo dell’impresa, minori impacci gestionali, burocratici, amministrativi, più libertà per le scelte imprenditoriali, mani libere su flessibilità del mercato del lavoro.

Tutto ciò lo faranno, partendo da dati incontestabili quali quelli che quantificano nel 64% il peso del settore servizi… nella generazione del PIL… dato in continua crescita, o nel 25% circa, nella produzione dell’ intero Prodotto Nazionale Lordo, o del ruolo centrale che il settore ha avuto ed ha dal punto di vista dell’incremento occupazionale.

Così come ci diranno e diranno alle Istituzioni competenti che a fronte del ruolo centrale del settore per l’intera economia del Paese, il piano di ripartizione delle risorse finanziarie, complessivamente disponibili per il 2005 – ancora allocate sulla logica della legge 488/1992 – ha assegnato all’industria il 54% del totale ed al Commercio solo il 5%.

Continueranno la loro strategia, lamentandosi per un quadro legislativo, ad esempio sull’orario di lavoro (con particolare rilievo critico alle soluzioni adottate in materia di lavoro domenicale e di lavoro straordinario…) e sul contratto a tempo determinato, normative che a loro modo di vedere non prendono in considerazione le istanze del commercio e di conseguenza ci chiederanno mani libere sugli orari di lavoro.

Gli stessi ammortizzatori sociali negati alla gran parte del settore, con particolare riferimento alla possibilità di accedere alla cassa integrazione, saranno altri temi del confronto, sia in sede contrattuale come in sede istituzionale, che ci verranno posti, sapendo che solo la concertazione tra le parti e col Governo potrà realizzare punti di caduta positivi per le lavoratrici e i lavoratori del settore…

Non sono previsioni da veggente, basta leggere i tanti documenti esitati dalle controparti e essere attenti a ciò che sta avvenendo sui tavoli negoziali della Grande Distribuzione.

Alcune analisi, con le dovute precisazioni, come l’ipertrofismo legislativo, realizzato sulla base di modelli industriali o alcuni obiettivi, come quello della realizzazione di ammortizzatori sociali per il settore, forse potranno trovarci d’accordo.

Ma certo non ci trovano d’accordo politiche contrattuali, che scambiano la flessibilità della gestione aziendale, con la flessibilizzazione selvaggia dell’organizzazione del lavoro, degli orari o del Mercato del lavoro.

Una flessibilizzazione selvaggia che ormai attraversa pesantemente tutto il settore e che a volte, se non troppe volte, non ci ha visti protagonisti nel combatterla, con tutte le conseguenze che ne sono derivate.

Forse ci siamo voltati dall’altra parte quando agli albori delle aperture domenicali, abbiamo scaricato sui giovani il lavoro domenicale e festivo (salvo le deroghe natalizie, ben pagate…).

Forse non siamo stati abbastanza attenti a quell’esercito di co.co.co prima e co.co.pro. oggi, che vanno sotto il nome di boxiste, marchandising, promoter, ecc., che magari entrano negli ipermercati alle 5 di mattina, prima degli addetti alle pulizie, per riempire gli scaffali di Auchan o di Carrefour di verdurine o di confezioni di cibo non modificato geneticamente… o di quelle giovani donne che vendono lingerie alla Rinascente assunte con un contratto co.co.pro. e selezionate da un’agenzia di somministrazione… o di quelle ragazze che stanno ore ed ore in piedi preparando il caffè ai clienti dell’iper, nella speranza di promuovere la marca e portare così un salario misero a casa.

Si è sbagliato nel passato e forse si continua a sbagliare, quando nei luoghi di lavoro, ci si è voltati dall’altra parte, quando le aziende inventarono i contratti week end, o il contratto – prima part-time e poi full time – con la domenica in lavoro ordinario.

Forse quei giovani, ci hanno letto come coloro che tutelavano l’esistente, senza pensare al futuro.

Ci hanno visto forse come controparti e al contempo hanno riconosciuto come interlocutori credibili le aziende, in tutte le sue espressioni organizzative, dal Direttore, all’allievo capo reparto.

Paradossalmente hanno riconosciuto come interlocutori, proprio quelle stesse figure che li sfruttano promettendo falsamente benefici, come l’aumento delle ore del par time o la semplice concessione di un permesso.

