Assemblea delle delegate della Filcams Toscana – Intervento di Gessica Beneforti, della segreteria Filcams di Pistoia.

Radicondoli (SI), 26 giugno 2001

Assemblea delle delegate della Filcams Toscana
“Dall’esperienza delle delegate ad una nuova fase di contrattazione di nuovi bisogni e di nuovi diritti”.

Intervento di Gessica Beneforti, della segreteria Filcams di Pistoia.

Buongiorno a tutti.
Permettetemi di iniziare questo intervento leggendovi una lettera di alcune lavoratrici di studi legali della provincia di Pistoia.

Il mondo degli studi professionali è estremamente ampio e variegato, basti pensare che comprende avvocati, notai, geometri, medici, biologi e chi più ne ha più ne metta. Il campo è vasto, ma il problema è unico per tutti – o per meglio dire tutte, considerato il fatto che si tratta prettamente di personale femminile – ed il problema è il contratto di lavoro.

Eh sì, perché se può apparire scontato il fatto che esista un contratto collettivo di lavoro per gli studi professionali, non è altrettanto scontato, purtroppo, che chi vi lavora ne sia a conoscenza, né è tanto meno scontato il fatto che, alla scadenza, questo venga prontamente rinnovato.

Quello di cui vi stiamo parlando non è fantascienza; nel mondo degli studi professionali tanti dipendenti non hanno mai visto il contratto di lavoro (anche per negligenza personale) e quindi non conoscono i propri diritti né sono informati sui rinnovi dei contratti e sui risultati positivi ottenuti mediante essi.

Altre volte invece il contratto è noto, ma vi è concreta impossibilità di farlo applicare, perché ci si trova a lottare contro un muro di gomma.

Per comprendere questo occorre far mente locale su cosa sia uno studio professionale: è un luogo ove si è in continuo contatto con il titolare e questo può essere un bene, ma spesso è un male, in quanto si viene a creare una familiarità che torna spesso a tutto svantaggio del dipendente, il quale spesso si sente “gratificato” dal fatto che il titolare gli permetta di lavorare con lui e per questo motivo si fa carico di quelle che sono le grane dello studio, peritandosi di chiedere il rispetto dei propri diritti, quasi con la paura di tradire la fiducia riposta.

Esistono anche casi in cui si chiede e non si ottiene nulla e l’unica alternativa possibile è la porta.

Purtroppo gli studi professionali sono atolli a sé stanti; anche i contatti fra i dipendenti dei vari studi sono difficili, soprattutto se non è previsto lavoro presso uffici esterni.

Quindi l’informazione, sindacale e non, è rimessa alla buona volontà dei pochi che se ne fanno carico, che prendono il telefono o mandano un fax per informare i colleghi di una riunione o di un incontro.

Capirete che parlare di unione per scopi comuni è praticamente impossibile, anche perché spesso si va ad urtare contro un disinteresse ed un menefreghismo incredibile; basti pensare, e questa è una cosa verificata in diverse esperienze, che chi si muove per promuovere incontri o per informare gli altri è sempre paradossalmente, chi vive in situazioni positive.

Spesso per informare i colleghi si è costretti a fermarli per la strada, nei negozi e non è raro vedere gente che tira dritto oppure che si schermisce dietro un “non voglio sapere niente”, oppure con il classico “andate voi perché io ho da fare”. Con il risultato che poi ci contiamo sempre sulle dita di due mani e siamo sempre le stesse facce.

Per ovviare a tutto questo alcune segretarie di studi legali della provincia di Pistoia hanno deciso di inviare una lettera all’Ordine degli Avvocati con la richiesta di poter attaccare una propria bacheca all’interno dell’Ordine stesso, che ha sede in Tribunale, ove poter affiggere i diversi messaggi; raccogliere le firme a sottoscrizione di tale lettera è stato un vero e proprio lavoro.

