“Assemblea” «Prove d’intesa» tra sindacato e Pd

25/01/2007
    giovedì 25 gennaio 2007

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    MANOVRE. IL MANIFESTO DS-DL

      «Prove d’intesa»
      tra sindacato e Pd

        Gran pienone di sindacalisti riformisti di Cgil, Cisl e Uil all’assemblea nazionale «Il lavoro prima di tutto», organizzata dai Dipartimenti lavoro di Ds e Margherita in vista della nascita del Partito democratico. Il convegno, aperto dai responsabili Lavoro dei due partiti (Pietro Gasperoni per i Ds e Tiziano Treu per i Dl) e chiuso direttamente da Fassino e Rutelli (per il primo «il pd sarà un grande partito del lavoro», per il secondo «sarà un partito di riformisti»), oltre che dal ministro Damiano (che ha sottolineato come «il tema del lavoro e dell’impresa è tutt’uno con il Partito democratico»), ha rappresentato un’occasione subito colta da un bel pezzo di sindacalismo confederale. Anche se, soprattutto in casa Cgil, le riserve e le perplessità su come il futuro partito democratico affronterà la questione del lavoro rimangono tante e la guardia, a partire da quella del segretario Epifani, resta alta. Persino sullo stesso manifesto riformista sul lavoro, quello Treu-Damiano, che circolava ieri in sala e che, anche per i riformisti della Cgil, «non è che l’inizio di una discussione che va approfondita e allargata», spiegava il segretario confederale Achille Passoni. Se infatti per alcuni sindacalisti il problema è solo di metodo, e cioè si chiedevano perché, del lungo documento intitolato «Manifesto del lavoro», non fosse stato tratto un appello «ben più stringato e agile» che «ci permetta di farci anche un po’ sognare», per altri – a partire da Passoni – il punto è che «il mondo del lavoro si è sentito solo, in questi ultimi 15 anni, nelle sue paure come nelle sue aspirazioni, ecco perché chiedo che il futuro pd faccia del mondo del lavoro e dei lavori il suo asse di riferimento e la sua radice sociale, e chiedo anche metterci più passione, verso questo mondo. Insomma, voglio vederlo scritto nero su bianco, il tema del lavoro, nel manifesto dei saggi, per capirci, voglio capire se viene assunto come paradigma fondante e se il pd si candida a rappresentarlo per intero o se invece il lavoro è solo l’appendice di una discussione su mille altre cose».

        Ma cosa dice, in concreto, il «manifesto sul lavoro»? Ribadito che «il lavoro è al centro» e che «la piena e buona occupazione è un obiettivo prioritario», sul piano del metodo il manifesto punta tutte le sue carte sulla «necessità della concertazione» e indica per il futuro la scrittura do «un patto per la competitività e lo sviluppo», con tanto di revisione della struttura contrattuale del ’93. Nel merito il manifesto si concentra innanzitutto sul tema della «crescita perché questa crea buona occupazione» e chiede «politiche specifiche per giovani, donne e ultracinquantenni». Le risorse però sono scarse e dunque «bisogna fare delle scelte e stabilire delle priorità: per noi sono combattere il precariato tra i giovani, dare al Paese un rinnovato sistema di ammortizzatori sociali, aumentare le pensioni minime». Formazione continua e innovazione i pedali su cui spingere per avere un’occupazione di qualità; Carta dei diritti (al posto dello Statuto dei lavori) e tutele da allargare il più possibile, con forme integrative di sostegno al reddito concordate tra le parti sociali, le leve su cui fare forza. «Riforma degli ammortizzatori sociali», dunque, con una rete di sicurezza destinata a tutti, atipici e non, che attenui la precarietà ma che non la confonda con la «buona flessibilità». Poi, un sistema di welfare «responsabile», che assicuri sostegno ai disoccupati e ai precari a fronte però dell’impegno di questi alla ricerca attiva dell’occupazione, con l’aiuto dei servizi all’impiego. Infine, sostenere la carriera pensionistica dei giovani, grazie a contributi previdenziali «figurativi» tra diversi periodo di lavoro ma anche alzare le pensioni minime. Sull’età pensionabile, Treu e Damiano sono decisamente per allungarla, anche se in modo «graduale», correggendo lo scalone con i famosi «scalini», ma di certo superando ampiamente «quota 57»: l’idea è quella della «vecchiaia attiva» come unica strada per «rendere praticabile la flessibilità e l’innalzamento dell’età». Oltre allo stop agli incentivi a pioggia e alla lotta al sommerso, è il fronte della riforma pensionistica quello più caldo. Senza dire della revisione dei coefficienti di trasformazione, che «va fatta», tutelando però i lavoratori che vanno in pensione con bassi livelli retributivi. Temi ispidi, per il sindacato, anche se riformista. Il responsabile economico della Cgil, Beniamino Lapadula, apprezza il manifesto ma chiede «un dibattito non tra addetti ai lavori ma con le forze vive della società per restituire centralità al lavoro da parte della politica». Anche Valeria Fedeli, segretaria della Filtea Cgil, presente al convegno al pari di molti esponenti di spicco di Cgil, Cisl e Uil come i segretari confederali Rocchi, Santini e Pirani chiede al futuro pd di «ripartire dal lavoro» e «un confronto più stretto perché il lavoro non può restare confinato al campo sindacale». Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil, che come Passoni molto si spende per riattivare il canale di comunicazione tra partiti del centrosinistra e Cgil riformista, parla di «una bella sfida, per il pd, che ora deve riempire di contenuti la sua attenzione al mondo del lavoro e alle sue trasformazioni, operando con rigore sia contro i privilegi che contro il massimalismo parolaio. A partire dal tema della flessibilità, che deve uscire dal trito dibattito su cancellare o no la legge 30 e superare le precarietà offrendo tutele e diritti». Lavora per costruire un «nuovo, grande, compromesso sociale che dia pari dignità al lavoro e all’impresa», il riformista Megale e con lui i pontieri sindacali che guardano verso il Pd. Chissà la sinistra Cgil come sarà contenta.

        (ettore colombo)