Parliamo di quelle stesse Aziende che distribuiscono unilateralmente partecipazione azionaria ai propri dipendenti, senza controllo dei dipendenti e a fronte di distribuzione di reddito che spesso supera gli stessi aumenti salariali variabili che riusciamo a portare con la contrattazione, minando così il ruolo di autorità salariale del sindacato.

Poi c’è tutto quell’immenso mondo che definiamo “il polverizzato”, che se va bene viene tutelato dal CCNL e che però per larghissima parte è privo di tutele contrattuali di secondo livello.

Un mondo fatto di differenze e di precarietà.

Come definire ciò che avviene, in un centro commerciale Auchan o Carrefour, tra chi lavora per l’ipermercato e chi lavora in un negozietto della galleria e che, quando va alla grande, gli viene applicato il CCNL?

Come definire ciò che avviene, in una qualsiasi via del centro cittadino, ove esiste, ad esempio, un Coin storico e tanti piccoli negozi di commercio tradizionale, le cui commesse, che sempre se gli va alla grande, prendono la metà del salario contrattuale per 10-12 ore di lavoro, compresa la pulizia del bagno?

E’ qualcosa che non ci tocca? Che non ci riguarda? Non crediamo proprio!!!

La Piattaforma contiene un pilastro centrale che è la lotta alla precarietà dei rapporti di lavoro… un obiettivo ineludibile.

Così come ineludibile deve diventare il potenziamento e la reale esigibilità del secondo livello di contrattazione territoriale.

I prossimi mesi vedranno svilupparsi un confronto speriamo serrato sul modello contrattuale.

Filcams, Fisascat e Uiltucs non possono mancare all’appuntamento…

Dobbiamo creare percorsi di singole federazioni e unitari capaci di esprimere posizioni che sviluppino un dibattito confederale non unidirezionale, magari pericolosamente spostato su un modello contrattuale unico e magari calibrato sulle esigenze delle categorie industriali o del pubblico impiego.

Dovremo ricordare, innanzitutto a noi stessi, ove ce ne fosse bisogno, l’ alta polverizzazione di settori come i nostri, settori e comparti che hanno bisogno di modelli contrattuali flessibili.

Dovremo lavorare per il mantenimento del CCNL. Noi confermiamo l’ unicità del contratto tra grandi e piccoli che è un valore perché rappresenta una reale tutela per milioni di lavoratori, che operano in aziende al di sotto dei sedici dipendenti, e contemporaneamente dovremo operare per un reale rafforzamento del secondo livello Territoriale, oltre che aziendale.

La stessa partita su aperture domenicali e deroghe varie, crediamo si proietterà pesantemente sul tavolo negoziale.

Nella ricerca spasmodica di fatturato e di valore aggiunto, le controparti ci chiederanno, una maggiore liberalizzazione delle aperture domenicali.

Certo il quadro legislativo non aiuta… e ove il Governo ed il Parlamento dovessero intervenire a modifica, certamente non andrebbero verso un restringimento delle possibilità di apertura.

La modifica del titolo V della Costituzione prima e la Legge Bersani successivamente, decentrando la materia e assegnando un forte ruolo alle associazioni dei consumatori, oltre che alla rappresentanza imprenditoriale, ci ha escluso nei fatti dai tavoli concertativi, peggiorando così, sino alla deregulation selvaggia, una situazione già di per sé precaria.

In questo scenario di fondo gli stessi tre segretari generali di Filcams, Fisascat e Uiltucs, hanno dovuto trovare una mediazione che abbiamo inserito in Piattaforma, che nel riconfermare il lavoro ordinario per il commercio, dal lunedì al sabato, chiede una equa distribuzione dei turni e dei carichi di lavoro, oltre che la richiesta di una maggiorazione del 30% per il lavoro in domenica, per tutte le tipologie d’impiego.

In Piattaforma rivendichiamo anche la negoziazione – prima con le controparti naturali e poi con gli Enti locali – delle aperture domenicali e festive, dello sviluppo delle medie e grandi superfici di vendita, delle aree turistiche e delle città d’arte.

Vogliamo creare un argine alla tendenza all’allargamento delle possibilità di aperture domenicali e festive.

In alcune regioni, come l’Umbria o l’Abruzzo, solo per fare alcuni esempi, abbiamo ottenuto ottimi risultati se riferiti al quadro legislativo descritto, in altre come la Lombardia o il Friuli, le strutture sono in lotta per modificare normative e tendenze che liberalizzano indiscriminatamente.