Adesso la richiesta verrà inoltrata e siamo curiose di saperne l’esito; almeno, se sarà positivo, faremo una circolare per tutti i dipendenti degli studi legali, commerciali, notarili, informando dell’esistenza di tale bacheca e si spera che nessuno verrà più a dire, dopo, “peccato, io non lo sapevo!”.

Se poi nei comunicati appare la parola “Sindacato”allora il fuggi fuggi è generale; “io non voglio tessere è la risposta migliore che si sente, neanche fosse un marchio di infamia l’appartenenza ad una organizzazione sindacale.

Purtroppo quando ci si deve scontrare con tali mentalità i passi avanti sono assai difficili e spesso, specie se la tua realtà non è poi così male, ti viene da dire “ma chi se ne frega!”.

Però poi quando i contratti non vengono rinnovati si pretende che il Sindacato si muova!.

Il contratto collettivo degli studi professionali è scaduto nel settembre del 1999 ed i primi contatti per il rinnovo di sono avuti solo dopo la metà del mese di maggio di questo anno; sinceramente non crediamo che vi sarà una pronta soluzione, anche perché i sindacati dei professionisti spesso non si presentano agli incontri, forti del fatto che la controparte praticamente non esiste.

Non esistono scioperi in questo settore; l’ultimo tentativo, che risale a diversi anni fa, ha contato conque aderenti nella provincia di Pistoia; capirete pertanto che è un po’ difficile fare paura.

Oltre all’aspetto puramente economico vi sono altri problemi che affliggono questa categoria; infatti, proprio per il motivo che la stragrande maggioranza dei dipendenti degli studi professionali è composta da donne, tasti dolenti sono anche la maternità ed il part-time.

Abbiamo saputo, e non è barzelletta, che vi sono professionisti che, al momento dell’assunzione, hanno fatto firmare lettere di dimissioni in bianco, sventolandole come minaccia non appena si profilava il rischio di una gravidanza della dipendente!!

Infatti la gravidanza della segretaria è vista come la più grossa sciagura che possa accadere all’interno dello Studio; conosciamo donne che hanno lavorato anche durante il periodo di astensione obbligatoria, dietro la minaccia di perdere il posto.

Oltre a questo il part-time è, per le dipendenti degli studi professionali, spesso solo una chimera; infatti l’usufruirne o meno dipende solo dalla volontà del titolare che spesso non è assolutamente d’accordo nel concederlo.

Potremmo continuare parlando delle responsabilità che ricadono sulle spalle dei dipendenti, che non sono assolutamente comprese nel contratto di lavoro; oppure del fatto che il passaggio di livello è affidato solo al buon cuore del titolare dello Studio, spesso completamente assente. Vi sono dipendenti che passeranno tutta la loro vita professionale al livello più infimo, senza alcuna speranza di miglioramento.

Comunque vogliamo essere ottimiste: intanto parliamone, e poi si vedrà!

Quando mi è stato chiesto di intervenire sugli Studi Professionali in questa Assemblea, nonostante la poca esperienza in questo settore, ho acconsentito immediatamente.
E’ stata per me l’occasione per poter riunire alcune lavoratrici, dialogare con loro e sollecitarle a portare in questa sede il loro contributo.

Spero che questa lettera, nella sua “imbarazzante” sincerità possa servirci. Ho usato non a caso l’espressione “imbarazzante” perché come Sindacato mi sono sentita colpita, mi ha posto e ci pone sicuramente in discussione.

Voglio dare delle cifre: gli addetti al settore degli Studi Professionali sono circa 1.000.000, nel settore metalmeccanico circa 1.500.000, nelle imprese di pulizie, per tornare in casa nostra, circa 450.000.
Con questo cosa intendo dire?
Il contratto degli Studi Professionali è scaduto dal settembre 1999 eppure di questo contratto, di questa vertenza si parla così poco!

