Artoni: manovra miope e poco coraggiosa

07/10/2002



          5 ottobre 2002




          Artoni: manovra miope e poco coraggiosa

          La leader dei Giovani imprenditori: realismo per uscire dall’incertezza – Nei contratti più peso al livello aziendale

          Massimo Mascini


          (DAL NOSTRO INVIATO)
          CAPRI – C’è una terza via tra liberismo e socialismo, che consente di superare le asprezze della globalizzazione. Una via stretta, difficile da percorrere, ma senza alternative. È quella della partecipazione, l’unica in grado di stemperare i conflitti sociali, migliorare l’efficienza delle imprese, coinvolgere i sindacati in una logica di confronto e non più solo di scontro. Anna Maria Artoni, la presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, ripercorrendo le orme del movimento, e riprendendo nella sua relazione al tradizionale convegno di fine estate a Capri le stesse cose che erano state studiate con Piero Pozzoli negli anni 70, ha portato alla ribalta l’originalità e la rilevanza della partecipazione, offrendola al dibattito del Paese. Lo ha fatto con qualche dubbio, non sulla certezza delle tesi esposte, quanto sulla capacità del Governo di saper cogliere questa opportunità. Alla base dello scetticismo dei Giovani la loro delusione profonda per la legge finanziaria 2003 appena varata dal Governo. Una «Finanziaria miope – ha detto la Artoni – che guarda al futuro con le lenti del passato». I Giovani industriali non hanno apprezzato i troppi provvedimenti una tantum, che scontano una ripresa internazionale, che però nessuno al momento è in grado di sapere quando e se verrà. Non hanno gradito il condono, negativo sotto il profilo etico perché premia i furbi e disincentiva la legalità. Hanno contestato soprattutto che il Mezzogiorno sia del tutto scomparso dalla manovra economica, quando solo a giugno il Dpef aveva previsto per il Sud una spesa del Pil pari al 4% l’anno. Un Governo stabile, con un forte sostegno parlamentare, in un anno in cui non sono previste consultazioni elettorali, avrebbe dovuto avere più realismo, ha detto la Artoni, avrebbe dovuto comunicare in modo chiaro la situazione di difficoltà, soprattutto avrebbe dovuto costruire assieme alle parti sociali un calendario di azioni a effetto strutturale, da realizzare nei prossimi mesi. Insomma, il contrario di quello che invece ha fatto il Governo con il decreto legge fiscale che, ha sottolineato il presidente dei Giovani imprenditori, ha privato le imprese di almeno 4 miliardi di euro, costringendo troppe aziende a rinunciare ai propri piani di investimento. La Artoni ha chiesto più coraggio al Governo, perché sia sconfitta l’economia dell’incertezza, tragica somma di crisi economica, crisi di fiducia nei mercati e crisi geopolitiche. E ha suggerito due azioni che potrebbero essere attuate già nei prossimi mesi, la riforma delle pensioni e il rilancio delle infrastrutture. Per la parte previdenziale ha suggerito di concentrare l’attenzione non tanto sulle pensioni di anzianità, che presto scompariranno, quanto sull’età pensionabile, da allungare anche solo di un anno, se non fino ai 65 anni indicati dagli accordi di Lisbona. Un Governo in grado di realizzare questi interventi è capace anche di costruire una società più partecipata. La Artoni ha però specificato che questa via va seguita per quanto si riferisce al profit sharing non al power sharing. A suo avviso infatti è giusto collegare la dinamica salariale ai risultati d’impresa, meno utile condividere il potere in azienda. Se infatti in quel modo è possibile costruire una migliore gestione del capitale umano in azienda, tanto è vero che diminuiscono le ore di sciopero, una prospettiva di condivisione del potere è «difficilmente adattabile alla realtà italiana, al suo tessuto di piccolissime, piccole e medie aziende». Il problema è come realizzare questo cambiamento. I Giovani non credono in un’imposizione per legge e preferiscono la via contrattuale. Ma, avvertono, va cambiato il modello negoziale alleggerendo il livello nazionale e trasferendo la parte salariale più importante a quello aziendale. Purché, ha rilevato la Artoni, non punti «su un terzo livello contrattuale, sia esso provinciale o regionale, che può creare diseconomie evidenti». Queste le vie per lo sviluppo: un nuovo modello contrattuale e una forte ripresa di liberalizzazioni e privatizzazioni.