Siamo convinti che è necessario utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per invertire una tendenza che per noi sarebbe esiziale se calibrata sul modello commerciale americano, non certo europeo.

In questa logica è la lettera inviata a Vasco Erani e che fa parte integrante della Piattaforma e forse va anche tentata una sensibilizzazione diffusa del Parlamento e del Governo, anche attraverso l’invio a tutti i parlamentari e al governo, di migliaia di lettere di auguri, ad esempio di pasqua, che manifestino la contrarietà alla liberalizzazione totale e focalizzino la necessità di trovare un coordinamento nazionale delle politiche espansive della distribuzione organizzata e no, che contemperi le esigenze dei consumatori, dei tempi di vita e di lavoro e quindi della qualità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, oltre quella delle aziende che, nella rincorsa alle aperture, operano in una dimensione di liberismo selvaggio, che a sua volta produce concorrenza sfrenata, e quindi aumento dei costi di produzione e cannibalismo.

Anche sulla Bilateralità e sui diritti, abbiamo inserito in Piattaforma, precise norme di lotta al lavoro nero. al lavoro grigio, all’evasione contributiva e contrattuale.

L’aver inserito la richiesta che assegna alla bilateralità il ruolo di centro di raccolta e di verifica della trasparenza, del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva), dei versamenti delle quote dovute agli Enti Bilaterali e delle dichiarazioni di responsabilità delle aziende sul rispetto di tutti i livelli di contrattazione, considerando il contratto nazionale quale complesso normativo inscindibile – è un obiettivo da raggiungere, così come abbiamo fatto a maggio, prima della Finanziaria, col contratto della Vigilanza Privata.

Altra richiesta qualificante della Piattaforma è la mutualizzazione del monte ore dei permessi sindacali, per le aziende al di sotto dei 30 dipendenti, in una logica di rafforzamento e di estensione dell’esercizio dei diritti sindacali, proprio nel mondo del polverizzato.

Infine, il salario… croce e delizia delle Piattaforme…

Se dovessimo attenerci al calcolo sacrale degli aumenti salariali, previsto dall’accordo del 23 luglio, la matematica ci avrebbe condotto ad una richiesta di 47-48 euro, per il primo biennio non di 70, così come esitato dai tre consigli generali unitari.

La storia di Filcams, Fisascat e Uiltucs, si sono sempre retti sul merito delle questioni.

E’ il valore della ricerca di soluzioni condivise che ha prodotto i risultati negoziali positivi.

Vanno sempre ricercate e premiate, a tutti i livelli, queste soluzioni condivise, in nome di un patrimonio di azione unitaria, che non va perso, per il bene soprattutto di coloro che rappresentiamo e vogliamo rappresentare.

Credo che tutti avessimo messo in conto emendamenti con richieste di aumento dei 70 euro previsti, attenzione però a non rincorrere il banco…a non fare la rincorsa al più 1, anche perchè ci risulta che una richiesta salariale equilibrata e responsabile, ha spiazzato e spiazzerà le controparti ed anche perchè le richieste contenute in Piattaforma, hanno costi indotti, certamente non leggeri…

Il varo della Ipotesi di Piattaforma ha visto lo svolgimento di 2581 Assemblee in Italia, hanno votato più di 73.000 lavoratrici e lavoratori, più di 70.000 (il 96,7%) hanno detto SI e solo l’1,7% ha detto NO e l’1,6% si è ASTENUTO.

SONO 81 GLI EMENDAMENTI CHE NELLE PROSSIME ORE PRESENTEREMO E VOTEREMO.

Quella che abbiamo proposto è una Piattaforma che, in un momento molto difficile, pone al centro valori come:

    • la solidarietà: attraverso temi come la bilateralità, la mutualizzazione e la lotta al lavoro nero;
    • la sussidiarietà attraverso le richieste di potenziamento del sistema dei Fondi Integrativi della Previdenza, dell’Assistenza, della formazione e degli ammortizzatori sociali;
    • la lotta alla precarietà, come valore che difende la dignità delle donne e degli uomini, attraverso il rafforzamento dei diritti degli “ultimi” del mercato del lavoro.

Crediamo vada sostenuta e difesa, oggi come nel futuro.