E’ possibile che in un settore, dove tra l’altro abbiamo un livello di istruzione molto alto (minimo il diploma di scuola media superiore) si debba registrare la compressione (se non addirittura l’inesistenza, giacché molti sono i casi di carenza assicurativa) dei più elementari diritti del lavoratore ed una così scarsa affezione al sindacato?

Non voglio fare inutili provocazioni, le provocazioni non mi interessano, le soluzioni invece sì.

Dobbiamo riflettere ed individuare, compatibilmente con le nostre risorse, perché anche con queste purtroppo dobbiamo fare i conti, modalità diverse di azione sindacale, che possano raggiungere anche quelle realtà, e sono molte nella nostra categoria, frammentate, polverizzate, cercando di superare le oggettive difficoltà di comunicazione e di immagine e forse anche ricominciando a considerare le nostre camere del lavoro come luoghi di incontro, di dibattito, di conoscenza, oltre che di erogazione di servizi.

Tornando al tema di oggi “Dall’esperienza delle delegate ad una nuova fase di contrattazione di nuovi bisogni e di nuovi diritti” e riprendendo gli argomenti delle compagne di cui sono stata portavoce, non posso che affermare che la questione dei tempi, tempi di lavoro, tempi di vita, è fondamentale. E lo è soprattutto per la donna per la quale si incrociano le esigenze esterne ed interne ai diversi ruoli che è chiamata a svolgere.

Diventa imprescindibile per il Sindacato promuovere iniziative, progetti, vertenze sugli orari di lavoro, ed a maggior ragione questo è importante per coloro che lavorano in piccole, piccolissime realtà, dove il potere isolato è pressoché inesistente e dove forte è l’ostilità alla tematica familiare e forte il rifiuto di pagare prezzi considerati sociali e non imputabili al datore di lavoro.

Affrontare il tema degli orari significa mettere al centro delle rivendicazioni varie questioni:
-la flessibilità giornaliera, settimanale, mensile, annua, la banca delle ore;
-i permessi parentali;
-l’uso e la distribuzione del part-time, la sua temporaneità e volontarietà.

Ostilità e rigidità viene manifestata in questo settore per il part-time, per cui si arriva al paradosso, in un contesto generale dove il padronato sempre più chiede maggiore flessibilità, che sono le Organizzazioni Sindacali, ed ancor prima i singoli lavoratori, a proporlo.

Una flessibilità che non deve però rimanere la classica zona residuale, femminile, segregata, discriminata. In che modo? Sottolineando fortemente il principio di reversibilità, promovendo politiche concrete di alleggerimento della penalizzazione delle lavoratrici a part-time, di rafforzamento della protezione sociale, inserendo sperimentazioni di job sharing.
In buona sostanza premendo affinché sia attuato e diventi finalmente effettivo l’art. 9 della legge sui congedi parentali che affida ai contributi del Fondo per l’Occupazione, ma soprattutto alla contrattazione collettiva, il difficile ma ineludibile compito di non lasciare lettera morta le conquiste ottenute a livello legislativo.

Dell’effettiva attuazione e applicazione della legge sui congedi parentali dovrebbe occuparsi anche il nuovo Governo, piuttosto che esternare sulla legge 194 e fare tanto ridicole, quanto offensive proposte economiche!

Di una diversa organizzazione temporale del lavoro si può e si deve parlare in relazione non soltanto alle esigenze di vita familiare o di sé, ma anche di formazione, affidata troppo spesso alla buona volontà, quando esiste, del collega più anziano.

Occorre invece introdurre, anche in questo settore, l’idea forte che la formazione professionale è un investimento per il datore di lavoro e non un costo! Percorsi di arricchimento professionale in cui corsi di formazione vera e propria affianchino momenti di apprendimento sul lavoro, devono essere poter contrattati anche a livello territoriale!

Mi rendo perfettamente conto che è difficile portare le nostre controparti a discutere di questi argomenti ma è una battaglia che dobbiamo combattere, una sfida che dobbiamo vincere.

Concludo con le parole delle compagne di cui sono stata in parte portavoce: “Intanto parliamone!”.